Recensione: The Great War

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La Grande Guerra, raccontata dai Sabaton. Il 28 giugno 1914 viene assassinato a Sarajevo l’erede al trono d'Austria-Ungheria, l'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo-Este, da un indipendentista jugoslavo. Un proiettile esploso da una semiautomatica lo ferisce mortalmente al collo. Un singolo proiettile capace di generare un’escalation militare di proporzioni planetarie, nel primo grande conflitto tra nazioni che conterà oltre dieci milioni di caduti negli innumerevoli campi di battaglia dall’Europa all’Africa, dal Medio Oriente alle isole del Pacifico.

Sarete a casa prima che le foglie cadano dagli alberi.

Viene attribuita al Kaiser Guglielmo II questa frase, pronunciata dinanzi alle truppe tedesche in partenza per il fronte, nell’agosto del 1914. All’illusione di una guerra lampo si sostituirà presto la materiale consapevolezza di una guerra di logoramento estenuante, anche e soprattutto a causa delle nuove armi a disposizione degli eserciti. La seconda rivoluzione industriale aveva infatti reso possibile la creazione di strumenti bellici fino ad allora sconosciuti, in grado di sovvertire completamente ogni possibile strategia militare consolidata. Aviazione capace di bombardare dietro le linee nemiche, mitragliatrici difese da impenetrabili casematte, distese di campi minati, carri armati, bombe a mano, lanciafiamme e gas letali fecero il loro primo ingresso nella storia dell’uomo, costringendo i soldati a scavare chilometri di trincee per mantenere la posizione al riparo dalle incursioni nemiche.

Con “The Great War” la band di Falun intende raccontare alcuni episodi del conflitto, con la solita maniacale attenzione verso le battaglie combattute, le date, le situazioni e gli eroi che si sono contraddistinti nelle vicende storiche. Tanto da realizzare una “History Edition” di questo disco parallela all'edizione standard con brevi ma non troppo invasivi inserti narrati ad apertura delle tracce, al fine di trasportare l’ascoltatore all’interno delle vicende prima della solita scarica di energia metallica sprigionata dagli svedesi. Da apprezzare particolarmente l’intento della band di portare su disco un tema così delicato e complesso, compito non facile per tutti tranne per un gruppo che ha anche un suo Hystory Channel su Youtube.

Da un punto di vista musicale invece non troviamo niente particolarmente innovativo per la band, con i soliti brani molto immediati che in alcuni passaggi rimandano inevitabilmente ad altri momenti della storia dei Sabaton, con evidenti autocitazioni dai lavori precedenti. A parte rari episodi viene confermata la solita formula con la strofa in crescendo supportata dalle tastiere che esplode nel ritornellone corale, con il buon Joakim Brodén al microfono protagonista di una buona prova. Manca un singolo davvero potente, come l’ottima “Bismark” (al momento ben 12 milioni di visualizzazioni sul Tubo) realizzata qualche settimana prima della release del disco sull’omonima nave militare della Kriegsmarine tedesca durante il secondo conflitto mondiale. Ma questa è un’altra storia…

Tornando all’ascolto di “The Great War”, passiamo da un'opener oscura ed un po’ anonima come “The Future of Warfare” sui già citati mutamenti nelle tecnologie militari al Medio-Oriente di “Seven Pillars of Wisdom”, tiratissimo brano su Thomas Edward Lawrence, meglio noto come Lawrence d’Arabia, che scriverà il suo libro di memorie “I sette pilastri della saggezza” sulla rivolta araba. Il singolo “82nd all the Way” è dedicata al Sergente York, giovane e devoto soldato americano che, ritrovatosi accidentalmente dietro le linee nemiche sui campi dell’Argonne, armato del suo fucile M1917 Enfield e di una pistola Colt M1911 di dotazione uccise 25 soldati tedeschi, mise fuori uso 35 mitragliatrici e fece catturare 132 prigionieri. Ancora un brano oscuro, stavolta sull’utilizzo dei gas: “The Attack of the Dead Man” ci parla della battaglia alla fortezza di Osowiec nel nordest della Polonia, nella quale i soldati russi assunsero la sembianza di zombie dopo essere stati esposti al cloro lanciato dalle truppe tedesche. “Devil Dogs” (Teufelshunde) è il nome che i soldati tedeschi attribuirono ai Marine americani, entrati tardivamente nel conflitto mondiale.
Indubbiamente da annoverare tra i brani più rappresentativi dell’album, “The Red Baron” ci narra delle vicende aeree di Manfred Albrecht Freiherr von Richthofen, il terrore dei cieli dell’aviazione tedesca con i suoi velivoli di colore rosso, caduto in Francia nell’aprile del 1918, in un brano trascinante nel refrain facile facile. “Great War” è un pezzo epico e corale che s’interroga criticamente su che cosa ci sia di davvero grande in questa guerra di sacrifici e logoramento per poche miglia guadagnate al costo di centinaia di vittime. Ancora nelle fiandre, grande teatro di battaglie, “A Ghost In The Trenches” ci riporta a Passchendaele nel 1917 (qualcuno ricorderà un pezzo degli Iron Maiden), durante la terza battaglia di Ypres tra truppe inglesi e tedesche che durò oltre tre mesi e causò migliaia di vittime, definita “il più triste dramma della storia militare inglese”.
Altro singolone, “Fields of Verdun” narra della resistenza francese all’avanzata tedesca nei campi di Verdun, durata oltre nove mesi, che costituì un punto di svolta cruciale della guerra in quanto segnò il momento in cui il peso principale delle operazioni nel fronte occidentale passò dalla Francia all'Impero britannico, fece svanire le ancora concrete possibilità della Germania di vincere la guerra e influenzò in parte l'entrata in guerra degli USA nel conflitto.
Chiusura epica per “The War to end All Wars”, che ci consegna il conto delle vittime, mentre l’11 novembre 1918 viene siglato l’Armistizio di Compiègne che pone fine al conflitto. “In Flanders Fields” è un rondeau, scritto dal luogotenente-colonnello canadese John McCrae, che coi suoi cori chiude con la giusta solennità la narrazione di “The Great War”.

Giudicare il lavoro dei Sabaton è come scegliere per quale esercito schierarsi in battaglia. Punti forti del disco sono indubbiamente il nobile intento di narrare le vicende del primo conflitto mondiale e la qualità generale delle composizioni, che pur senza picchi particolari riesce a mantenere viva l’attenzione per i quaranta minuti scarsi di durata dell’album. Dall’altra parte della trincea non convincerà di certo i detrattori storici della band, privo com’è di novità significative rispetto al resto della discografia degli svedesi. “The Great War” del resto è esattamente quanto esprimevo in apertura della recensione - la Grande Guerra, raccontata dai Sabaton.
 

Luca “Montsteen” Montini


 

 
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