Recensione: Screams from Beneath the Surface

Di Daniele D'Adamo - 15 Maggio 2026 - 12:00
Screams from Beneath the Surface
Band: Monstrosity
Etichetta: Metal Blade Records
Genere: Death 
Anno: 2024
Nazione:
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A venticinque anni dalla loro nascita, per i Monstrosity è il momento del settimo full-length in carriera, “Screams from Beneath the Surface“. Carriera che presenta più d’un buco, nel suo sviluppo, che, quindi, presenta soluzioni di continuità. Le quali, però, non pare abbiano spento quel fuoco acceso dalle formidabili band che, dal brodo primordiale in cui bollivano assieme black e thrash metal, hanno tirato fuori il loro figlio degenere: il death metal.

E death metal è! Di quello che assomma i suoi dettami primigeni alle soluzioni moderne in termine certamente di progresso tecnologico ma non solo. Il combo statunitense, infatti, non fa parte della vecchia scuola ma, come accaduto per altri act, ha ritenuto di produrre l’ormai famigerato death metal e basta. Un genere, cioè, che si è evoluto rispettando il passato, le origini, le radici ma che, contemporaneamente, ha cercato, in questo caso riuscendoci, di mantenere il passo con gli anni che… passano.

Ma c’è sempre un perché, in questo tipo di operazioni. In genere, le menti operative sono quelle che hanno fondato il gruppo o sono arrivate subito dopo, apportatrici al sound del flavour degli anni novanta. Poi, ci sono i musicisti che sono entrati nella compagine solo poco tempo fa. In questo caso specifico, quindi, ci sono Mark van Erp (basso: 1990-1995, 2022-presente) e Lee Harrison (batteria: 1990, presente) in qualità di apportatori dell’antica eredità sonora. A loro si sono via via affiancati Matt Barnes (chitarra: 2010-presente) ma soprattutto Ed Webb (voce: 2021-presente) e Justin Walker (chitarra: 2022-presente).

E questo spiega, almeno a parere di chi scrive, uno stile come detto bifronte, che guarda sia a ciò che è stato e a ciò che sarà. Nel frattempo, “Screams from Beneath the Surface” si configura come l’anello di congiunzioni fra le due ere, rappresentando il presente. Un presente in cui i Nostri mostrano peraltro di essere in gran forma, perlomeno nella fase esecutiva nuda e cruda. Tant’è che non è raro accarezzare echi di technical death metal. Soprattutto nella mostruosa interpretazione delle linee di basso da parte di van Erp, affrontate in maniera tale da sostenere quanto più possibile un sound che, grazie a lui ma anche ad Harrison, assume contorni dalle gigantesche fattezze, in cui spesso e volentieri si scivola in quel buco nero che si chiama blast-beats.

Webb si mostra un vocalist perfetto per la musica del quintetto floridiano (la provenienza geografica non è casuale…, Ndr), aggredendo le parole con un growling aspro, graffiante, non molto aggressivo evidentemente per scelta, visto che in tal modo risultano intelligibili o quasi i testi delle tracce. Una prestazione di tutto rispetto, professionalmente irreprensibile, che trascina tutta la formazione con sé nel baratro ove, presumibilmente, giacciono corpi in decomposizione. Immagine, questa, aiutata da qualche inserimento atmosferico con il sintetizzatore che, di nuovo, toglie un po’ di polvere al modus compositivo.

Il quale genera dieci song sufficientemente riconoscibili le une dalle altre, senza che tuttavia sia presente un qualcosa che regali un quid in più all’intero LP. Se il livello tecnico posseduto dai membri della band è molto alto, quello del songwriting non si può dire sia eccelso. Anche se le canzoni sono variegate, non è poi così facile ricordarne qualcuna anche dopo reiterati ascolti. Ci sono episodi cadenzati, dai ritmi medi o poco più, come l’opener-track “Banished to the Skies“, per esempio, e altri più corposi, come quello che segue, “The Colossal Rage“, rombo tonante da distruggere le vertebre cervicali a seguito di furibondi headbanging.

Insomma i Monstrosity hanno cercato di differenziare il contenuto di “Screams from Beneath the Surface” e ci sono riusciti. Così come sono riusciti a cucire senza difetti passato e presente. L’encomiabile risultato, nondimeno, non può soddisfare appieno il palato dei deathster più esigenti per via di un talento ancora inespresso nel confezionare brani da mandare a memoria. Un difetto che può essere congenito ma anche no. Ai posteri l’ardua sentenza.

Daniele “dani66” D’Adamo

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