Recensione: Worship Death

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Segni di instabilità mentale dovuta a stress da composizione estrema gli australiani Eskhaton li avevano già dati nel loro primo album “Nihilgoety”, risalente al 2011. Considerando che la band si è formata tra Melbourne e Victoria l’anno precedente c’è da dire che il quartetto ha lavorato sodo e non solo, perché in pochissimo tempo ha rodato una macchina assassina che mette a dura prova i nervi e i sensi di chi li approccia, non escludendo i più convinti sostenitori dell’estremo.

Il nuovo “Worship Death” riporta la mente indietro al 1960, quando un sassofonista proveniente dal Texas sconvolse l’intero panorama del jazz, proponendo (con un sax di plastica!) un doppio quartetto che registrò quello che sarà il futuro manifesto della musica afro-americana dal titolo evocativo quanto provocatorio: “Free Jazz”. Due sole tracce della durata totale di trentasette minuti, in cui chiunque non abbia dimestichezza con l’avanguardia, sarà in preda al panico dopo i primi due minuti, e costretto ad abbandonare la nave al terzo. Un frullatore di idee, in cui i due quartetti si danno battaglia continua, senza (apparentemente) alcuna regola che porga una tregua temporanea.

Una scossa nel panorama che fino a allora non aveva mai assistito a una ‘roba’ del genere, e figuriamoci se avesse avuto fortuna nello stesso periodo in cui fu registrato. D’altronde, come tutte le grandi rivoluzioni in ambito culturale, i frutti (qualora nasceranno) si contano col passare degli anni.

Qualcosa del disco di Ornette Coleman ha a che fare con i Nostri, che si prodigano a costruire un disco che a come base l’annichilimento continuo e costante dell’ascoltatore Un continuo martellamento che vede la batteria di Whirlwindead dettare (per quanto il termine sia appropriato) i tempi, in continuo mutare e in continua evoluzione, che non trovano requie mai e poi mai, neanche nella cortissima “Deifire”, apparente brano da ‘degenza’ post operazione.

Impensabile parlare dei singoli brani, un marasma in cui gli strumenti sono trattati in maniera brutale, aggressiva, pronti a tirar fuori il pensiero malefico della band, che ha radici profonde, come l’ugola di Invokocide, che non risparmia nessuno sulla sua strada. A fronteggiarlo la sua stessa chitarra in coppia con Hammerkill, sfidando l’atonalità e i canoni del classico death metal (di veri e propri riff possiamo contarli su due mani). L’“Outro” che chiude questa tempesta di chiodi è un ricordo, seppur lontano, a quel Free Jazz menzionato inizialmente.

Gli Eskhaton sono l’ennesima band che tiene viva la scena estrema australiana, e, a mio avviso vanno annoverati tra le future band che daranno filo da torcere al mondo del metallo rovente, insieme ad act quali Ignivomous, Portal e Vomitor.

Worship Death: Caotico, abissale e oscuro.

Vittorio “versus” Sabelli

 

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