AOR

Intervista Creye (Andreas Gullstrand)

Di Fabio Vellata - 29 Aprile 2026 - 8:30
Intervista Creye (Andreas Gullstrand)

Eccoci di nuovo con Andreas Gullstrand, chitarrista e leader degli svedesi Creye, disponibile a rispondere a qualche nostra domanda all’indomani della pubblicazione del loro nuovo album “IV: Aftermath”. Un disco che conferma, semmai ce ne fosse necessità, il gruppo scandinavo come una delle realtà più forti e credibili dello scenario melodic rock continentale.

Intervista a cura di Fabio Vellata

Ciao Andreas, sono di nuovo Fabio Vellata di Truemetal.it: è un piacere parlare nuovamente con te!
Vi ritroviamo in un momento cruciale, con “IV Aftermath” appena uscito per Frontiers Music srl. Pare davvero un passo decisivo in avanti per la band… andiamo a scavare un po’ più a fondo.
“IV Aftermath” è il quarto capitolo della saga dei Creye e suona come un disco molto consapevole, che definisce chi siete nel 2026. Avete avuto la sensazione di mettervi sotto la lente d’ingrandimento mentre ci lavoravate?

Direi che, a conti fatti, ogni disco è così. Dai tutto e ti spingi al limite per cercare di dare a ogni album quel qualcosa in più che lo renda davvero grande. Per quanto mi riguarda, i testi e le melodie riflettono molto cose che succedono nella mia vita, pensieri e situazioni che poi spingono una canzone in una certa direzione interessante.

Siete diventati un nome di riferimento nel nu-Scandi melodic rock, mescolando grandi melodie, produzione moderna e quel tocco svedese inconfondibile. In tre punti, cosa descrive meglio oggi il “marchio Creye”?

Direi che le hai già centrate tutte: sono proprio quelle le nostre colonne portanti. Se devo aggiungere qualcosa, direi che cerchiamo costantemente di spingere i Creye in avanti e di non restare bloccati in ciò che eravamo. Credo però che la nostra “vera identità”, a livello di songwriting e di sound, stia emergendo in modo naturale col passare del tempo. All’inizio si trattava più che altro di provare a rientrare in un certo modello ideale; ora abbiamo mescolato così tanti stili che ci siamo costruiti un nostro modello personale.

I nuovi brani suonano al tempo stesso più compatti e più ariosi: tanta spinta, ma anche spazio per far respirare le melodie. C’è stato un pezzo che, più degli altri, ha “sbloccato” il suono di “IV Aftermath”?

Personalmente penso che il brano che ha tenuto insieme il tutto sia stato “Rust”. Ironia della sorte, è stato uno degli ultimi ad essere scritto per il disco. Ma è come se, una volta entrato nel lotto, avesse dato un tono preciso all’album ed è il singolo di cui sapevamo di avere bisogno. Ho avuto subito la sensazione che, con quella canzone nel mix, il disco nel suo complesso avesse molto più senso.

“Rust” e “Only You” mettono in luce le vostre due anime principali: quella più hard rock e quella più emotiva e cinematica. Scrivete già pensando a queste due “facce”, oppure vi rendete conto solo dopo dove va a collocarsi un brano?

Di solito le canzoni mostrano il loro vero volto molto presto, mentre l’idea si sta formando. Detto questo, ci sono alcuni pezzi su cui abbiamo cambiato direzione in un secondo momento e, all’improvviso, tutto ha iniziato a suonare “giusto”. Quello che facciamo in modo molto consapevole è gestire il ritmo dell’album: cerchiamo di inserire volutamente brani più veloci e altri di medio tempo, per evitare che il disco risulti troppo lento.

“IV Aftermath” non suona come semplice nostalgia anni ’80: rende chiaramente omaggio a quel periodo, ma parla un linguaggio melodico molto attuale. Quali direste che sono gli aspetti più moderni della vostra scrittura e produzione su questo disco?

Direi che mescoliamo parecchio le carte. Gli elementi più moderni, secondo me, stanno soprattutto nella struttura dei brani e nel modo in cui è gestita la produzione in generale. Ci sono tantissime influenze da generi diversi che incorporiamo in maniera quasi inconscia quando scriviamo e produciamo, e questo influisce di sicuro sul risultato finale, soprattutto considerando che molte di queste influenze vengono dalla musica contemporanea. Gli anni Ottanta sono stati una fonte di ispirazione enorme per me come musicista, quindi probabilmente sarò sempre un debole per synth, linee di basso elettroniche e, in generale, le vibrazioni di quell’epoca. Quello che facciamo è cercare di iniettare tutto questo nella musica moderna.

La tracklist ha un andamento quasi cinematografico, con forti alti e bassi emotivi. C’è un filo emotivo che lega i pezzi tra loro, oppure preferite che siano gli ascoltatori a costruirsi il proprio “film”?

Non c’è una vera e propria storia che attraversa tutto l’album, ma credo che, in un certo senso, possa comunque funzionare come un tutt’uno. Come dicevo, quasi tutta l’ispirazione per i testi viene dalla vita reale, e forse è anche per questo che tutto risulta collegato. Cerco però di scrivere in modo che l’ascoltatore possa rapportarsi alle parole partendo dalla propria esperienza.

