Recensione: Transience

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Questo è un album lento. Molto lento. Una gigante rossa che muore. Una vita in sospeso. Un’idea che si contorce. Il dolore. Senza fine inizio. Ti allunghi come spirito nelle tenebre e cedi al soccombere del tempo. Quattro giapponesi. Due album all’attivo. Due tracce per Transience. Ventuno e diciassette minuti l’una. Una sola entità: Funeral Moth. Nobuyuki Sentou se ne è andato da fondatore ma la verve rimane inalterata. L’attitudine non cambia. Il risultato è un spasmo prima di svenire. Un incubo materializzato. Un cuore che batte lento nella notte più buia. Chi ascolta funeral doom solitamente comprende il protrarsi. Questo album il tempo è stato inghiottito in un vortice di ineluttabile fragilità. Un buco nero. La sofferenza che incombe. Come un samurai i quattro tagliano l’anima creando distruzione. Lento. Lentissimo. Impercettibilmente comprendiamo lo svolgersi del disco a causa dei secondi che scorrono. Il tempo non muta. Il giorno non muta. Inadatto. Poche parole e molto impegno per comprendere cosa può riservare il nulla. Ritualistico. Un Mantra. Una processione dei morti senza fine. In lontananza le candele al vento che volano nel cielo. Le ombre afferrano la luce. Solo nero. Agonia e sofferenze che si uniscono per dichiarare i loro intenti. Tu soccombi disarmato. Una meditazione fine a se stessa probabilmente. Un pensiero interiore. Una dedica. Uno strappo nel vestito durante la corsa tra i boschi. Urla in lontananza. Senza respiro ti ritrovi caduto e sepolto. Azzannato dalle bestie. Ma nulla esiste. Sei solo. Tutto è sogno ma non ti risvegli. Non devi risvegliarti. Cosa rimanere alla fine? Il ricordo di un sorriso ora disperso. Se i Worship li veneri. Se i Profetus sono il sole a mezzogiorno. Se i Mournful Congregation sono troppo veloci. Se qualcosa esiste. I Funeral Moth come la morte cancellano. Diventano verbo. Parola. In declinazione infinita. Nulla ha senso. Nulla si delinea all’orizzonte. Gli occhi non si riaprono trentotto minuti dopo. Donare al disco più lento degli ultimi anni visibilità. Donare luce all’orrore. Aprire la strada verso nuove esperienze. Transience è l’oceano nel pieno del maremoto. Le onde arrivano ma sembrano piccole. Ti colpiscono e tu affoghi. Sembravano piccole da lontano. C’è studio e intenzione. C’è brama e desiderio. C’è vita vissuta e voglia di raccontare. Le vibrazioni della terra nei growl cavernosi. Cosa c’è da scoprire che ancora no avevo realizzato? Io merito? La musica continua a scorrere e muoio dentro. Morire. Dimenticare. Soccombere. Verbi finiti ma infinitamente necessari. Ricordare l’insensato vivere senza speranze. Tokyo non è solo i sakura in fiore e palazzi dai mille colori. Si raccontano storie d’orrore anche nel lontano est asiatico ma non fanno paura. Non c’è nulla avere paura. Non c’é nulla da avere. Non c’è nulla. Non c’é. Non. Il Funeral doom è uno status mentale. Non è una moda. Non è una disillusione. Non è un vizio di passaggio. E’ un credo. I Funeral Moth chiamano e l’abisso risponde. Due canzoni. Quattro musicisti. nulla da raccontare. Molto da vivere. Tu sei pronto? Oblio.

 

 
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