Recensione: The Sound of Absent Life

Nati oltre 30 anni fa dal batterista Janne Parviainen (Ensiferum) e dal chitarrista Mika Karppinen (Kyyria), i The Solitude hanno iniziato la loro carriera eseguendo cover dei Candlemass, venerando così l’altare dell’epic doom, sino ad arrivare, nel 2026, alla pubblicazione del debut album “The Sound of Absent Life”.
Così, quello che era iniziato come un semplice omaggio, si era presto trasformato in qualcosa di più serio e cioè la creazione musicale, quando, cioè, il vocalist Aleksi Parviainen è entrato in formazione nel 2022 e ha cominciato a scrivere canzoni che possedevano lo stesso peso drammatico nonché la stessa malinconia senza tempo dei loro idoli. Poi la svolta: quando Gas Lipstick (ex-HIM, Kyyria) ha ascoltato per la prima volta queste nuove song, ha compreso che era giunto il momento di infondere la vita ai The Solitude non più come band meramente nostalgica, quanto come forza viva e pulsante del doom metal moderno.
Questo breve excursus, magari tedioso, è invece fondamentale per comprendere l’intima natura del combo finlandese, fortemente adesa alla formidabile opera dei Candlemass ma senza esserne una genuina copia, ovvero una semplice rivisitazione in chiave moderna. Il sound di “The Sound of Absent Life” è certamente attuale, professionale e diretto. Ma anche verace, giacché è stato registrato dal vivo ai Finnvox Studios su nastro analogico in sole dieci ore al fine di far propria la pura essenza della band: grezza, organica e completamente priva di filtri.
Così facendo, il quartetto di Helsinki è riuscito nella non facile impresa di teletrasportare l’anima di Candlemass di “Epicus Doomicus Metallicus” (1986) ai giorni nostri. Lo svecchiamento di un’opera musicale esige un cospicuo retroterra culturale e, ovviamente, una grande perizia tecnico/artistica. La tentazione di far evolvere il doom verso sottogeneri fra i quali, per esempio, post doom e atmospheric doom è sempre tangibile, per cui non si può che elogiare i Nostri per aver mantenuto intatto lo spirito di trent’anni fa.
“The Sound of Absent Life” è stato prodotto dalla band, come si è visto, in presa diretta in dieci giorni di tempo. Un espediente per accalappiare quanta più anima possibile dalle singole composizioni. Operazione che si può certificare riuscita, dato atto che è impossibile perdere per strada anche una sola nota dell’LP. Con la conseguenza immediata che si può godere di un sound allo stesso tempo arcaico e contemporaneo. L’ombra dei Candlemass incombe ugualmente ma i The Solitude ci mettono parecchio del loro per comporre dieci canzoni la cui qualità è fuori discussione, unitamente a una componente lisergica avvolgente.
Sì, poiché nella fiera obbedienza allo stile elaborato dal quartetto nordeuropeo bagnano le loro anime tutte e dieci le tracce del platter. Forse manca qualcosa, in ordine alla memorizzazione delle stesse, dall’andamento piuttosto ostico e complesso, ove la melodia è centellinata con il contagocce (“Deny the Sun“). Il ritmo non può che essere lento – tranne che in “Gateway to Hell“, e questo per innescare, in chi ascolta, un’altrettanta lenta discesa nell’oscurità creata, in primis, dai precursori Black Sabbath e dai ridetti Candlemass (“Deny the Sun“, “Beneath the Fallen Leaves“).
Il tutto, trascinato dalla formidabile interpretazione vocale di Aleksi Parviainen, assolutamente perfetto nel percorrere le linee di propria competenza. Un’ugola che può benissimo presa a esempio per mostrare ai neofiti cosa significhi essere un singer di doom metal. Così come i suoi compagni, pregni di questa filosofica musicale sino all’osso. Un’attitudine vera, osservabile a occhio nudo, che si mescola al sudore dei musicisti quando s’infilano in sala prove.
Pur non inventando nulla di che, “The Sound of Absent Life” è comunque un’opera ideale per dimostrare a chi non sa cosa sia l’epic doom; magistralmente interpretato, questo si può nondimeno dire, dai The Solitude.
Daniele “dani66” D’Adamo
