Recensione: Ungod

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«Spesso la semplicità paga».

Sarebbe questo il motto ideale per descrivere appieno il suono putrido e senza fronzoli dei Morgoth.

Questo full-length è il segno del ritorno decisivo dei Morgoth sulle coordinate del death metal più diretto e trascinante: il combo teutonico ritorna alla grande dopo ben 19 anni dopo il suo ultimo, comunque non disprezzabile per il sottoscritto, “Feel Sorry For The Fanatic” dove dietro uno stravolgimento della grafica del moniker ed una copertina realizzata in pieno Ministry-stile, si reinventava come combo di industrial metal.

Ma, aldilà del mio personale apprezzamento, quel disco dal titolo spiritoso ha comunque rappresentato una scivolone nella fino ad allora decente carriera discografica dei Morgoth: chi scrive ha forgiato nel proprio animo l'inimitabile sound dei due platter che precedettero quell'opera aliena, vale a dire il supremo debutto “Cursed” ed il diabolico e grezzo “Odium”, per me vero e proprio apice artistico di questi ragazzi tedeschi.

È di questi Morgoth che voglio parlare quindi, quella formazione dal sound crudo e fottutamente death, quell'ensemble che è sempre stato catalogato, a quanto sembra sin dagli anni d’oro, come realtà musicale di serie B all'interno della scena death metal.

Eppure l'impatto viscerale ed all'arma bianca di quei due full parlavano chiaramente riguardo le intenzioni soniche bellicose della band, ma non sempre, come ben sappiamo, si diviene profeti di qualcosa anche se si è veramente bravi a profetizzare il proprio credo ed i Morgoth son stati uno di questi profeti.

Oggi quei profeti tornano alla carica nel migliore dei modi con questo “Ungod”, loro ultima fatica in studio, fatica che spero riscatterà in maniera definitiva le loro gesta al cospetto del grande pubblico: stiamo parlando di un album realmente maestoso, dall'impatto monumentale, che per stile e produzione potrebbe essere tranquillamente un disco uscito nella prima metà degli anni '90, una gemma fuori dal tempo dall'impatto talmente magico e trascinante che colpirà al cuore ogni buon deathster, statene certi.

Il disco è assolutamente degno di nota, fruibile dall'inizio sino alla fine, dove brani di pregevole caratura quali “Voice of Slumber” (dall'impatto pesantemente anni '90) e “Nemesis” (vagamente Obituary-style nelle strofe ma con aperture melodiche che poi ricordano a tutti che quelli a suonare sul disco sono i Morgoth) si uniscono senza alcun problema di sorta alle due strumentali, la title-track e la conclusiva “The Dark Sleep”, creando un'opera complessiva dai risvolti pesanti ed oscuri come raramente si è potuto ascoltare in questa ultima decade spesso attempata da produzioni troppo moderne o soluzioni che accennavano al voler tentare qualcosa di 'pericolosamente' nuovo, ma spacciato come 'moderno'.

I tedeschi hanno già rimarcato da parte loro questo 'errore di percorso' e quindi oggi è giunto il momento di pestare alla grande come agli inizi, usando lo stesso spirito di allora, e persino lo stesso sound. Che ci crediate o meno, qui siamo al cospetto di un capolavoro e spero che gli anni a venire mi diano ragione, motivo per cui per ora mi limiterò con il voto, restando sotto il range massimo di quella che è la nostra scala di valutazione. Per me si tratta della più riuscita release death di questo 2015 e conoscendo i miei gusti difficilmente qualcuno riuscirà a spodestare questi ragazzi dal trono.

Bentornati Morgoth!

Giuseppe "Maelstrom" Casafina

 
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