Recensione: Unrelenting Power

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I Katacomb sono nati nel 2010 in Finlandia con l’intenzione di suonare un Thrash violento ed immediato. Unrelenting Power, che segue l’EP Into the Katacombs, è il loro album d’esordio, pubblicato autonomamente il 26 ottobre 2015 e riproposto via PRC Music.

La band che ci troviamo di fronte è sicuramente preparata, conosce i propri strumenti e, cosa non da poco, esprime un cantato magari non pulitissimo, ma neanche grezzo od alla ‘vai come viene’ come fanno, purtroppo, tanti gruppi odierni.

Il sound riprende i prodotti più violenti degli anni ’80 quali Aggression, Dark Angel, Slayer più un qualcosa dei Nuclear Assoult e degli Exodus prima maniera e lo fa con molto rispetto per queste icone del Thrash, anzi, forse troppo, mancando, nel songwriting, una qualsiasi forma di originalità o di ricerca della novità, dando, alla fine, l’impressione del ‘già sentito’.

Nonostante questo l’album è più che godibile e lo si ascolta volentieri; semplicemente assomiglia un po’ troppo a quanto già fatto da altri nel passato e non ci si deve aspettare nessun picco di eccellenza o tracce particolari.

Per cui tanta velocità e violenza, con una ritmica aggressiva ed instancabile, ma pochissime variazioni nelle linee sonore e cambi di tempo ridotti all’osso; soprattutto, nessun assolo, neanche minimo, a rompere le strutture o creare melodie di collegamento.

Parlare di ogni singola traccia non serve, avendo più o meno tutte le stesse tessiture: velocità iperluce e trascinante che riprende nelle strofe, refrain ridotto, breve rallentamento centrale e ripresa.

Spezza un po’ il tiro la quarta traccia ‘Rising from the tombs’, basata su una cadenza potente ed un refrain rallentato; per non distaccarsi troppo dalla tematica principale dell’album finisce con un’improvvisa accelerazione che toglie il fiato.

Un minimo di differenza la si percepisce anche nell’ultimo pezzo ‘Into the Katacomb’, di durata praticamente doppia rispetto alle altre (otto minuti contro una media di circa quattro minuti per la maggior parte delle altre), ma proprio minima, iniziando con una batteria enfatica ed un riff oscuro e cadenzato. Poi, dopo uno stop riparte la solita velocità ’smodata’, che però viene intervallata da sfumature mosh e riff alla Black Sabbath di ‘Children of the Grave’.

Questo pezzo fa ben sperare che nel futuro i Katacomb assumano un’identità più personale, altrimenti rischiano, nonostante un talento ammirabile come musicisti, di far perdere il proprio lavoro tra le centinaia di CD che poi vengono dimenticati perché impilati uno sull’altro e lasciati sui mobili.

Il giudizio che si esprime è comunque positivo, trattandosi di un album composto da buone tracce, solo non originali.

 
60