Recensione: Thunder In The Distance

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Ieri, cinque ragazzi di Amburgo davano un nuovo corso alla storia dell'heavy, gettando le basi per un genere inedito: il Power Metal. Il nome del complesso? Gli Helloween, ma naturalmente!
Oggi, Michael Kiske, voce storica dei Nostri, rientra in scena con il terzo album dei Place Vendome e dopo una carriera solista altalenante ("Instant Clarity", "Kiske"), importanti collaborazioni (Gamma Ray, Avantasia, Aina, Edguy) e innumerevoli side projects (Unisonic, Past In Different Ways), dà alla luce il suo ultimo lavoro: “Thunder In The Distance”.

“Thunder In The Distance” è l'occasione per Michael di addentrarsi nei territori più vicini al metal melodico, flirtando con elementi tipicamente AOR e hard rock, pur mantenendo forti legami con la  tradizione  neoclassica.     
La copertina riassume perfettamente questo connubio: un'aquila (immagine cara al vecchio hard'n'heavy) che, sospesa su una distesa d'acqua, sprigiona lampi d'energia, i quali irradiano il cielo e si tramutano in una richiesta esplicita, “Talk To Me”.      
L'opener (composta dal producer Alessandro del Vecchio) è, infatti, una sinfonia suggestiva, lasciando alla chitarra il compito di trasportarci nel cuore dell'hard'n'heavy più evocativo: la voce di Kiske è un grido che risuona nell'anima, che danza e abbraccia il coro. Il coinvolgimento emotivo che ne deriva si amplifica e acquista sfumature neoclassiche nel riffing centrale, incastonato come una gemma tra i cambi tonali, che conducono l'ascoltatore nell'essenza più profonda della musica: pura, travolgente melodia.      

La forte simbiosi tra tecnicismo e feeling è l'elemento essenziale del songwriting: Kiske modula la voce donandole, prima, un'intonazione sofferta, poi, avvolgente e alta, nel declamare il suo irremovibile credo: il potere della musica, “Power Of Music”!
Ammirando questo affresco, come si può resistere alla forza dei sentimenti? Domanda superflua perché è un impeto che risuona penetrante nel chorus di "Power of Music" e si riverbera sulle note della chitarra, in grado di regalarci quell'istante di magia che si chiama vibrato.
Kiske estende le voce donando alle liriche una sensazione di dolore, ma con forza e trasporto, trasmettendo tutto il pathos di “Broken Wings”. Le visioni evocate dai synts aiutano a instaurare un sodalizio ricco e appagante, coadiuvato (o interrotto) dallo slancio energico delle chitarre, che ricamano una tela malinconica, tragica, solcata dai suoni di un midtempo cadenzato.

Fondere l'immaginazione con la realtà è un'opera incessante ed è compito dei synts risvegliare nella nostra mente i paradisi perduti di “Lost In Paradise”: in questa dimensione eterea, il grande cerimoniere non può essere altri che Michael, un narratore capace di dare un tocco di elegante decadenza al ritornello. Sull'orizzonte si stagliano le scale luminose, accorate del guitar work, in un crescendo estatico e passionale.
La dimensione affettiva ritrova la sua giusta collocazione in “It Can't Rain Forever”, una finestra su un paesaggio irreale, ricreato con l'ausilio delle tastiere, da cui emerge una chitarra carica di malinconia; alla stesso modo, il drumming è in bilico tra poesia (un tenue inizio) e potenza (una cassa marcata e decisa nei passaggi successivi). Ad un tratto, un canto delicato emerge dalla penombra e attraverso le nubi penetra un raggio di luce: la radiosa promessa che Kiske grida, che risplende fulgida mentre si eleva tra i backing vocals. Ancora poesia nella stacco centrale, dove il main vox si attenua e brevi, soffusi archi accarezzano l'audience.
I sintetizzatori non risultano mai invadenti o fuori luogo, e, quando l'espediente sembra ampiamente collaudato, “Fragile Ground” ci smentisce, riuscendo a mediare sonorità artificiali con un drumming dinamico e potente; dall'altra parte, non è difficile per il chorus elevarsi dal solido terreno ritmico. Tuttavia, Kiske mantiene una voce non altisonante, per dare una sensazione di tensione latente (“Fragile Ground”); curioso l'inserimento di midtempos ritmati e sanguigni, che lasciano “l'epico e il sublime” per un approccio più diretto e, per così dire, robusto.

In un lavoro che si possa definire sinfonico non può mancare l'eleganza del pianoforte, che solo una canzone come “Hold Your Love” può esprimere al meglio: il pattern del piano è un loop al quale si agganciano i vibrati gementi, ma non altissimi, quasi “trascinati”. Il prechorus assume maggior velocità senza mai eccedere in scorribande heavy. Il refrain ci consegna ancora una grande prova grazie all'interpretazione che Michael sa dare ovvero il giusto bilanciamento tra psyche (un'intonazione studiata) e amore (un'interpretazione trasognata).   
Più adrenalina in “Never Too Late”, una miscela di veloce, rapido melodic metal, caldo e passionale, che diventa un frenetico vortice di emozioni nel solare trasporto dell'assolo, quasi a creare una “segreta” alleanza con il lato più radioso del rock (Fergie Frederiksen).       
Ad un tratto, gli acuti di Kiske ricordano le origini del singer (Helloween) in “Heaven Lost”, riscoprendo sonorità “dimenticate” e attualizzandole nel contesto moderno dei figli (Edguy in primis). Il paradiso perfetto di Kiske si materializza mentre Uwe Reitenauer intreccia gli assolo, creando una spirale di suoni, e l'estasi si chiude sui tristi rintocchi del piano, che, in lontananza, svanisce, calando nel silenzio della quiete.      

Un altro concentrato di potenza e melodia è racchiuso in “My Heart Is Dying”: la narrazione di un amore che sta svanendo è solcato da potenti innesti di batteria, accordi ed estranianti inframezzi; le voci si accavallano e si divincolano, rafforzando un senso di dolce tormento.     
Il vento trasporta un pianoforte aprendoci il cancello su una chitarra elegante, emozionante nel suo assolo: si rompono gli indugi e “Break Out” avvolge in un refrain velato da una patina di nostalgia, trasposta nella chitarra e nel playground tastieristico.
E' fantastico ritrovare tracce del passato anche in “Maybe Tomorrow” (Iron Maiden), un viaggio percorso dalla tensione di Kiske e venato dalla tristezza del piano in sottofondo, per raggiungere un crescendo emotivo nella chitarra solista. Allorché il suono della sei corde si dirada, il sipario cala lentamente lasciando il piano in rilievo, per un ultimo, estremo saluto.     
Il suono delle keyboards è solo l'inizio dell'epilogo: la title track è un quadro romantico in cui le voci in progressione sorreggono il protagonista, un eroe che cavalca le chitarre saettanti che incidono la linea melodica, in un exploit con si estende con ben due midtempos gemelli, per poi discendere, scomparendo in lontananza.    

Tirando le somme, “Thunder In The Distance” risulta, a tutti gli effetti, una prova di assoluto valore, da cui traspare grande passione e ricercatezza per gli arrangiamenti e, soprattutto, una volontà indomita di riproporsi al pubblico con rinnovato spessore e vitalità.   
Viste le ottime premesse, non rimane altro che sperare in quella fatidica reunion che tutti noi aspettiamo ormai da tanto, troppo tempo: it's Never Too Late Michael!

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