Recensione: Come Day of Reckoning

Di Massimo Giangregorio - 21 Febbraio 2026 - 17:09
Come day of Reckoning
Band: Zebulon
Etichetta: Indipendente
Genere: Doom 
Anno: 2025
Nazione:
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70

Il doom è genere ostico, in tutti i sensi. Non solo per chi lo ascolta ma anche per chi lo compone e chi lo suona.

E ciò, perchè la figuraccia è sempre dietro l’angolo; risultare stucchevoli e scontati è un attimo.

Per questo motivo, ogniqualvolta mi approccio ad un disco doom, lo faccio con una certa diffidenza. Ebbene, devo dire che questi ragazzotti norvegesi proveneinti da Jæren, Rogaland, non mi sono affatto dispiaciuti.
Zebulon è un nome di origine ebraica che significa “esaltato”, “onorato” o “abitante”. Nella Bibbia, è il decimo figlio di Giacobbe e Lia, capostipite dell’omonima tribù di Israele. Il termine è legato a concetti di onore e alla posizione elevata della tribù.
Formatisi nel 2022, hanno debuttato due anni dopo con l’EP “Desolation I”.
L’anno scorso, poi, hanno inciso “Reap the Fruits of Famine”, singolo che fa anche da opening track di questo loro primo full-length “Come Day of Reckoning”.
Già meraviglia il fatto che questi doomsters scandinavi non abbiano optato per il black metal che è praticamente il prodotto super-tipico di quelle lande glaciali, per accostarsi più ai loro conterranei e titanici Candlemass.
E proprio dalle primissime note di questo pezzo che apre le ostilità di questo album i nostri scandinavi, si capisce subito che le influenze dei succitati svedesi sono ben evidenti.
Ma, sia ben chiaro, senza facili scopiazzature. Già l’impostazione vocale di Kristian, più che a quella del mitico Messiah Marcolin, è accostabile a quella di Tim Baker dei Cirith Ungol: stridula e straziante, carica di pathos fino all’inverosimile.
Le atmosfere sono inesorabilmente plumbee; emerge spesso una sensazione di cupa disperazione; non vi è traccia alcuna di spiragli di luce. L’intera struttura di questo disco ci dà la netta sensazione di evolversi nelle viscere del sottosuolo, senza mai salire “a riveder le stelle”. “Headstone” è emblematica, da questo punto di vista: al limite del funereo con malinconicità sparsa a piene mani. Man mano che le tracce si susseguono, sembra di trovarsi al triste cospetto di un malato terminale il cui elettroencefalogramma si va via via appiattendo, fino a giungere all’ineluttabile epilogo, costituito dalla lunga e lamentosa “Deathless”. Poi, più nulla. Solo oblìo.

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