Recensione: The Big Prize

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Coevi dei Bon Jovi e assimilabili alla stessa corrente, gli Honeymoon Suite si ritagliarono un posto di prestigio a metà anni Ottanta... almeno nel nativo Canada.

Abbiamo detto coevi e non emuli di John & compagni perché questo combo proveniente da Niagara Falls esordì nel 1984 con l'omonimo disco, proprio lo stesso anno d'uscita del debut album degli americani sopracitati. Tuttavia, per strane ragioni, i Canadesi non riscossero mai un successo proporzionato alla loro classe negli States, cosa strana visto le sonorità cromate, in bilico tra AOR e un hard rock caldo e vigoroso, grazie anche alla voce roca e al contempo vellutata del singer e fondatore Johnnie Dee (anche seconda chitarra). Non meno talentuosi gli altri membri del gruppo, composto dal funambolico Derry Grehan (chitarra solista e principale compositore), dai tocchi magici di Ray Coburn (tastiere) e dalla ritmica compatta e vitaminizzata del duo Gary Lalonde/Dave Betts (rispettivamente basso e batteria).

Con questa formazione, gli Honeymoon Suite pubblicarono l'anno successivo al debutto il loro blockbuster, “The Big Prize”, per il quale la WEA stanziò un budget sostanzioso, coinvolgendo sia Bruce Fairbairn (che diventerà celebre producendo “Slippery When Wet”) che Bob Rock (noto per la sua opera in “Dr. Feelgood” dei Motley Crue e il cosiddetto “The Black Album” dei Metallica). La sete di scalare le classifiche, insomma, è quantomai palpabile in tutto il platter e incomincia a farsi sentire già da “Bad Attitude”, dove il groove portante è lento, sinuoso ma inarrestabile quanto l'ammiccante coro, plasmato con la collaborazione dello stesso Fairbairn. La produzione, infatti, smussa gli angoli con stratagemmi già consolidati (backing vocals e synts), per offrire un impatto levigato e donare l'atteso tocco radiofonico (d'altronde la stessa canzone comparirà nell'episodio finale di Miami Vice per ragioni di airplay).

I testi di “Bad Attitude” non trattano di amori scapestrati ma riprendono la brutta abitudine di quelle persone che, come dice il Derry Grehan, “...pretendono di avere un ruolo mentre non sono adatti a ricoprirlo e dovrebbero dedicarsi a qualcos'altro...”. Con un indiretto ma chiaro riferimento al music business... e non solo.

Altra sintesi perfetta del concetto “impatto & melodia” è “Feel It Again”, asso pigliatutto che conduce con gentilezza l'ascoltatore su dolci armonie e, poi, irrompe con l'appassionata ammissione di colpa del refrain. "Feel It Again" fu il singolo di maggior successo di tutta la carriera degli Honeymoon Suite e raggiunse la trentaquattresima posizione della chart statunitense, il famigerato Billboard Hot 100.

 

honeymoon suite feel it again

Obiettivo Billboard Top 40. Singolo contenente "Feel It Again" sul lato A mentre sul lato B lo splendido "Wounded".

 

In “Lost And Found” è facilmente ravvisabile la mano di Ray Coburn, le cui tastiere si appropriano della linea melodica portante e spadroneggiano lungo tutta la canzone, relegando la chitarra al ruolo di accompagnamento e lasciandole spazio nell'assolo centrale.

Di ben altra pasta è fatta “What Does It Take”, illuminata dai suggestivi e tenui tasti ma soprattutto scossa e resa vitale dalla voce ferita ed enfatica di Johnnie Dee, un crescendo di emozioni che culminano nell'avvincente, emblematica strofa “...Don't you make that mistake what does it take...”. Da applausi.

 

Anni ruggenti. Il video clip di “What Does It Take” che, assieme a quello di "Feel It Again", venne trasmesso su MTV al tempo.

 

La cosa d'ammirare è che “The Big Prize” non scade mai nel gusto melenso del pop-rock o nella new wave più laccata ed artificiosa ma sa assestare sferzate adrenaliniche, senza impigrirsi in una sequela di lentoni.

E così nascono canzoni come “One By One” con il suo coro appiccicoso, e, soprattutto, la grintosa “Wounded”, gemma di galoppante rock dal ritornello che trafigge il cuore, impreziosita dall'incastro tra piano e sei corde. Senza dubbio uno degli apici dell'intero platter. Insomma, ancora una volta non solo seta ma anche palpitazione e tiro.

La chitarra scalpita ancora in “Words In The Wind”: l'atmosfera si infittisce, l'energia sfrigola attraverso le parole di Dee che crea un loop vertiginoso nel ritornello, sorretto dalla melodia romantica ed elegante del rifferama.

I tempi morti sono, dunque, banditi: il minutaggio, studiato a tavolino, non è mai di lunghezza eccessiva ma rimane confinato mediamente entro i quattro-cinque minuti per mantenere la freschezza del refrain intatta, evitando digressioni e sfoggi di tecnica.

All Along You Knew” rappresenta la mosca bianca del platter, una composizione a metà strada tra hard e folk rock, dove quest'ultima componente è costituita dal flauto di sua maestà Ian Scott “Jethro Tull” Anderson in persona. Un pezzo che non sfigurerebbe nella discografia di Gary Moore anche grazie all'apporto di Grehan, prodigo di stoccate veloci (scale) e affondi romantici (vibrati), senza dimenticare il “botta e risposta” con l'estroso flauto di Anderson, in una cascata di colori e suoni.

Once The Feeling” ci riporta su lidi più FM senza perdere una stilla d'intensità: questo “Once The Feeling” è una scatola cinese, una continua scoperta di emozioni, dove dietro ogni svolta c'è una sorpresa appagante, dall'incipit delicato, al pre-chorus coinvolgente fino alla scorrere della melodia irresistibile del motivo centrale.

Il fiume di sensazioni rallenta ma non si conclude perché l'ultima parola è lasciata a “Take My Hand”, avvolta dalla cortina di synts che conferiscono alla canzone un'atmosfera sognante. E' un andare alla deriva appagante e seducente, che ci fa smarrire in languide note, traghettati dal leader Dee.

 

Un autentico premio in forma di musica

 

The Big Prize” è più di un titolo interlocutorio: il lavoro degli Honeymoon Suite venne premiato con un triplo platino, in gran parte conseguito nel paese d'origine. Da questo successo ebbe inizio la stagione dei tour prestigiosi, dove i nostri rockers ricoprirono il ruolo di gruppo d'apertura per complessi quali 38 Special, ZZ Top, Journey, Starship e Saga. Tuttavia, l'onore più grande fu accompagnare gli Heart in tour, suonando davanti a oltre ventimila persone ai “The Meadowlands” di New Jersey.

Sfortuna volle che, il giorno prima dell'esibizione, l'equipaggiamento venisse rubato, fatalità che costrinse il quintetto a suonare con una strumentazione di bassa lega, dall'audio scadente.

Disavventure a parte, gli Honeymoon Suite seppero togliersi qualche altra soddisfazione ed eseguirono la canzone di chiusura del celeberrimo action movie “Arma letale”, song intitolata per l'appunto “Lethal Weapon” (scritta da Michael Kamen e presente nel terzo album “Racing After Midnight” del 1988).

Ma a conti fatti il vero “big prize” è che, dopo anni, l'album suona ancora emozionante come la prima volta e questo è un premio inestimabile per qualunque appassionato di rock e dintorni.

 

Honeymoon suite 2

 

Eric Nicodemo

 

 
90