Recensione: The Underworld

Di Fabio Vellata - 27 Aprile 2026 - 9:00
The Underworld
Band: Kaasin
Etichetta: Pride & Joy Music
Genere: Hard Rock 
Anno: 2026
Nazione:
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70

The Underworld”, nuovo album dei norvegesi Kaasin, fotografa la band nel proprio ambiente naturale: un hard rock classico, centrato sulle chitarre, che punta più sulla solidità che sull’effetto sorpresa.
Uscita da pochissimo per Pride & Joy Music,The Underworld” ribadisce il ruolo di Jo Henning Kaasin come motore principale del progetto, con un immaginario saldamente ancorato al rock e al metal di matrice ’70/’80. La produzione di Halvor Halvorsen opta per un suono asciutto, piuttosto diretto: chitarre in evidenza, voce in primo piano, sezione ritmica lineare e tastiere usate più come riempitivo che come elemento distintivo.
Il risultato è un impianto sonoro che non cerca la parvenza patinatissima né il vintage spinto, ma si colloca in quella zona “competente” che permette ai brani di reggere bene ascolti ripetuti senza affaticare. Non c’è un vero marchio sonoro immediatamente riconoscibile, ma l’insieme è coerente con il genere di riferimento.

La scaletta propone nove pezzi, con “Dead Man’s Hand” come bonus sulla versione CD, per circa 38 minuti complessivi. Durata compatta, priva di riempitivi evidenti. “The Real World” introduce il disco con una struttura classica, basata sul consueto incastro riff–strofa–ritornello, che chiarisce subito l’approccio: pochi fronzoli, focus sull’immediatezza.
Two Hearts” indurisce leggermente il tiro e mette in luce le buone doti di Jan Thore Grefstad, capace di gestire senza forzature tanto i passaggi più ruvidi quanto le linee melodiche più ampie. Brani come “Over The Mountain” e “Arabian Night” provano a introdurre qualche variazione, lavorando rispettivamente sulla tensione melodica e su leggere suggestioni “esotiche”, pur restando in un quadro molto ben codificato e classicamente hard rock.
Nel complesso, la scrittura privilegia la funzionalità. I ritornelli sono pensati per restare e alcuni temi tendono effettivamente a riaffiorare dopo l’ascolto, anche se la somiglianza di tempi e strutture rende la parte centrale della tracklist meno distinguibile. “Iron Horse” emerge come uno dei brani più efficaci, grazie al groove lineare e al ritornello diretto.

Il primo punto a favore è la coesione: “The Underworld” suona come un album pensato nel suo insieme, con una linea stilistica chiara e senza cadute macroscopiche. È il classico disco che si lascia ascoltare dall’inizio alla fine senza particolari strappi. Nel bene e nel male.
Il lavoro di chitarra di Jo Henning Kaasin è ben rifinito: riff e assoli sono scolpiti, fedeli alla tradizione ma eseguiti con buona sicurezza tecnica e senso della misura. Anche la resa vocale di Grefstad è solida, adeguata al contesto e priva di eccessi teatrali.
La produzione, pur senza colpi di testa, valorizza l’impatto dei brani: mix pulito, volumi equilibrati, suono che funziona tanto in cuffia quanto su un impianto casalingo medio. In un mercato saturo, non è un dettaglio scontato.

Il principale limite del disco è la sua assoluta prevedibilità: i Kaasin restano sempre all’interno di confini decisamente tradizionali, con pochi momenti in cui si percepisce la volontà di spostare anche di poco l’asse del proprio linguaggio. Dopo alcuni ascolti, la sensazione di “già sentito” – interno ed esterno al disco – tende a emergere tantissimo.
Alcuni brani della parte centrale risultano interscambiabili, per similitudine di tempi, andamento e scelte melodiche, e questo impedisce all’album di fare davvero il salto da “buon lavoro di genere” a titolo più memorabile. Anche il ruolo delle tastiere e della sezione ritmica resta piuttosto conservativo, sempre al servizio, raramente in primo piano.

The Underworld” è un album onesto, ben suonato e ben prodotto, che parla in modo diretto a chi cerca hard rock classico con chitarre protagoniste e strutture tradizionali. Non offre particolari elementi di novità, ma all’interno del proprio segmento mantiene un livello costante e professionale.
Un lavoro solido, che consolida il nome Kaasin tra le proposte affidabili del settore, lasciando però ancora margine per un passo avanti sul piano della personalità e del rischio creativo.

Buono ma non imprescindibile.

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