Recensione: Mayhem Mavericks

Di Fabio Vellata - 11 Febbraio 2026 - 10:00

Nati dalle ceneri degli Alchemy, i Mayhem Mavericks non sono il classico “nuovo nome” che appare dal nulla nel sovraffollato mondo dell’hard rock melodico, ma il frutto di un percorso già rodato e di una precisa idea di suono. La band nasce a Brescia per volontà di Marcello Spera (StreetLore) e Andrew Trabelsi (Shining Line, StreetLore, Füel For Tunes, ex-Mastro), decisi a dare continuità – ma non una semplice fotocopia – a quanto seminato con “Dyadic”, l’ultimo lavoro degli Alchemy (che qui a Truemetal ci ricordiamo molto bene) prima dello scioglimento per divergenze artistiche. Attorno al loro nucleo si coagula una squadra fluida ma di alto profilo: il batterista Andrea Oliverio completa il trio principale, mentre al basso si alternano ospiti come Vanessa Odry, Angelo Sasso (StreetLore, Airbound), Stefania Sarre (Soul Seller, Shining Line), Mauro Balestra e l’ex-Alchemy Matteo Castelli, con Cristiano Stefana a firmare alcuni assoli come ideale filo rosso con il passato. È una formazione “aperta”, ma non estemporanea: si percepisce subito una regia unica, una visione che punta a coniugare tradizione e modernità dentro coordinate ben precise, quelle dell’hard rock americano di fine anni Ottanta, filtrato però da una sensibilità odierna.

L’omonimo debutto “Mayhem Mavericks”, uscito su Street Symphonies Records/Burning Minds Music Group, arriva così a sancire questa nuova identità. Un esordio solo sulla carta, perché dietro alle undici tracce c’è la consapevolezza di musicisti navigati che hanno metabolizzato il linguaggio del genere e lo maneggiano con disinvoltura. Il disco viene presentato fin da subito come un manifesto di intenti: riff incisivi, linee vocali ampie e memorabili, un’energia che rispecchia tanto l’esperienza accumulata quanto la voglia di ripartire senza compromessi, con un suono che guarda a colossi come Firehouse, Dokken, Danger Danger, Jaded Heart, gli anni d’oro dei Bon Jovi e compagnia bella, ma senza cadere nella sterile imitazione.

L’apertura è affidata a “Divide”, brano che svolge alla perfezione il ruolo di biglietto da visita. Chitarre appuntite, una sezione ritmica dal groove solido e quella tipica progressione melodica che profuma di arena rock, tirata però a lucido con una produzione moderna e priva di polvere nostalgica. “Killing Eyes” e “Midnight Crawler” consolidano subito la cifra stilistica del gruppo, muovendosi sul versante più up-tempo e coinvolgente, con ritornelli costruiti per restare incollati in testa e un lavoro di chitarra che non rinuncia mai al gusto per il dettaglio. In questo senso, il contributo di Cristiano Stefana in alcuni assoli aggiunge un sapore familiare a chi ha seguito l’era Alchemy, ma inserito in un contesto che suona decisamente più diretto e muscolare.

Con “With Me” e “I Can Feel The Heartache” il gruppo gioca sul versante più melodico del proprio spettro, senza però scivolare nella power ballad melensa. Sono brani che privilegiano dinamica e costruzione atmosferica, alternando strofe più ariose a refrain dal taglio radiofonico in cui la voce di Spera esce con tutta la sua impronta AOR, calda e allo stesso tempo graffiante nei punti giusti. Qui viene fuori la maturità di songwriting: non c’è la corsa al ritornello facile, ma l’attenzione a far respirare le sezioni, a dare spazio alle linee di tastiera di Trabelsi che incorniciano il tutto con discrezione, senza mai diventare ingombranti.

Nella parte centrale l’album alza leggermente il tiro in termini di tensione: “Eclipse” e “Join The Fight” portano con sé un tono più combattivo, quasi a voler ribadire che i Mayhem Mavericks non intendono limitarsi al compitino del revival ben fatto. I riff si fanno più serrati, la batteria spinge con furia quasi metal in alcuni passaggi, e l’equilibrio tra durezza e chorus cantabili viene mantenuto grazie a una scrittura che tiene sempre al centro la canzone, non l’esibizione di forza. “More To Ask” e “Best Of Me” rappresentano forse il cuore pulsante del disco in termini di immediatezza. Tipiche canzoni hard rock, però con un’attitudine elegante in chiave italiana e contemporanea.

