Recensione: Pachinko

Di Roberto Gelmi - 24 Dicembre 2025 - 12:00

Il 2025 sta per finire e tra gli album progressive dell’anno possiamo includere l’ultima uscita in casa Moron Police. Il quarto album della band norvegese nata nel 2008, infatti, è un capolavoro che compare in diverse top ten dell’anno ma meriterebbe maggior visibilità. Parliamo di prog rock con venature metal, a tratti vicino alla potenza degli Haken, ma anche forte del surrealismo e di un ventaglio sonoro variegato che lo avvicina al lato clownish di questo genere musicale. Basti guardare l’artwork, che mostra un triceratopo vegetalizzato dalle mille nuances per farsi un’idea. I testi del concept sono opera del cantante Sondre Skollevoll e l’album è coprodotto da quest’ultimo e dal tastierista Lars Christian Bjørknes.

Pachinko (se non sapete il significato del termine rimando alle serie tv omonima di Soo Hugh) racconta la storia di un personaggio che si trasforma in una macchina pachinko senziente a Tokyo. Questa metamorfosi sta a indicare la perdita di controllo personale e il viaggio attraverso la vita come se fosse un continuo gioco d’azzardo tra ricerca di senso e caos. A livello più profondo, l’album affronta inoltre temi esistenziali come l’identità, la sottomissione alle forze esterne (la società, il Capitalismo), la ricerca di significato, e la relazione con una divinità assente o dimenticata. A tutto questo vanno aggiunti elementi di assurdità e umorismo che si intrecciano con parti molto emotive e sincere, creando un effetto di sicuro impatto. L’album, infine, è anche una sorta di tributo in quanto dedicato alla memoria di Thore Omland Pettersen, il batterista del gruppo che è venuto recentemente a mancare: questo influisce sui temi affrontati dal concept che diventa una sorta di tappa nell’elaborazione del lutto vissuto dalla band.

L’avvio del concept è a dir poco sopraffino. “Nothing Breaks (A Port Of Call)” inizia con note di sintetizzatore e pianoforte per poi dar via libera al rock potente e cristallino dei Moron Police (ci sono anche inserti di banjo!). La voce di Sondre Skollevoll è calda e accogliente al punto giusto, riesce a farci familiarizzare subito con la trama messa in musica. Con un opener simile proseguire l’ascolto del platter è doveroso, non sappiamo fin dove si potranno spingere musicisti tanto inventivi. Nemmeno a dirlo e la breve “Alfredo And The Afterlife” fuga ogni dubbio con parti di tromba e un ritmo funky che dire trascinante è poco. Le ritmiche sono al limite del metal, i tempi dispari si sprecano. Da notare il fatto che non ci sono assoli o tecnica esasperata, tutto scorre in modo naturale e ogni arzigogolo sonoro impreziosisce il sound dei norvegesi senza risultare stucchevole. Si lascia ascoltare anche la semi-ballad “Waiting Around For You”, specie nel finale impreziosito dal sax.

Prima del nucleo centrale dell’album (rappresentato dalle titletrack) c’è spazio per la coppia di brani “Cormorant” e “Make Things Easier”. Il primo contiene una sezione a dir poco geniale, con blast beats accostati a melodie di tastiera celestiali: ascoltare una cosa simile in un disco progressive non è scontato, anzi… Il secondo è una ballad cullante con parti di violino che non stonerebbero in un disco dei The Flower Kings.

La band dimostra di saper gestire al meglio i cambi di dinamiche, infatti dopo un momento così rilassante segue l’avvio al fulmicotone della title track (15 minuti di durata totale divisa in due parti). “Pachinko, Pt. 1” è la quintessenza del sound targato Moron Police. C’è positività, energia, voglia di stupire e incantare: mutatis mutandis sembra di ascoltare gli Haken più ispirati e sbarazzini. Non fatevi ingannare dall’apparente facilità di certi passaggi, ci sono diverse finezze da scoprire e la longevità di un brano come questo è notevole, potremmo ascoltarlo tranquillamente in loop una decina di volte. All’inizio del settimo minuto, ad esempio, c’è un inciso con cambio d’atmosfera, che vira verso l’arabeggiante, creando un effetto di stupore assoluto; mentre al nono il ritmo impazzisce e le parti vocali creano un caos controllato decisamente prog. Più che un unico brano, insomma, parliamo di un intero ventaglio sonoro condensato in una suite deliziosa, vicinissima al capolavoro. Il Pachinko, del resto, è un gioco ipnotico e al limite della follia. Il concept si presta alla descrizione dell’animo umano e delle sue pazze emozioni. Nella seconda parte della suite si alternano così strofe soavi ad altre cacofoniche e grottesche. Sembra di essere catapultati in un anime, tra luccichii, sogni a occhi aperti e wishful thinking vari.

Questa dimensione onirica continua nella successiva “King Among Kittens”, brano che conferma la continua ricerca melodica della band, con alcune concessioni a certo sound anni Ottanta (tributo già presente in Affinity dei già citati Haken) e la presenza del sax che è un sicuro valore aggiunto.

Gli ultimi venti minuti del disco non concedono spazi alle critiche e non presentano cedimenti. “Take Me To The City” è un pezzo arrangiato magistralmente, le parti strumentali sono una goduria, l’affiatamento della band è invidiabile, l’originalità non manca mai. L’inizio di “The Apathy Of Kings” ne è ulteriore esempio. Parti di doppia cassa, incedere impetuoso, sintetizzatori maestosi… cosa chiedere di più? Siamo ben oltre la metà del minutaggio complessivo del platter ma non ci siamo accorti del tempo trascorso, anzi vorremmo l’ascolto non finisse mai. Purtroppo, però, mancano solo poche canzoni, per una decina di minuti che sono il giusto epilogo della storia narrata fin qui. “Hanabi” è un intermezzo per solo sintetizzatore, che serve a introdurre “Okinawa Sky”, altra traccia che strizza l’occhio agli Eighties ed è priva di chitarre. “The Sentient Dreamer” è una delicata elegia per voce e pianoforte, veramente da brividi. Ma l’album non si chiude in modo mesto, anzi. Le ultime note sono quelle di “Giving Up The Ghost”, pezzo rock distensivo e che dà la giusta carica. Le ultime note di batteria, inoltre, sono opera del compianto Thore Omland Pettersen, cui è dedicato il full-length.

In sintesi, Pachinko è un album che mescola un concept narrativo bizzarro e affascinante con introspezioni profonde sulla vita, il destino e il ricordo di chi non c’è più, il tutto incorniciato da una scrittura musicale ricca e dinamica. La qualità degli arrangiamenti è legata anche al grande numero di ospiti chiamati a raccolta e all’intento di lasciare il segno con un album che deve essere l’invito per ogni ascoltare a riscoprire la breve ma intensa discografia dei Moron Police. Non resterete delusi!

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Band: Moron Police
Genere: Progressive 
Anno: 2025
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