Live Report: Hellfest 2025 – Giorno 3

Stoned Jesus
La terza giornata è la più rovente del festival, e questo si sente sia nella difficoltà fisica a stare all’aperto, sia nella stanchezza, che già di per sé è una delle difficoltà principali di qualsiasi festival, ma che qua viene accentuata in maniera terribile dal caldo.
Per questo motivo ci siamo persi la maggior parte della giornata e cominciamo direttamente nel pomeriggio con gli ucraini Stoned Jesus.
Dopo due anni di pausa forzata a causa dell’attuale situazione politica, la band è riuscita finalmente a organizzare un tour e a portare una nebbia densa sul Valley stage dell’Hellfest.
Nonostante la sosta forzata, la qualità non è diminuita di un’oncia: il muro di suono distrugge le prime file e martella fino al fondo del prato fronte palco, colpendo anche noi pelati rifugiati nell’ombra dei bar a tentare di risparmiarci un po’ il sole.
La chiusura dello show poi porta le lacrime, con l’assolo di chiusura di “I am the mountain” che accompagna il concerto verso l’oblio.
My Sleeping Karma
Si resta sul Valley per gli strumentisti My Sleeping Karma che consegnano una performance incredibile che sfocia nell’onirico.
Il suono è ottimo anche se vediamo lo show da lato palco, nascosti nei rifugi-container all’ombra per sopravvivere al sole (ancora, si).
Judas Priest
Gli dei del metal non hanno bisogno di presentazione, né una recensione potrà mai rendere fede allo spettacolo che questi inglesi riescono ancora, dopo più di 50 anni di carriera, a portare sul palco.
Si tratta di una delle poche band che, avendo visto quasi ogni anno dal loro ritorno nel 2015, hanno continuato a portare show sempre migliori di tour in tour. Sia la forma fisica (se si esclude il chitarrista Glenn Tipton, a cui la malattia rende estremamente difficile apparire sul palco) che la presenza scenica si è evoluta in meglio negli anni, fino ad arrivare a livelli che più di qualche veterano ha definito “Vicinissimi a quelli degli anni d’oro”.
L’unica pecca dello show, che vanta la selezione dei migliori pezzi della storia della band, è che ha i tempi dettati dalle necessità del festival e quindi dura molto meno dl dovuto, lasciando un po’ di amaro in bocca per alcuni pezzi assenti dalla scaletta.
In ogni caso, un concerto che potrei vedere una volta al mese e non esserne mai stufo.
Scorpions
Ci sono band che si vedono una volta e ci sono band che si vedono una volta all’anno finché si è vivi. Gli Scorpions appartengono alla seconda categoria, e il Main Stage trabocca di persone di tutte le età — padri con figli sulle spalle, veterani con magliette consumate, ragazzi di vent’anni che conoscono i testi a memoria.
Un Rudolf Schenker sempre carico a mille si fa carico anche del ruolo di Klaus Meine che, complice l’età e qualche acciacco dovuto all’età, è statico e non esattamente il frontman di una volta. La scaletta è un viaggio lungo mezzo secolo — da Blackout a Still Loving You, passando per No One Like You e Send Me an Angel — e non concede un solo momento di respiro emotivo.
L’unico vero neo è, ancora una volta, il suono: il mix dal vivo non rende piena giustizia alla ricchezza degli arrangiamenti, con la chitarra ritmica che in certi frangenti si perde nel muro. Ma è difficile tenere il punto critico quando davanti a te ottantamila persone cantano Wind of Change in coro verso il cielo notturno di Clisson.
Blood Fire and Death
La terza giornata porta con sé non solo il caldo insostenibile ma anche una delle sorprese più gradite del festival: il tribute act svedese dedicato al catalogo Bathory si prende il suo spazio con una violenza e una devozione che mettono i brividi anche ai più smaliziati.
Membri di Emperor, Watain, Enslaved e altri ancora (tra cui il bassista originale dei Bathory) si riuniscono per tributare uno dei gruppi più importanti del genere.
Sul palco non ci sono compromessi: il suono è grezzo, feroce, volutamente sporco come lo era quello di Quorthon, e la scaletta attinge a piene mani dai dischi che hanno fondato il black metal nordico. La folla — abbondante e piena di persone davvero commosse dallo show — risponde con una devozione quasi religiosa.
Non è uno show patinato, è esattamente quello che dovrebbe essere.