Il finale riserva le sfumature più apertamente AOR, e qui la band mostra un ulteriore lato del proprio carattere. “One Day In A Lifetime” e soprattutto “Road With No End” smussano gli spigoli a favore di un pathos più spiccato, con soluzioni armoniche che rimandano esplicitamente a nomi come Valentine periodo Hugo e alla scuola americana più raffinata. È in questi brani che il contributo dei vari bassisti ospiti emerge con maggiore personalità, grazie a linee che sostengono ma al tempo stesso “cantano” sotto la melodia principale, aggiungendo un sottotesto emotivo che arricchisce la scrittura. Non c’è mai la sensazione di tracce appiccicate in coda per allungare la durata: la chiusura su “Road With No End” suona anzi coerente con l’idea di un percorso appena iniziato ma già definito, quasi una dichiarazione programmatica nel titolo stesso.

Dal punto di vista sonoro, il lavoro di produzione di Burning Minds/Street Symphonies punta alla classicità senza sacrificare i dettagli. Le chitarre occupano il ruolo centrale che compete loro in un album del genere, ma la voce rimane sempre ben in evidenza, supportata da un mix che valorizza cori e armonizzazioni, vero marchio di fabbrica di questo tipo di hard rock. La batteria suona piena, dinamica, lontana tanto dalle compressioni esasperate del rock più moderno quanto dalla secchezza di certo revival “filologico”. Qui c’è la volontà di restituire quella sensazione di impatto fisico che rendeva gli album di fine anni Ottanta perfetti da immaginare su un palco, e i Mayhem Mavericks centrano il bersaglio.

Contestualizzato nell’attuale panorama, “Mayhem Mavericks” si colloca idealmente accanto alle migliori uscite hard rock melodiche degli ultimi tempi, dimostrando ancora una volta quanto Italia, Regno Unito e Svezia siano diventati serbatoi privilegiati per questa scena. Non c’è nulla di rivoluzionario in senso stretto, ma è evidente che l’obiettivo non fosse reinventare la ruota bensì farla girare al massimo delle sue possibilità. Infatti il disco funziona dalla prima all’ultima traccia, con un livello qualitativo costante e picchi rappresentati dalle già citate “Best Of Me”, “I Can Feel The Heartache”, “Midnight Crawler” e “Killing Eyes”, perfetti biglietti da visita per chi volesse avvicinarsi al gruppo partendo da pochi brani.

In definitiva, il debutto dei Mayhem Mavericks è uno di quei lavori che riconciliano con il senso stesso di questa musica. Nessuna posa retrò, nessuna ammiccante operazione di facciata, ma l’autentica passione di musicisti che vivono e respirano hard rock, consapevoli del proprio bagaglio ma proiettati in avanti. Se “Dyadic” segnava il punto più alto del cammino Alchemy, “Mayhem Mavericks” sembra raccoglierne l’eredità per rilanciarla su un piano più diretto e immediato, con un’identità già forte e margini di crescita che fanno pensare a un futuro tutt’altro che effimero.
Se proprio bisogna spaccare il proverbiale capello, il rischio è che, alla lunga, questa fame di colpire sempre dritto al bersaglio lasci poco spazio alle zone d’ombra, alle crepe in cui spesso si nascondono i dischi davvero grandi. Ma è anche vero che chiedere a un esordio nato dopo una frattura di essere già sfaccettato e cerebrale sarebbe ingiusto: qui l’urgenza è dimostrare di essere vivi, e in questo senso i Mayhem Mavericks centrano in pieno il bersaglio, consegnando un “debutto sfascia-speaker” che, da oggi, chi segue l’hard rock melodico italiano non può permettersi di ignorare.

Per chi ama il lato più melodico ma ancora sanguigno dell’hard rock, quello dei cori da urlare, delle chitarre che suonano grandi e dei dischi da tenere in macchina a volume indecente, questo è un esordio da segnare in agenda senza esitazioni.

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