Dal punto di vista della produzione, l’album è molto curato ma allo stesso tempo vivo, con chitarre, tastiere e voce che avvolgono l’ascoltatore senza sacrificare la dinamica. Su cosa vi siete rifiutati di scendere a compromessi in studio, questa volta?

In studio non ci sono compromessi!

 

Da fuori, “IV Aftermath” suona come il vostro lavoro più maturo e completo finora, capace di parlare sia ai fan della prima ora sia a chi vi scopre adesso. Lo vedete più come un riassunto del vostro percorso o come il primo passo di una nuova fase?

Io lo vedo come un nuovo capitolo per noi. Detto questo, non ci scollega da ciò da cui veniamo…

Arrivate dalla Svezia e fate parte di un ambiente melodic rock/AOR davvero forte. Al di là dell’ispirazione, quanto vi aiutano le infrastrutture e le reti locali (studi, produttori, musicisti) ad alzare l’asticella?

Oggi un disco che suona bene e con materiale all’altezza è quasi dato per scontato da qualsiasi artista. Soprattutto da quando l’AI è entrata in scena e ha, in un certo senso, tolto gran parte del divertimento dall’essere bravi a creare e produrre musica. Il fatto che un album suoni alla grande non stupisce più nessuno: è ciò che ci si aspetta da ogni band. Direi che la vera sfida è emergere, da questo punto di vista. Probabilmente, però, è tutto il resto che ci spinge davvero ad alzare il livello: networking, social media, tour e tutto ciò che riguarda l’aspetto “pratico” dell’avere successo, che è la parte veramente difficile.

Tra singoli, video e un chiaro supporto da parte di Frontiers, “IV Aftermath” viene presentato come un’uscita chiave. Quanto è cruciale, oggi, una forte identità visiva per una band melodic rock?

È molto importante: se le persone non riescono a collocarci in una “scatola”, allora sarà davvero difficile venderci al grande pubblico.

Guardando ai prossimi concerti e ai festival, in che modo i nuovi brani rimodelleranno la vostra setlist mantenendo un buon equilibrio con il materiale più vecchio? Ci sono uno o due pezzi che vedete già come futuri momenti centrali dal vivo?

A  Simon piace moltissimo “Miracle”, ed è un brano che gli calza davvero a pennello, quindi penso che rimarrà in scaletta per un bel po’. È difficile dirlo con certezza; ovviamente ci concentreremo sulla promozione del nuovo album per un po’ di tempo, quindi i pezzi nuovi saranno una priorità. Il lato positivo del mescolare i generi fino a questo punto è che possiamo, più o meno, costruire uno show o un festival a fuoco più hard rock/metal, oppure orientato verso l’AOR/melodic rock, o ancora spostarci su un set più pop/rock cambiando solo alcune canzoni. Questo ci dà la possibilità di adattarci a molti contesti diversi, ma allo stesso tempo rende più difficile “incasellarci”. In ogni caso vedo un brano molto caratterizzante come “Rust” come un must per un bel po’.

Immaginate qualcuno che scopre i Creye per la prima volta proprio con “IV Aftermath”. Qual è la situazione d’ascolto ideale che vi immaginate per quella persona (cuffie, auto, notte fonda, con amici…), e quale sensazione vi piacerebbe che le restasse addosso a disco finito?

Bella…questa è una domanda davvero bella…
Sinceramente non ci avevo mai pensato. E più ci penso, più mi rendo conto che non saprei collocare nessun album, nemmeno di altri, in una sola di quelle categorie…
Ma spero che le canzoni riescano a prendervi al punto da farvi mettere su il disco ogni volta che ne avete l’occasione, fino a farvi dire agli altri: “Devi assolutamente ascoltarlo”. Quando l’album finisce, mi piacerebbe che le persone avessero la sensazione di aver fatto un viaggio. Tornando al riferimento cinematografico di prima: quando guardi un film davvero bello, sei completamente coinvolto dalla prima all’ultima scena e non riesci a smettere di pensarci una volta finito. Vivi ciò che hanno vissuto i personaggi e poi devi elaborarlo. Penso che l’album abbia una certa profondità emotiva che, si spera, vi farà provare qualcosa, magari vi aiuterà a elaborare qualcosa e, soprattutto, vi farà venire voglia di ascoltarne ancora.

È stato davvero interessante approfondire “IV Aftermath” insieme a te – grazie per aver condiviso queste riflessioni con i lettori di Truemetal.it. Per chiudere, la scena è tua: cosa ti piacerebbe dire ai fan italiani che vi hanno supportato finora e a quelli che scopriranno i Creye per la prima volta attraverso questo nuovo album?

A chi ci ha sostenuto in tutti questi anni vogliamo dire che vi saremo per sempre grati per essere ancora con noi, e speriamo che questo nuovo capitolo della band vi piaccia. A chi ci scopre solo ora, benvenuti nella famiglia Creye: speriamo davvero di avere presto l’occasione di incontrarvi tutti ai nostri concerti!

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Discografia Creye:

Creye (2018),
II (2021),
III: Weightless (2023)
IV: Aftermath (2026)

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