Recensione: Wonderworld

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Gioielli imprevisti che appaiono d’improvviso, quando meno te lo aspetti.

Sempre in attesa del colpo gobbo di qualche big, dell’album sensazionale di un nome arcinoto, della perla rara di un artista dalla fama planetaria.
Poi capita che ti arriva una mail che annuncia il nuovo ed inaspettato side project di un eccellente singer tricolore, aumenta la curiosità…ed eccolo lì, il dischetto che ti si piazza nello stereo per settimane e non ne esce più, monopolizzando gli ascolti.

L’hobby spesso ingrato del recensore di album ha, talvolta, dei risvolti piacevolmente positivi. Dopo tutto, l’occasione di apprezzare le release di buone band spesso sconosciute ed agli esordi è un privilegio piuttosto interessante.
Se è pur vero che le onde di un mare infinito portano spesso anche detriti di scarso valore, è altrettanto pacifico come possa – di contro – accadere di trovarsi per le mani materiale di lusso assoluto. Un po’ come accaduto in occasione di questo “Wonderworld”, notevolissima prima uscita di un gruppo tutto nuovo dietro il cui moniker si celano il talento di Ken Ingwersen (eccellente chitarrista dei sempre troppo sottovalutati Street Legal), Tom Fosshein (membro stabile dei Live Fire e della formazione dell’ex Uriah Heep, Ken Hensely) e soprattutto del “nostro” Roberto Tiranti, magnifico singer ligure dal curriculum chilometrico che, poco dopo essere uscito dai celebri Labyrinth si butta nella mischia con un progetto ambizioso e carico di grande fascino. Ricco di appeal quanto può esserlo l’hard rock più sincero e “vero”, fatto di suoni concreti, attitudine “antica” e pochi artifici.
Come definito dagli stessi autori, “solo puro ed energico hard rock, senza tastiere e con un pizzico di follia”. E, aggiungiamo noi, parecchio “cuore”.

Il sound, infatti, è quello un po’ arcaico e pieno di sapore della classicità: un mix conturbante di rock settantiano, riflessi purpleiani, profondità alla Thin Lizzy e lampi dei Rainbow.
Il tutto condito da una voce che, semmai fosse stato necessario, riscopriamo tra le migliori in ambiti nazionali ed internazionali. Versatile, espressiva, capace di variare registro e di fornire non solo le note adeguate ad adornare la melodia, ma pure un’interpretazione, un carattere ed una vera e propria immagine ai suoni che la circondano.
Non ce ne vogliano i tanti altri, ottimi, frontman della scena tricolore attualmente attivi: con ogni probabilità Tiranti ha, in questo senso, qualcosa in più. Un’anima da rocker puro che, in effetti, non meritava di rimanere confinata solamente in ambiti power ma esigeva piuttosto un palcoscenico più ampio come quello che solo l’hard rock sa fornire ai virtuosi del microfono.
Ricordiamo, parecchi anni or sono, di aver assistito ad un live show di Glenn Hughes in quel di Genova in cui, lo stesso Tiranti, era apparso in qualità di guest e corista. Ecco, proprio al grandissimo “funkmeister” ci sentiamo di accostare il singer genovese in occasione di questa opera prima dei Wonderworld (non a caso, i due sono accomunati non solo dall’uso delle corde vocali, ma pure dal basso elettrico…).

Eccessivo?
Sarà sufficiente prestare un orecchio fuggevole all’opener e title track per averne presto resoconto: una melodia funky-blues sorretta dalla chitarra esuberante di Ingwersen e dal drumming preciso di Fosshein su cui Tiranti fa un po’ il proverbiale “bello e cattivo tempo”.
Il peculiare stile di Ingwersen è però protagonista con le successive “Break The Chains”, “Surrender” e "Every Now And Then", tracce dai tratti sornioni che rimembrano il grande amore del guitar player norvegese per i Thin Lizzy, per l’hard rock vigoroso e le armonie a tratti notturne ed emozionali. Atmosfere su cui la band fonda gran parte del proprio immaginario, lasciando campo a linee vocali sempre appassionanti e coinvolgenti.
Niente male poi, l’idea di proporre una cover di “Voices”, celebre brano del 1984, originariamente scritto e cantato da Russ Ballard. Una linea trascinante già da par suo, su cui è di ampio godimento l’assistere alle evoluzioni vocali del sempre più convincente singer ligure.

Altra prova d’autore del power trio al completo arriva poi con la doppietta centrale “Noone Knows” e “The Sound Of The World”, tasselli antitetici nella forma, eppure decisivi e determinanti nel decretare il successo pieno dell’operazione Wonderworld.
Lentaccio da cuori infranti la prima, turbinio funkeggiante la seconda, sono il teatro ideale mediante cui raccogliere gli indizi perentori della verve proteiforme del gruppo italo-norvegese, perfettamente a proprio agio in ambedue le circostanze.
Suggello ad un album maiuscolo, la successiva “A New Life” si prospetta invece quale episodio di miglior spessore dell’intero lotto di canzoni, in virtù di un approccio in cui l’eleganza delle armonie si lega con la prova magistrale dei singoli, per un pezzo che – tanto per restare in tema – avrebbe fatto bella figura pure in un cd proprio di Glenn Hughes.

Potrebbe bastare così, tuttavia nel finale ecco manifestarsi due ulteriori passaggi intenti a miscelare energia funky rock e raffinatezza blues.
“Hero Without Stains” è un brano in cui Tiranti può metaforicamente gettare la maschera in via definitiva: I gorgheggi, le arie, lo stile sono carichi di personalità…ma l’impronta dello zio Glenn è qualcosa più di un semplice alone passeggero. La dolcissima “Kissing The Sky” assume infine il ruolo di ultima delicata “ninna nanna” prima di un amabile commiato: una melodia zuccherosa dal taglio gentile che culla vero il termine di un disco di qualità, innervato da tutte quelle che sono le caratteristiche ad identificarne la natura superiore.

Ottime melodie, tecnica ineccepibile, voce stupenda e carattere “sincero”. Ma soprattutto musica “vera”, di quella fatta e suonata con il cuore. Di quella che, spesso, solo un certo tipo di hard rock dai colori vagamente retrò e dal gusto antico, sa costruire e consegnare ai posteri.

Esordio convincentissimo, insomma. Soprattutto per chi, come il sottoscritto, dell'hard di matrice seventies non potrà ne vorrà mai fare a meno!

 
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