Recensione: BlackStars
We are the Power, we are BlackStars!!!!
Se c’è una cosa che i promoters e le labels statunitensi di inizio anni ’80 sapevano era che il Metal, che si stava insinuando dall’Inghilterra, tirava … eccome … si doveva solo trovare il modo di trasformare tutto quell’acciaio in oro. Ma come? Allargando al massimo la sua fascia di ascolti, sgrezzandolo di quella patina di esclusività che lo rendeva un prodotto di nicchia.
Serviva una via di mezzo … smorzarne gli estremi … sfumare l’essenza malvagia che avvolgeva l’allora nascente movimento Thrash e rendere meno sconcia e sfrenata quella che era la scena Glam.
I produttori cominciarono ad utilizzare elementi tipo i tappeti di tastiere per riempire ad ammorbidire i suoni, chiedevano voci più melodiche ed imponevano negli album la presenza di sempre più ballads da rimorchio.
I promoter, dal canto loro, dettero una riordinata all’aspetto delle band, perlomeno a quello esteriore … MTV aveva le sue regole: escluso qualche eccezione, trasmessa, ad esempio, durante l’Headbangers Ball, nella maggior parte dei video i musicisti dovevano sembrare selvaggi, ma anche puliti, anticonformisti, ma non incivili, cappelloni, ma che tenevano al loro aspetto, insomma, “ragazzacci” che piacevano anche alle mamme e che i papà non volevano prendere a fucilate.
L’Heavy Metal era stato adattato per il mainstream … il veicolo pubblicitario per eccellenza.
A questo nuovo movimento si doveva dare un nome di rapido effetto e cosa c’era di meglio se non prendere spunto dalla voluminosa acconciatura di moda all’epoca e che, più o meno, portavano tutti, soprattutto i musicisti e che fece la fortuna di un sacco di parrucchieri (e di produttori di lacca)? “Hair Metal”, ecco lì, bello e pronto.
Al di là di questo e delle sottili polemiche sui motivi economici (d’altronde, “nessuno fa nulla per nulla”) l’Hair Metal produsse parecchio, sia in America che, di riflesso, in Europa: Dokken, Ratt, Great White, Bon Jovi, Winger, Def Leppard nella versione post NWOBHM, Europe … giusto per citare i primi nomi che saltano in testa, hanno realizzato tutti ottimi album e c’è pure stato un momento in cui molte band dal prodotto altamente siderurgico cercarono di approcciare questa strada più commerciale … non sempre riuscendoci e per più tardi tornare indietro, come, ad esempio, i Judas Priest con ‘Turbo’, i Saxon con ‘Rock the Nations’ o gli Accept con ‘Eat the Heat’.
I nostri BlackStars, con l’EP omonimo, vogliono rendere omaggio a questo periodo di particolare creatività.
La band è formata da musicisti che calcano i palchi da parecchio e con esperienze in più campi: il chitarrista Max Adams, ex Love Machine, il cantante Tony Pecere, ex Crimson Dawn, il chitarrista/tastierista Alberto ‘Wolfie’ Presotto, ex Opera Noire, il bassista Walter Soresina, ex Crossbones ed il battersita Folkert Beukers, ex Chris Holmes (anche se sull’album dietro le pelli c’è Sergio Masperi, presente anche sul video ‘Dead Shots’).

Cosa possiamo aspettarci da artisti che spaziano abitualmente tra Heavy Metal, Power, Gothic e Groove? Un album di Hair Metal, appunto, anche se in questo caso, viste le capigliature attuali, il termine “Hair” potrebbe essere fuori luogo (ma chi scrive ad utilizzare l’altro termine usato – Pop Metal – proprio non ce la fa).
Scherzi a parte, che si spera i BlackStars vogliano perdonare, questo EP esce bruscamente dal nostro tempo e s’immerge completamente in quel periodo, con all’interno quel filo nostalgico che però ne esalta la grinta, annullando l’intervallo storico di oltre quarant’anni. Per una mezz’oretta abbondante il viscerale sound che esce dai solchi fa ricomparire i colori, gli atteggiamenti ed anche quel senso di spensieratezza e di spregiudicatezza che pervadeva l’epoca, magari non sempre sincero ma tangibile … i problemi erano grosso modo gli stessi di oggi, ma sembrava che l’Hair Metal riuscisse perlomeno per un po’ a metterli da parte … la sua musica, in qualche modo, scacciava la negatività.
In altre parole ‘BlackStars’ è un album positivo … è una scaletta di 7 brani vivi ed invasivi, pieni di forza e vigore ma anche altamente melodici ed orecchiabili, pieno di chitarre robuste, ritmiche pulsanti e poi refrain epici, cori anthemici, assoli vibranti e momenti sensuali … tutto quello che serve per far scorrere una decisa vitalità, con anche un po’ di tastiere riempitive per amalgamare i suoni elettrici senza però sovrastarli (chi scrive è del periodo “No Synthesizers!” e non gradisce molto le orchestrazioni, ma, in questo caso, fa un’eccezione).
Non c’è nulla di nuovo, non ci deve essere, ma l’EP non è neanche una serie di cliché od un insieme di scopiazzature: è un prodotto nuovo, genuino, che sta bene sia uscito oggi.
I 7 brani sono, grosso modo, di pari qualità, si citano ‘Dead Shots’ epica e grintosa, la granitica ‘Hot Blood’, la veloce e ritmata ‘Love ‘n’ Affection’, la cangiante e trascinante ‘Welcome to the Show’ e la decisa ‘I Can’t Live Without You’. In controtendenza non c’è una vera ballad, ‘Nothing is Lost Forever’ è un po’ più dolce rispetto alle altre ma rimane comunque un pezzo ad alta temperatura.
Anche la copertina è in sintonia con il tempo passato, oggi nulla scandalizza più e Netflix ci ha abituato a ben peggio ma all’epoca avrebbe fatto saltare dalla sedia Tipper Gore e tutto il suo PMRC, procurando a BlackStars un bell’adesivo “Parental Advisory”.
Concludiamo: buona band, bel lavoro … ulteriore testimonianza di quanto le radici di quegli anni siano profonde e ben piantate. Aspettiamo un secondo album e speriamo di vedere l’energia impressa su di esso direttamente dal vivo.
