Recensione: The Spiritual Sound
I losangelini Agriculture dopo aver marchiato a fuoco il 2023 con il loro debut album omonimo, tornano a due anni di distanza con un disco che prende quanto di buono fatto nel debutto ma ne amplia la visione, l’ambizione, arrivando a partorire un lavoro che all’interno del filone post-black e blackgaze verrà ricordato negli anni a venire.
Non che il 2025 sia stato un anno amaro per questi generi musicali, vista l’uscita di un disco encomiabile come Lonely People With Power dei Deafheaven, ma va anche rimarcato come la proposta degli Agriculture non sia totalmente sovrapponibile a quella della già citata band di San Francisco, ma vive di una una serie di contaminazioni sonore che hanno il black metal come fulcro principale per poi riuscire ad amalgamare ad esso venature shoegaze, post-hardcore, noise rock, indie e molto altro per un album che vive di contrasti, di rabbia e di frenesia, ma dall’altro lato di catarsi e spiritualità.
Già e proprio la spiritualità è un elemento importantissimo come suggerisce il titolo del disco, permettendoci di fare un breve excursus nel mondo dei due compositori e scrittori della band, ossia i due chitarristi e vocalist Dan Meyer e Leah Devinson; essi infatti offrono una visione del loro mondo interiore attraverso due prospettive diverse e se quella di Dan è costruita attorno al Buddismo Zen, quella di Leah riflette su tematiche più incentrate verso il mondo LGBTQ+, con una particolare attenzione sulla letteratura queer degli anni novanta. Un elemento lirico che unisce i due scrittori come spiegato in diverse interviste però, è la visione e il disprezzo della società americana attuale e della sua amministrazione, la preoccupazione per lo stato del mondo e il concetto di usare la musica stessa come catarsi e sfogo.
La proposta degli Agriculture come detto è difficilmente catalogabile con precisione, un viaggio al di fuori di qualsiasi regola per un disco che si dipana quasi come se fosse una composizione unica, ed è difatti da notare come la maggior parte dei pezzi sfumi direttamente in quelli successivi, donando quel senso di continuità all’opera nel corso dei suoi dieci brani e quarantacinque minuti di durata. È tuttavia interessante notare come il disco sembrerebbe quasi diviso in due capitoli sonori; la prima parte più tirata e “black metal oriented”, con un massiccio uso del tremolo picking e del blast-beat, dove lo scream di Leah è viscerale e dove non mancano le contaminazioni post-hardcore, per un sound spesso caotico e dissonante. Nella seconda parte invece, il lato più intimo e spirituale della band esce fuori con un uso particolarmente efficace della voce in clean più calda e avvolgente di Dan.
My Garden apre l’album con quelli che si potrebbero definire tre “colpi” di basso, più che vere e proprie note, prima che il disco ci sovrasti con un oceano di violenza dissonante e di blast-beat furiosi. Uno stacco repentino, dei riff di stampo più post rock ed ecco che un assolo al fulmicotone invade le nostre orecchie. Già, perché per quanto concerne un disco avanguardistico come questo, l’elemento dell’assolo è un qualcosa che onestamente non ci saremmo aspettati di trovare, ma l’uso è assolutamente sapiente e prezioso nell’economia del platter, e poi fatecelo dire… la sezione solistica sul finale di Bodhidharma è assolutamente da incorniciare!
La produzione del disco anche è estremamente gratificante e si adatta perfettamente ad un album del genere per un suono che restituisce, in particolar modo alle chitarre, un impatto ruvido e grezzo nei riff più pesanti ma anche un sound estremamente cristallino, etereo e riverberato nei suoi momenti più “shoegazy”. Insomma, un disco che anche da questo punto di vista è un piacere da ascoltare!
Lo chiamano “ecstatic black metal” quelli della band e come definizione la possiamo anche capire e se le influenze dei Liturgy possono essere trovate nel loro sound, gli Agriculture nel loro funambolico, pazzo, caotico ma allo stesso tempo spirituale ed evocativo dualismo riescono a ritagliarsi una nicchia sonora che sicuramente negli anni potremmo ricondurre direttamente a loro.
