Recensione: A Dark Poem Part II: Sanguis

Di Stefano Usardi - 31 Marzo 2026 - 10:00
A Dark Poem Part II: Sanguis
Etichetta: Season Of Mist
Genere: Progressive 
Anno: 2026
Nazione:
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80

A un anno dal suo predecessore, “A Dark Poem Part I: The Shores of Melancholia”, arriva in questi giorni il secondo capitolo di questa trilogia ad opera dei norvegesi Green Carnation: “A Dark Poem Part II: Sanguis”. La ricetta dei nostri potrebbe essere descritta come un mix tra progressive metal e gothic, con qualche scheggia tendente al doom: una musica elegante, ariosa ed opulenta, dal piglio tragico e maestoso ma al tempo stesso venata di atmosfere malinconiche, rarefatte, impreziosite da ispessimenti gloriosi. “A Dark Poem Part II: Sanguis” tratta di tristezza e perdita personale, anche se – sia a livello strumentale che lirico – siamo ben lontani dalla completa disperazione. Nelle sei tracce che compongono il lavoro, infatti, tra i cupi panneggi che adombrano le melodie del quintetto norreno trovano spazio anche squarci dal profumo trionfale e momenti dalla dolcezza confortante, soffusa, intrisi di un tepore nostalgico ed agrodolce. Una sorta di bignami sonoro alle fasi del dolore, se posso permettermi una chiosa personale. Il tutto, ovviamente, senza dimenticarsi del metallo: ecco quindi che “A Dark Poem Part II: Sanguis” si sviluppa su un terreno cangiante, irregolare, su cui stati d’animo differenti tra loro si affiancano, si avvicendano, scontrandosi o anche solo scrutandosi da lontano grazie ad una materia musicale altrettanto cangiante ed irregolare.

Il suono di un Hammond propositivo e dal piglio ecclesiale introduce la title track, insinuando tra i solchi un’aura vagamente vintage sostenuta da una sezione ritmica pulsante e quadrata. “Sanguis” si districa tra una strofa narrativa, dal pathos raccolto ma sofferto, e rallentamenti più enfatici in cui questo pathos esplode in modo quasi catartico, punteggiati in alcune occasioni anche da uno scream raschiante. Il cupo ispessimento che si appropria della seconda parte del pezzo si ammanta di toni minacciosi, inesorabili, a cui si sovrappone un grido disperato poco prima del finale. L’arpeggio dolente di “Loneliness Untold, Loneliness Unfold”, inizialmente sostenuto da un organo dai toni sacrali, spande intorno a sé un sentore sofferto ulteriormente acuito dal cantato afflitto, prostrato. Il tono rassegnato del pezzo cede posto ben presto all’impennata di “Sweet to the Point of Bitter”, che affianca riff corpacciuti a melodie solari e trionfanti, da cui affiorano, di tanto in tanto, velati sentori di anni ’30 e ‘40. Nella seconda parte i toni si fanno più tesi, maligni, affiancando ad un maggior peso specifico delle chitarre un fare mefistofelico, spazzato via solo nel finale dal ritorno delle melodie solari. Con la successiva “I am Time” si resta in territori propositivi presentando un brano quadrato e dal cuore rombante che, anche in questo caso, affianca melodie d’altri tempi a una struttura variegata, che vede una strofa dimessa e velata di mestizia spezzata da un ritornello glorioso, dai toni trionfali. Il pezzo alterna questi due umori e li lega con melodie al tempo stesso crepuscolari e solenni – oltre ad inframmezzarli con un fuggevole inserto più arcigno, che ci ricorda del passato black di alcuni componenti del gruppo – che gli conferiscono un carattere quasi da processione e lo chiudono con un’ultima scheggia nostalgica. Il discorso che apre “Fire in Ice”, inizialmente sorretto da un tappeto sonoro languido e sommesso, viene in breve sostituito da una materia che mescola – in un continuo gioco di sovrapposizioni ed avvicendamenti – mestizia ed improvvise sfuriate, sconfinando in alcuni casi in un heavy doom arcigno e scontroso. Nella seconda parte la componente heavy tende a prendere il sopravvento, avvolgendo le trame sonore della traccia con una maggiore maestà, per poi sfumare di nuovo nel discorso posto in apertura. Il sipario su “A Dark Poem Part II: Sanguis” si chiude sulle placide note di “Lunar Tale”, ballata malinconica e sognante dominata da una melodia soffusa, impreziosita dal flauto di Ingrid Ose e su cui si innesta una voce placida e serena, quasi comprensiva, giunta infine alla tanto agognata accettazione.

A Dark Poem Part II: Sanguis” è proprio un bell’album, che con classe ed eleganza dice quello che deve dire senza mai esagerare, giocando con una gamma di colori variegata ma non squillante per veicolare un messaggio dolente ed universale.

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