Recensione: In My Head

Di Andrea Bacigalupo - 21 Novembre 2025 - 8:30
In My Head
Band: Kill Ritual
Etichetta: Massacre Records
Genere: Heavy 
Anno: 2025
Nazione:
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70

Tornano gli statunitensi Kill Ritual con ‘In My Head’, sesto e nuovo album disponibile dal 21 novembre 2025 via Massacre Records. O meglio … torna la metà dei Kill Ritual, visto il pesante taglio che la formazione ha subito rispetto a ‘Kill Star Black Mark Dead Hand Pierced Heart’, il Full-Length precedente del 2022.

La lineup che ha inciso ‘In My Head’ è quindi rimasta un duo: Steven D. Rice, che ha fondato la band nel 2010 e che nell’album suona chitarra, basso e tastiere, si occupa delle voci secondarie nonché del songwriting, degli arrangiamenti e della sua produzione e poi Seamus Gleason, entrato nel 2017, che suona la batteria. Il canto è stato invece affidato al session man Judas (Tomasz Świdrak).

In My Head’ espone un robusto Heavy Metal di forma classica, che richiama principalmente Judas Priest, Riot (la cui anima è evidente soprattutto in alcuni passaggi armonici di twin-guitars) e Accept, con l’aggiunta di qualche vampata abbagliante in Thrash style.

Il songwriting è dinamico quanto crudo e si muove come un gatto selvatico dentro un’atmosfera densa e cupa, che a volte si addensa a tal punto da diventare quasi mefitica.

Follia e sete di vendetta, ma anche amore e voglia di sopravvivere, ‘In My head’ fa un percorso che si addentra nelle zone più oscure di questi stati d’animo con intensità viscerale per mezzo di un’aggressione sonora disturbante e stordente.

Riff e melodie, velocità e tempi medi si intrecciano in un buon susseguirsi, rendendo l’ascolto variabile e mai scontato.

Ci sono pezzi alquanto tormentati, come la Title-Track, le cui linee sferzanti ed i riverberi vocali danno una chiara idea della confusione che attraversa la mente dei protagonisti della storia (i malati mentali che subiscono abusi e torture nei manicomi) e la conclusiva ‘Our Elegant Demon’.

Altri sono spediti ed urgenti, come ‘Shadow On Your Grave’ e ‘More Than Pain’, oppure incedono con forza marziale dentro una nebbia compatta e fumosa, come ‘I Paint in Death’, mentre altri ancora sono agitati come dei torrenti in piena, come ‘My Love is Hate’ e ‘Fire Bird’.

Tutte canzoni robuste ed intransigenti, anche la più orecchiabile (‘1000 Years’), ricche di cambi di scena e colpi ben assestati, dotate di assoli emozionanti e cantate con una voce robusta di buona estensione e teatrale, che urla un po’ tanto a dirla tutta, ma ci può stare.

La loro pecca è l’arrangiamento. In ‘In My head’ abbondano sovraincisioni e sovrapposizioni che vanno oltre quel dare disturbo per tenere alta la tensione … danno fastidio proprio all’orecchio.

Strofe che partono prima che finisca quella precedente, grida che escono dal nulla, voci ritorte sparate tutte assieme e linee di chitarra che si innescano l’una sull’altra come se ci fossero 7 musicisti a suonare contemporaneamente … sì, tutto molto sofisticato ma anche esagerato, soprattutto perché la produzione, relativamente e volutamente sporca, si va a scontrare con una ricerca sonora così complicata. Vero che gli artisti volevano creare paesaggi cupi ed inquietanti all’interno di un mondo mentale traumatico ed avvolgente ma, alla fine, tutte queste contorsioni, se da una parte spingono con forza dentro il buio, dall’altra svalutano i brani, la cui qualità di scrittura, invece, è molto alta.

Concludendo, ‘In My Head’ è un album buono ma che poteva riuscire meglio … peccato. Vale la pena comunque ascoltarlo perché il metallo incandescente che contiene è in ogni caso parecchio.

L’album è stato mixato e masterizzato da Andy LaRocque (King Diamond) al Sonic Train Studio in Svezia, mentre l’artwork è di Jobert Mello (Sledgehammer Graphix).

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