Recensione: Into Oblivion

Di Gianluca Fontanesi - 24 Marzo 2026 - 13:54
Into Oblivion
Band: Lamb Of God
Genere: Groove 
Anno: 2026
Nazione:
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82

Una scossa, in questo 2026 finora parco di emozioni, prima o poi sarebbe dovuta arrivare, e viene servita proprio da una band che finora non ha mai sbagliato un colpo e da cui non si pretendevano più livelli di eccellenza importanti. I Lamb of God sono tornati sul mercato discografico con una prova che non è solo ottima ma, a conti fatti, è anche uno dei lavori migliori pubblicati in carriera, e scusate se e poco.

Dieci album e non sentirli. Into Oblivion esce a ben 26 anni di distanza dal debutto, New American Gospel, e mantiene in maniera sorprendente ancora quella rabbia, quella forza esplosiva e quei groove assassini che da sempre sono marchio di fabbrica di questi ragazzacci. Trentanove minuti di pura libidine che si rivelano fin dai primi ascolti un luna park per ogni fan della band sia recente che di vecchia data.

Si parte in quinta con la titletrack e vengono subito in mente quei concerti in cui si cerca di stare un attimo defilati per evitare di prendere botte e, alle prime note suonate, ci si ritrova sbalzati in fondo al locale non si sa bene come. I Lamb of God appaiono fin da subito in forma strabiliante e l’headbanging non solo è garantito ma obbligatorio. Parasocial Christ alza ulteriormente il tiro e viene qui naturale alzare il volume oltre il limite consentito con buona pace dei condomini che stavano cercando di grigliare un tordo in santa pace sul balcone a fianco. Che non ce n’è per nessuno lo si intuisce anche e soprattutto quando riescono gli episodi più strani come Sepsis: una linea di basso palustre, Randy che alterna un parlato alla più totale possessione luciferina e riffacci in power chord provenienti da un certo modo di fare hardcore che non passa mai di moda. Il tutto poi accelera, rallenta e fa un po’ ciò che vuole; quel che conta però è che qui il livello di legnata supera ogni limite consentito.

Il viaggio nell’oblio prosegue con The Killing Floor, che offre in apertura un gran bel riff, poi ripetuto in chiave più bassa; il riff monocorde della parte centrale è inaudito. El Vacío fornisce un po’ di tregua alla carneficina con chitarre arpeggiate e una strofa in clean che, a questo punto della tracklist, ci sta tutta. Il saliscendi col ritornello più brutale funziona benissimo e prepara il terreno alla successiva St. Catherine’s Wheel. Non si cede di un millimetro e si inizia a cercare il Voltaren in offerta perché ormai il collo bestemmia in maniera autonoma.

Blunt Force Blues continua a forgiare lamiera come se non ci fosse un domani; Bully si rivela un buon brano di passaggio e il gran finale inizia col campanaccio di A Thousand Years per poi servire l’ultima bordata con Devise / Destroy.

Ok, è giunta l’ora di tirare fiato.

Fatto?

Into Oblivion è un grandissimo album, c’è poco da girarci attorno. Trentanove minuti totali e brani che raramente superano i 4; pochi orpelli, tanta sostanza, i Lamb of God nel 2006 sono questo e i livelli di cattiveria e freschezza messi sul piatto fanno ancora scuola. Dal vivo questi brani scateneranno l’apocalisse e se siete fan della band griderete quasi al miracolo; tutti gli altri dovrebbero comunque dare un’opportunità a quest’opera, che è un vero e proprio abc di come oggi dovrebbe suonare il metallo che conta. Bentornati.

 

 

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