Recensione: Héréditaire

“Héréditaire“, e la formazione greco/tedesca Unverkalt propone il terzo full-length della sua carriera, cominciata nel 2017.
Un concept-album, in particolare, in cui ogni brano mette alla luce anneriti ricordi, traumi e sofferenze che funestano la vita degli esseri umani, e che incombono come fantasmi: invisibili, eppure perennemente presenti.
Legandosi al tema suddetto, la musica trova la via di una predominante tristezza. Sofferta come quella appena citata, multiforme nelle sue propaggini sonore le quali offrono una moltitudini di visioni nitide, profonde, sì da assumere la definizione di cinematiche. La morbidezza/durezza che capeggia nel sound, ma non solo, porta ad accostare il disco al post-metal.
In questi anni, molte band metal hanno assunto come obiettivo principale la volontà musicale di evolvere, di camminare in avanti. Di staccarsi, quasi, dal genere natìo. Dando così vita all’avverbio latino post che, come si può intuire, significa dopo, successivo. Post-black, per esempio, ma anche post-doom, post-grunge e, ovviamente, post-metal. Che, più in generale, assomma a sé una certa parte della grande, immensa famiglia del metallo.
Certa, poiché la vicinanza al già menzionato post-black fa del post-metal un parente assai prossimo se non intimo al metal. Una specie di … cugino, insomma. Questo per dare l’idea di cosa si possa rinvenire nei solchi del disco. La cui principale interprete è la cantante Dimitra Kalavrezou, che è, di fatto, l’elemento caratterizzante il disco medesimo. Molto brava a campeggiare linee vocali apparentemente semplici ma che richiedono, alla base, un capacità interpretativa di primo livello.
A essa, in alcuni passaggi, come in “I, the Deceit“, alla sua splendida disperazione si aggiunge il growling di Sakis Tolis, mastermind dei Rotting Christ, in modo di accentuale la sensazione di sofferenza, ben percepibile, che permea l’LP. La Kalavrezou, pur lasciando capire che sia una vocalist professionista capace di affrontare ogni tipo di musica, ogni tipo di frequenza, non commette l’errore di agganciarsi alle più alte tonalità ma di rimanere su una performance facilmente godibile ai più. Magari arricchita da qualche segmento melodico (“Ænæ Lithi“).
Melodia che non rappresenta il leit motiv dell’LP, se non in pochi istanti, come appena scritto. “Héréditaire” non è un’opera costituita da canzoni di facile assimilabilità, quanto piuttosto un caleidoscopio di emozioni la cui trasformazione in musica non può essere la gioia, la felicità o altri singulti del genere (“Introjects“). La notevole spinta visionaria di un sound che non tralascia la trance da blast-beats (“Penumbrian Lament“) non è certo diretta verso colori sgargianti. Semmai al contrario, così come ben espresso nel drammatico disegno di copertina.
In generale, comunque, lo stile riesce a stabilire una connessione salda fra musica e band, regalando a quest’ultima il dono della riconoscibilità. E, nondimeno, una certa originalità, seppure non travolgente. Il ridetto sound, in ogni caso, fa assolutamente parte dell’immensa famiglia del metal, come già sottolineato all’inizio. Potente, duro, arcigno, a volte addirittura aggressivo (“Die Auslöschung“) se non devastante quando si scatena, nuovamente, la furia dei blast-beats come in “Introjects“.
Le canzoni sono parecchio diverse le une dalle altre, e questo consente al platter di far sua una buona dose di longevità. Esse, infatti, sono di complessa assimilazione ma, una volta digerite, svelano un mondo fuligginoso in cui è meraviglioso perdersi per sempre, accompagnati dalla colonna sonora formata con la loro sequenza. Accanto a episodi riottosi (“Oath ov Prometheus“), inoltre, si sviluppano tracce caratterizzate da un’arcana morbidezza (“Death Is Forever“), quasi a voler dar vita a un ossimoro perenne il cui compito è quello di formare la spina dorsale del lavoro degli Unverkalt.
“Héréditaire” non è un’opera per tutti: il post-metal, per essere compreso in toto, abbisogna di un retroterra culturale notevole. Fatto che può indurre una buona fetta di fan a lasciarla nel limbo dell’arte incompresa. Per gli altri, una ghiotta occasione per attraversare il metal in tutti i suoi aspetti, immaginando di trovarsi un po’ avanti nel tempo.
Daniele “dani66” D’Adamo
