Recensione: Agnomysticism

Fra le varie commistioni che può vantare, se così si può dire, il death metal, ce n’è una particolarmente complessa: il progressive metal. Con che, come va di moda, il sottogenere relativo ha assunto il nome di progressive death metal. Già il death metal, anche nella sua forma primigenia, mostra una difficoltà di esecuzione e interpretazione piuttosto ostica ai più. Se, poi, a ciò ci si aggiunge un’ulteriore step di macchinosità, ecco che il risultato diviene davvero ostico da digerire.
Di tutto questo poco interessa ai The Scalar Process, combo transalpino che raggiunge il traguardo del secondo full-length in carriera, e cioè “Agnomysticism“. Il quale arriva a cinque anni di distanza dal debutto, “Coagulative Matter”. Cinque anni ove, perlomeno a detta delle note biografiche, la concentrazione dei Nostri si è basata sulla composizione di un lavoro che raggiungesse un altissimo livello qualitativo.
Che ci siano riusciti o meno è proprio l’argomento principe di questa disamina, tenuto conto che il punto di vista deve essere necessariamente scevro da intoppi mentali. Tali da rendere invisibili i ricchissimi particolari di cui, si può già dire, “Agnomysticism” ne è pieno. Particolari che abbracciano appieno la musica elettronica, in maniera massiccia. Sia per quanto riguarda un accompagnamento continuo da parte delle tastiere, sia per quello che concerne inserimenti ambient, atmosferici e cinematografici dal sapore eminentemente futuristici. Il che, come si può immaginare, rende il sound dell’album del tutto al passo coi tempi. Anzi, avanti.
La furia del death accompagna spesso e volentieri il viaggiatore del percorso “Physical Conquest” / “In a Light Frame“, aggredendolo, anche, con violentissimi attacchi sferrati da micidiali riff di chitarra a mò di segaossa e tremende scudisciate sferrate con i blast beat (“A Breathing Moment“, “Lack of Colors“). Questa osservazione è importante, poiché definisce una struttura musicale sì articolata, ma pur sempre guidata dai dettami del death contemporaneo. Così come quando la compagine francese dipinge paesaggi dalle tinte delicate grazie a un’eccellente prestazione delle formidabili chitarre soliste, la rudezza non sparisce, contribuendo a sostenere eretta con forza la spina dorsale di un suono tendente al progressive (“Illness“).
Del resto, la bravura a 360° di Mathieu Lefevre e compagni è talmente tanta, che ogni azzardo compositivo, ogni spunto di metal estremo, ogni spinta progressista (“Affluent Marea“), genera sempre qualcosa che meriti di essere ascoltato a lungo e spesso, sforzandosi di entrare nel mondo di un platter ricchissimo di sfaccettature. Talmente tante e talvolta sorprendenti (“Sigil“), che il pericolo della noia e totalmente inesistente.
L’insieme delle song è tenuto assieme dal roco growling del ridetto Lefevre, talmente legato sue aggressive linee vocali che le clean vocals sono del tutto bandite. Un collante, in effetti, era necessario per rendere fluido e senza soluzioni di continuità una marea infinita di note (“Agnomysticism“) che, così, possono confluire in forme-canzoni lineari e comprensibili. Proprio la title track è un esempio lampante dell’idea che è alla base del modus operandi del quintetto di Besançon. Tanta, tanta potenza; tanta, tanta bellicosità; tanta, tanta musicalità. E, ultima ma non ultima, una buona dose di melodia sparsa su tutto il platter.
L’obiettivo di costruire un’opera di un altissimo livello qualitativo è sicuramente raggiunto. Sinceramente, intuire e concepire come sia possibile, ipoteticamente, far di meglio è davvero un’ impresa assai ardua. Forse un po’ di armonizzazioni in più avrebbero reso “Agnomysticism” più facile da inghiottire ma, di contro, avrebbero anche stravolto uno stile che, almeno per gli appassionati sia del progressive metal, sia del death metal, deve apparire parecchio originale. E, questo, è un altro merito, non da poco, dei The Scalar Process.
Daniele “dani66” D’Adamo

