Recensione: Tormato

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Il punk e gli Yes. Due mondi lontanissimi che, per disgrazia dei primi, si scontrarono nel 1977. Ho fatto questo preambolo anche parlando degli Hawkwind, in questa sede lo riprendo perché si tratta di una considerazione inevitabile. Perché punk e prog sono due opposti che fino ai Mars Volta non si sono mai incontrati. Perché gli Yes il prog lo hanno inventato e lo hanno portato alle sue conseguenze più estreme arrivando a comporre ad esempio, un disco da ottanta minuti ripartito in quattro suite. Il punk però era di senso opposto. Niente più filosofia e metafisica orientale, niente composizioni elaborate, virtuosismi e suite. Il punk era selvaggio e ringhioso, era espressione di un momento difficile per tutto il mondo occidentale, dava voce alla rabbia di una generazione che era stata tenuta a freno per troppo tempo. Canzoni di massimo tre minuti e (forse) due accordi, tecnica minima o inesistente. Tutti i gruppi che avevano fatto la storia della musica settantiana ne risentirono e si adeguarono. Gli Yes probabilmente ne avrebbero fatto volentieri a meno, ma non era un'opzione contemplabile. Il punto dunque per i cinque inglesi era come adattarsi al nuovo stile. Per stessa ammissione di Squire e soci, quel "come" fu uno dei problemi principali che aleggiarono nello studio durante le registrazioni di Tormato, unito ad alcuni attriti interni alla band che di lì a poco avrebbe finito per sfaldarsi. E l'album non fu bagnato dal successo di pubblico antecedente, siccome tiepide furono le risposte dei critici.

Personalmente ricordo assai bene la prima volta che ascoltai Tormato, nel 2008 quando ero andato a vedere l'esibizione romana del gruppo. Per prepararmi spiritualmente avevo portato con me i tre classici che ancora non conoscevo, vale a dire questo disco, Drama e Going for the one. Forse che io ho sentito le versioni rimasterizzate, forse che io quando uscì il disco non avevo voce in capitolo, ma ho avuto la sensazione che la critica di allora avesse preso un abbaglio. Perché Tormato mi era parso nettamente superiore agli altri due album che avevo portato con me. Dunque aspettatevi una recensione atipica.

Sia ben chiaro che non si tratti di un nuovo Fragile, ma comunque la band, in questo suo nono full-length, aveva dato prova di potersi distanziare e dalle sue forme canoniche e dai manierismi esasperati di una Ritual (Nous Sommes Du Soleil). Sicuramente è un disco che prosegue la rottura iniziata dal suo predecessore, a cominciare dalla cover ad opera non più di roger Dean, ma di Hypgnosis. Meno incantata, più tecnologica, la copertina di Yes Tor, come doveva chiamarsi originariamente il disco in omaggio ad un colle del Devonshire, prevedeva immagini in bianco e nero sfumate in blu. Rick Wakeman non gradì e ci scagliò contro un tomato (pomodoro). Il che già dice parecchio sullo stato degli Yes al tempo. La foto con le chiazze dell'ortaggio però piacquero a tutti e divennero la copertina del disco, che per questo fu ribattezzato Tor-mato.

Ne viene fuori sicuramente un disco atipico dalle molte canzoni (8 più rejoice) di breve durata (sotto gli 8 minuti), con un ritorno spiccato a forme semplici di chiaro richiamo pop. Il disco si apre con l'ottima Future times, in odore di film di fantascienza, caratterizzata dalla sua atmosfera gioiosa e da una produzione che premia i toni sintetici delle tastiere.  Stesso discorso per la buona Madrigal, che cerca con buoni risultati di incrociare suoni futuristici e tradizione medievale. Altro pezzo molto buono è Circus of heaven, anch'essa bucolica e decisamente prossima alla prima parte di See all good people, ma il vero capolavoro di questo disco è Onward, ascoltare  entrambe queste song per credere e convincersi che gli Yes, lo avessero davvero voluto, avrebbero potuto di nuovo tirar fuori un grandissimo album di canzoni apparentemente semplici, ma comunque disciplinate. Stesso discorso si può fare per la conclusiva On the wings of freedom, a detta di molti l'unico pezzo salvabile del disco, in realtà comunque l'unica song in cui i nessuno dei cinque interpreti si prende la scena per lasciare le briciole agli altri quattro.

Ecco, forse è proprio questo il problema di Tormato, ovvero il fatto che spesso le tastiere di un Rick Wakeman decisamente svogliato (con delle buone ragioni peraltro) vengano messe in primo piano ed a sproposito in almeno un paio di episodi: se in Arriving of the UFO si rischia il dramma, nel singolo Dont kill the wave il dramma lo si centra in pieno, e la canzone è letteralmente rovinata dalla digressione di tastiere eccessivamente effettate. E pure Jon Anderson ha le sue responsabilità, dato che nel suo andare a preferire un cantato troppo acuto e quasi strillato risulta ai più fastidioso. Non che questo stile gli sia mai stato estraneo, ma in molti devono aver desiderato l'invenzione del fastforward su Release release, irritati dalle stridenti note raggiunte dal cantante.

Ciò detto però, a mio modesto parere non c'è nulla in Tormato di osceno, a parte il minuto di tastiere di Don't kill the whale. Anzi, Tormato nella mia personale classifica si piazza proprio dietro ai tre mostri sacri Close to the edge, The Yes album e Fragile. Forse non ha l'equilibrio di un Tales, ma non si perde in manierismi fini a se stessi (come anche Relayer). In secondo luogo, offre una elaborazione più compatta di quanto di buono fatto sentire in Going for the one. Ciò detto, l'insicurezza e gli attriti interni avrebbero fatto il loro corso, dopo questo disco Anderson e Wakeman se ne sarebbero andati, chi per più e chi per meno tempo.

Tiziano "Vlkodlak" Marasco

Sito ufficiale degli Yes

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