Recensione: Underworld

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È difficile, ma doveroso, ammetterlo: i Symphony X dei tempi d’oro sono ormai una realtà del passato.
La band del New Jersey nel decennio “barocco-mitologico” 1997-2007 ha regalato capolavori assoluti, partendo da The Divine Wings of Tragedy, passando per V (loro album migliore a detta di chi scrive), il pregevole Odyssey e finendo con il primo platter del nuovo ciclo sci-fi Paradise Lost.
Di lì in poi qualcosa non è più funzionato, complice la firma per Nuclear Blast?, le idee creative hanno iniziato a latitare, il guitarwork di Michael Romeo si è fatto meno ricercato e troppo thrash-oriented a discapito del lato progressivo. Iconoclast non è un disco memorabile, tutt’altro, e si salva solo grazie a due pezzi notevoli come l’opener e la traccia conclusiva “When all is lost”.

Dopo quattro anni, tuttavia, le attese erano molte, tanto più che Jason Rullo si è ripreso dall’infarto del 2013 e LePond, dopo aver sconfitto il morbo di Chron, lo scorso agosto ha pubblicato il primo lavoro solista, Mike LePond's Silent Assassins (niente di eccezionale a dirla tutta).
Spiace affermarlo, ma anticipando la disamina del nuovo disco, i più saranno delusi da Underworld, secondo album poco riuscito del combo americano. L’artwork, di nuovo a firma di Warren Flanagan, da questo punto di vista è emblematico: tra gothic e kitsch non illude troppo nei confronti della musica.

 Veniamo alla scaletta, undici brani dal minutaggio medio attorno ai sei minuti.
Tutto inizia con un canonico intro teatrale, che cerca di recuperare il dettato epico-esoterico dei primi Symphony X. Bisogna gioire? È presto per dirlo.
Nevermore” è un opener senza mezze misure, un vero pugno allo stomaco, come “Inferno” e “Set the World on Fire”, anche se non eguaglia gl’illustri predecessori. Il singolo, bistrattato da alcuni, in sé è un buon pezzo, con un refrain dalle linee vocali melodiche, accompagnate da arzigogoli chitarristici gustosi. Il sound ricorda quello di Paradise Lost, più thrash che progressive, tra bending sguaiati, le solite svisate di Romeo e riff tecnici (quello dissonante al quarto minuto sembra riportare il tempo indietro di una decina d’anni). Il finale di canzone è trascinante e godibile, quasi ricorda gli Andromeda.
Dopo un veloce glissato di basso inizia la title-track, di certo non uno dei migliori brani del lotto e, più in generale, della discografia degli americani. Colpa di strofe malfatte, giustapposte a un buon refrain. L’assolo di Romeo, comunque, non è da dimenticare, l’unisono con Pinnella anche: in definitiva un brano speed-power accettabile.
Without You” è una ballad senza infamia e senza lode. Se non fosse per Allen tutto si ridurrebbe a un brano anonimo e ripetitivo. Sono lontani i tempi di “The Accolade” e “Lady of the Snow”...
Kiss of Fire” spicca se non per inventiva, almeno per cattiveria. Collocato dopo un brano tranquillo, ribalta completamente le atmosfere, presentando lievi venature black, un LePond scatenato e un Romeo non da meno, il quale si scatena con ritmiche granitiche e tremoli disturbanti. Persino Rullo opta per un drumming con qualche parco blast beat.
Charon” vive di testi mitologici, un bridge e un ritornello ispirato, ma niente più. Allen è mirabile, Romeo insiste nel suo lato thrash tra palm mute e riff abrasivi. Brano troppo anonimo, anche se c’è un synth di sitar tra gli arrangiamenti. Il dialogo strumentale Romeo-Pinnella continua a funzionare, ma ogni volta ripropone il consueto duello di scale a velocità sostenute, senza vera innovazione.
Inizio narrativo per “To Hell and Back”, dove le tastiere dominano, con tinte anni Ottanta. Il brano più lungo dell’album include un bel break al quarto minuto e una seconda parte cattivissima, che ricorda Paradise Lost.
A conferma del difetto principale del disco, invece, la successiva “In My Darkest Hour” è un brano pesantissimo, con schiarite melodiche e testi triti e ritriti. La doppia cassa abbonda, LePond al basso intesse linee corpose, ma tutta resta anodino. Uguale freddezza chirurgica in “Run with the Devil”: il refrain è troppo esile, buoni invece gli unisoni chitarra-basso, che, insiemi ai tempi dispari, ci ricordano il lato prog. dei Symphony X. Pinnella resta in ombra, in un brano da headbanging e qualche richiamo AOR, ma nulla più. L’assolo di Romeo si rifà al maestro Malmsteen, non manca qualche sprazzo blues.
Qualche emozioni le regalano, invece, le ultime due canzoni.
Swansong” presenta un intro con pianoforte e richiama da vicino i fasti che furono del combo americano, che si sforza di comporre un pezzo evocativo, riuscendoci solo in parte. I tappeti armonici di Pinnella sono sempre azzeccati, ma Romeo resta il vero punto debole. Non bastano alcune sovraincisioni nel bridge per migliorare un refrain piatto. La sezione centrale voce-pianoforte non è male, l’assolo di Romeo questa volta colpisce nel segno con una giusta variatio. Il finale rockeggiante chiude un brano da toni chiaroscurali.
Legend” è uno dei migliori brani del platter. L’attacco progressive è al cardiopalmo con tempo dispari e Pinnella ancora retrò; il prosieguo è power con doppia cassa e ritornello catchy. A dire il vero l’ostinato modulato di chitarra che percorre il brano riprende idealmente quello dell’opener, creando un’azzeccata circolarità. LePond si conferma su livelli notevoli, l’ultimo duello Pinnella-Romeo stupisce e il chitarrista conclude il tutto con alcune scale vertiginose degne del miglior Petrucci. A quanto pare i Symphony X non mancano mai di aprire e chiudere un proprio album con pezzi sopra la media.

Dopo il track-by-track tiriamo le somme.
Michael Romeo, intervistato qualche tempo fa, ha rivelato che il nuovo album sarebbe piaciuto ai vecchi fan: basta, però, l’intro per capire come il gruppo americano punti sulla riproposizione del proprio trademark, senza ulteriori innovazioni, anzi profondamente semplificato. Niente più venature barocche, armonie oscure, niente eclettismo. Tutto suona scontato e in tracklist, a ben vedere, spiccano solo “Nevermore”, “Kiss of fire” e “Legend”.
Viene da chiedersi cosa resti del significato del moniker, laddove il lato “sinfonico” è scomparso e anche la componente d’imprevedibilità (la famosa X).
Tra momenti di limitato autocitazionismo (vedi “Swansong”) e duelli chitarra-tastiera spesso fotocopia, stupisce l’assenza del tipico sintetizzatore di Pinnella (per intenderci, quello che apre “Rediscovery”), il quale propone un diverso campionario di suoni. Promosso LePond; Jason Rullo picchia duro, però manca d’inventiva. Allen si mantiene su livelli d’eccezione, ma da solo non può risollevare le sorti del gruppo, a differenza degli Adrenaline Mob, che vivono di ben altro sound.
La produzione è quella tipica del roaster Nuclear Blast, ma da questo punto di vista i Symphony X non hanno mai brillato troppo.
In definitiva un album solo discreto per una band così importante, un album, altresì, poco progressive e parecchio heavy, utile per gasarsi quando è il caso, ma con poca longevità. Speriamo in un futuro migliore per la “sinfonia sconosciuta”…

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 

 
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