Recensione: Times of Obscene Evil and Wild Daring

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Amanti del metallo epico e tracotante, prestatemi ascolto! Oggi parleremo di un’altra bombetta che l’etichetta nostrana Cruz Del Sur è riuscita ad accaparrarsi: sto parlando ovviamente di “Times of Obscene Evil and Wild Daring”, esordio dei canadesi Smoulder, la cui copertina (ad opera di un certo Michael Whelan, e chi non lo conosce vada immediatamente a guardarsi gli artwork dei Cirith Ungol per rimediare!) campeggia qui sopra. Come i loro connazionali Gatekeeper (anch'essi sotto contratto con la Cruz del Sur), anche il quintetto di Toronto propone un metallo poderoso e battagliero, che spande intorno a sé il profumo di antiche epopee scandendo la sua avanzata con tempi solenni e quadrati. Quello, per intenderci, che piace tanto a me. In realtà, basterebbe la sola copertina di Whelan a far capire che si sta per ascoltare un certo tipo di heavy metal, ma qualora sorgessero dei dubbi ecco sopraggiungere l’incipit intransigente dell’opener “Ilian of Garathorm” a conferma del fatto che la compagine d’oltreoceano non è intenzionata a fare prigionieri con la sua proposta: un possente epic metal dai toni enfatici e dall’incedere lento, cadenzato, inesorabile, ombreggiato dai pesanti drappeggi che assai spesso sembrano tendere al doom. Le chitarre macinano riff robusti, densi, grattando incessantemente per tessere melodie maschie e grifagne, spezzate solo di tanto in tanto da assoli ora torvi, ora maestosi; il basso pulsa in modo rimbombante, aggredendo lo stomaco dell’ascoltatore senza pietà, mentre la batteria detta i tempi con martellate impietose, pesanti come macigni, e la voce pulita di Sarah narra storie senza tempo fatte di spada, sangue e stregoneria. Proprio la voce costituisce il valore aggiunto degli Smoulder, con la carica limpida e sfacciata di Sarah Ann che ben si sposa alla colata di metallo fuso prodotta dai suoi abili colleghi, volteggiando sopra riff magmatici con fare insolente ed evocativo ma senza oscurare il resto del gruppo, profumando anzi il risultato finale con una nota declamatoria ma tutt'altro che melodrammatica.

La già citata apertura dell’album è affidata alla minacciosa “Ilian of Garathorm”, che i più attenti conoscitori dell’opera di Michael Moorcock conosceranno come una delle incarnazioni meno note del suo Campione Eterno. La traccia si sviluppa su ritmi quadrati e marziali, dominati da riff opulenti e da melodie desertiche, roventi, sulle quali incede una voce asciutta ma espressiva. Neanche il tempo di riprendersi che i nostri ricominciano a martellare con la marcia lenta ed asfissiante di “The Sword Woman”. I ritmi si fanno ancor più lenti, snervanti, mentre le chitarre si intrecciano per tessere, oltre al solito tappeto di riff graffianti ed arcigni, melodie solenni, sentite, cariche di un pathos ai limiti del contemplativo. Il solo posto in chiusura dona uno spiraglio meno soffocante con le sue brevi pennellate, prima di cedere alla voce l’ultima parola. “Bastard Steel”, dopo un incipit maestoso ed incombente, accelera improvvisamente per frustare l’ascoltatore con ritmi vorticosi. La traccia è la classica cavalcata, sanguigna e battagliera, fatta di riff incalzanti e una sezione ritmica che si sfoga – finalmente – un po’. Il rallentamento centrale che ospita l’assolo smorza la carica del pezzo per tornare a una dimensione più eroica e solenne, ma tutto viene spazzato via da una nuova raffica di riff che conduce al finale e sfuma nella successiva “Voyage of the Sunchaser”. Qui, al rumore delle onde si unisce un rintocco minaccioso, lugubre, che funge da ideale tappeto sonoro per le sinistre melodie tessute dalle chitarre. La canzone vera e propria parte poco dopo, dispensando ritmi vivaci ma meno arrembanti di “Bastard Steel” e giocando, invece, con un andamento meno sfacciato, forse un po’ troppo scolastico nel suo sviluppo ma comunque non privo di un certo fascino, tornando alle note minacciose giusto in tempo per la chiusura. Si arriva ora alla canzone che, nelle parole del gruppo, altro non è che l’ode degli Smoulder alla maideniana “Rime of the Ancient Mariner”. “Shadowy Sisterhood” incede con fare ieratico, raccontando la sua storia attraverso melodie sontuose e piene e ritmi lenti, sinuosi e cadenzati, guardati a vista da un basso in evidenza. La carica evocativa del pezzo si impenna nella parte centrale, più drammatica, salvo poi tornare alle velocità contenute che ai nostri piacciono tanto. Chiude l’album la lunga “Black Gods Kiss”, nove minuti permeati da un’aura incombente e maligna. L’atmosfera si sviluppa lentamente in qualcosa di oscuro, severo e inclemente grazie a melodie luciferine, sulfuree e ritmi marziali, minacciosi, capaci di instillare il giusto timore reverenziale. Il breve alleggerimento di questa morsa nell’ultima parte della traccia le dona quel quid di speranza che il ritorno dei tempi plumbei spazza via nel finale, contribuendo a porre il giusto sigillo ad un album decisamente ben fatto, pieno e rotondo. “Times of Obscene Evil and Wild Daring” guarda alle glorie del passato – e come non dovrebbe, visto il genere proposto – ma lo fa senza timore, riuscendo a non puzzare di stantio e a dispensare la giusta fierezza e fomento battagliero con un occhio moderno, proiettato al futuro. Come se non bastasse le canzoni che lo compongono sono solide, appassionate e dal tiro perfetto per fare breccia in più di un cuoricino. Naturalmente non aspettatevi qualcosa di anche lontanamente originale, qui troverete solo acciaio e sangue, ma in fondo a chi importa, quando la resa finale è di questo calibro? Di sicuro un gruppo da tenere d’occhio, intanto godiamoci questo gioiellino.

 
80