Flea parte con un riff di chitarra pulsante e una sezione in quasi spoken word di Leah mentre un altro assalto black metal fatto di scream caotici e parti in blast-beat ci travolgono. L’unione di questi due elementi portati insieme anche solo per un attimo, ci rimandano a Dusk… And Her Embrace dei Cradle Of Filth dove le magnifiche ed eleganti parti in spoken word di Sarah Jezebel Deva erano sovrapposte alla furia del black metal sottostante. Ecco, è proprio questo il richiamo che ci offre questo inizio di Flea. Ma il basso pulsante e le atmosfere riverberate ci portano presto su altri lidi, molto più distesi ed eterei. Da segnalare anche qui un fantastico assolo di chitarra che condisce un pezzo già incredibile.
Micah (5:15am) suona carica, straziante ed in alcune sezioni addirittura dissonante e caotica. Siamo nella sezione più pesante del disco anche se The Weight rallenta i toni almeno a livello di velocità e bpm, regalandoci riff carichi e marci per un finale sfumato che sfocia in uno dei pezzi più aggressivi del lotto ossia Serenity. L’impronta black metal in questo pezzo esce preponderante per un disco che però da qui in poi avrà come uno shift repentino nel mood.
The Spiritual Sound non è nient’altro che un interludio di trenta secondi costruito su una specie di ronzio di sottofondo che potrebbe essere un preludio a quella parte più spirituale del disco di cui parlavamo prima, mentre Dan’s Love Song con le sue atmosfere quasi drone e la voce pulita dello stesso Dan ci trascina in una composizione emotiva e sofferente dove quel ronzio costruito sulla precedente title-track viene portato avanti come a demarcare il connubio indissolubile tra i due pezzi. I tempi di dilatano, le atmosfere diventano sempre più riverberate e sognanti, per un brano che cresce nella sua emotività ma lo fa sempre in maniera minimale interrompendosi alla fine per una volta… e non sfociando nel brano successivo.
Brano successivo che porta il nome di Bodhidharma che colpisce per tanti aspetti; uno su tutti la sezione sussurrata e sofferente di Leah appoggiata su un semplice beat di batteria. Un lamento quasi struggente che ci riporta indietro ad un pezzo come Daddy dei Korn quando la band di Jonathan Davis era veramente maestra di questo tipo di scenari e soluzioni sonore, soluzioni dove la disperazione, la tristezza, si percepiscono anche senza la lettura delle liriche. Ma è solo un attimo prima che il pezzo riparta in uno dei brani più sperimentali e particolari del disco con tanto di assolo finale incredibile.
Davvero gratificante anche a livello sonoro l’impatto di Hallelujah con il suo strumming chitarristico, per un pezzo quasi indie accompagnato dalla calda voce di Dan che sul finale si prende qualche secondo di silenzio prima di riapparire con un arpeggio che si ripete ossessivamente con intensità sempre maggiore prima di entrare in delle sezioni “start and stop” di sfuriate in blast beat alternate a delle linee di chitarra più marcatamente rock.
The Reply chiude con un altro pezzo votato al dualismo e con il prezioso contributo come guest vocalist di Emma Ruth Rundle che armonizza perfettamente con Dan sul finale per una conclusione degna del platter in questione.
Dopo la fruizione di questo disco ci auguriamo che l’ascoltatore abbia due tipi possibili di reazione: da una parte quella entusiastica e il conseguente “ne voglio ancora”, dall’altra il … “ma che cavolo sto ascoltando!” In ogni caso, una reazione che in qualche modo scuota e che non lasci indifferenti– Queste le parole di Leah Devinson, chitarrista e voce della band – un augurio che per quanto ci riguarda è stato assolutamente realizzato in entrambi i punti. L’entusiasmo e lo stupore sono due elementi che ci portiamo dietro ascoltando questo secondo album degli Agriculture, un disco che vive di dualismo, di spiritualità e introspezione ma anche di tematiche sociali legate alla cultura queer. Esso può certamente prendere spunto dai Liturgy e dai Deafheaven come sonorità, ma allo stesso tempo espande il vocabolario di queste band partendo dal blackgaze e toccando lidi post-hardcore, noise rock, ma anche indie con una profondità disarmante.
