Recensione: Through Worlds of Stardust

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Nell’anno 1991 l’hard rock melodico, l’AOR e l’hair metal avevano già ampiamente lasciato il cuore della maggior parte degli appassionati di rock duro (e l’interesse delle case discografiche e della critica “trendy”), per far posto ai suoni più cupi ed alternativi, provenienti da quel di Seattle, degli alfieri del movimento grunge.
Proprio per questi motivi, tanti album di rock “dal pugno di ferro in guanto di velluto”, rilasciati in quel periodo, pur essendo di eccellente fattura, non raggiunsero un successo di vendite paragonabile a quelli di album altrettanto o, addirittura, meno valorosi, usciti appena una manciata di anni prima.
Tra questi, un posto di rilievo nella discoteca dei fans esperti di tali ambiti musicali ha sicuramente il primo, omonimo lavoro degli Steelheart, creatura artistica saldamente in mano nel formidabile cantante Miljenko Matijevic.
Quel disco esibiva, infatti, un magistrale florilegio di rocciosi hard rock zeppeliniani alternati a ballate da lacrime agli occhi (“She’s Gone” su tutte), che, comunque, ottennero lusinghieri consensi di pubblico (soprattutto in Giappone) e di critica, nonostante il periodo “ostile”.
Al secondo, ottimo lavoro “Tangled in Reains” seguì un grave incidente sul palco per il cantante, che mandò in  crisi la band, la quale riuscì a concedersi un terzo album, “Wait”, solo quattro anni dopo (qui c’era un brano, “We All Die Young”, che fu poi nuovamente inciso per la colonna sonora del film “Rock Star”). A questo disco seguì, infine, molti, molti anni dopo, il più recente “Good 2B Alive”.

Nel 2017, finalmente, gli Steelheart (ovvero Miljenko Matijevic e un pugno di suoi validi sodali) sono tornati a godere di adeguata visibilità esibendosi dal vivo al prestigioso Frontiers Rock Festival, con uno show le cui cronache hanno fatto venire l’acquolina in bocca agli appassionati. Nei mesi successivi i mormorii per l’arrivo di un nuovo album, proprio per la label italiana, si sono fatti sempre più insistenti ed ecco oggi arrivare, dunque, il nuovissimo “Through Worlds of Stardust”.
Certo, sentir parlare, nelle notizie circolate, del ruolo fondamentale, in questo lavoro, di un’orchestra, poteva destare qualche preoccupazione, facendo ipotizzare che gli Steelheart, con il passare degli anni e l’età che avanza, potessero aver abbandonato la strada dell’heavy rock in favore di atmosfere da crooners.

E invece no, per fortuna. Il platter, difatti, non lesina certamente potenti bordate hard rock, come il terzetto iniziale di brani dimostra subito ed  inequivocabilmente
Stream Line Savings offre, come volevasi dimostrare; un formidabile magma sonoro di stampo zeppeliniano, tra riff assassini, elettricità malefica, sprazzi acustici e influenze medio orientali. La voce di Matijevic, malgrado il tempo che passa, si dimostra senza dubbio all’altezza della situazione, tra urla plantiane che si contrappongono alle intonazioni più carezzevoli che ascolteremo più in là.
My Dirty Girl e Come Inside procedono come panzer, guidate da un basso ed una batteria molto groovy, tra i quali la voce e la chitarra si fanno strada fieramente e senza esitazioni.
My Word (tra i brani più riusciti del lotto) richiama sempre l’energia dei Led Zeppelin ma qui c’è molta più enfasi sulla melodia, epica ed atmosferica, così come in Got Me Running, l’uptempo più orecchiabile dell’album.

Messo in chiaro che Through Worlds of Stardust “ è fondamentalmente un album di hard rock, va detto che pure il romanticismo occupa quasi la metà del disco. Ma che romanticismo, troviamo da queste parti,  e che voce per esprimerne le suggestioni!
You Got Me Twisted, appunto,  è una ballad elettrica virile e  melodica, impreziosita da un canto graffiante, da un pregevole assolo di chitarra e dal tocco leggiadro di un pianoforte.  Tutti gli ingredienti, insomma, del caso,  ma messi insieme senza cliché e manierismi di sorta.
Lips Of Rain sciorina pathos puro e semplice con l’accompagnamento dell’orchestra di cui sopra (come pure My Freedom) , ed in essa un certo non so che di “già sentito” si fa perdonare grazie all’ intensità ed emotività del risultato.
With Love We Live Again ( caratterizzata da chitarra acustica, archi e voce in primo piano) è un altro lancinante slow carico di soul, così come I'm So In Love With You, che è costruita, però, su  piano e voce.

“Through Worlds of Stardust”, insomma, è un gran bel ritorno per il monicker Steelheart, con una voce che fa faville. Il disco è equamente diviso tra due mondi distinti ed altrettanto affascinanti: da un lato l’elettricità soverchiante e, dall’altra, un sentimentalismo col cuore in mano e l'anima esposta, ma senza languori eccessivi né segni di imbolsimento o senilità.
E’ un rock, quello degli Steelheart del 2017, memore dell'era degli esordi, ma che, in molti passaggi, potrebbe piacere ai fans del metal e del rock contemporaneo, grazie all’energia ed il “tiro” delle tracce più cariche d’energia.

Bentornati!

Francesco Maraglino


 

 
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