Live Report: Frontiers Rock Festival VIII @ Live Club, Trezzo sull’Adda – 02/05/2026

Live Report: Frontiers Rock Festival VIII @ Live Club, Trezzo sull’Adda – 02/05/2026
Nella periferica cornice del Live Club di Trezzo sull’Adda (Mi) si è svolta la seconda giornata del Frontiers Rock Festival VIII.
Pubblico per lo più non giovanissimo con tanti stranieri arrivati nella nostra penisola per questo evento che richiama il popolo AOR all’adunata, entusiasti fan ciascuno con la maglietta della propria band preferita che hanno intasato il Live Club già dalla prima giornata dichiarata sold-out. La serie di concerti è stata introdotta dalla nuova promessa dell’etichetta, l’australiana Cassidy Paris.
Fighter V
L’apertura del sabato spetta agli svizzeri Fighter V, con il loro Melodic Rock che trae ispirazione dagli anni ’80. Ci sono tastiere e chitarre per una esibizione di Rock melodico senza compromessi: strizzando l’occhio a Cinderella, Whitesnake e Kiss, la band è qui per ricordare che sarà una divertente giornata Rock, da ascoltare in questo primo caldo estivo a tutto volume. Merito agli svizzeri per averci dato la sensazione di essere tornati ai giorni esaltanti degli anni Ottanta, con tutto il divertimento che il Rock offriva in quell’epoca. Perfette le armonie vocali dei ritornelli con un suono di batteria martellante e un ritmo dance, i cori di sottofondo che offrono un Rock AOR commerciale e accattivante. Emmo Acar mostra un aspetto diverso della sua estensione vocale soprattutto nei pezzi di “Heart of the young”, ultima uscita del 2024. C’è un’energia incredibile e tutta la band si diverte e fa divertire.
Hell In The Club
Ai Fighter V seguono i piemontesi Hell in the Club, che portano con orgoglio l’Italia nella scena Hard Rock europea, traendo ispirazione dal Rock melodico scandinavo con influenze Sleaze e Glam, ispirandosi a band proprio come gli H.E.A.T. che concludono la giornata prima degli headliner.
Il pubblico risponde ai classici della band che fanno infiammare i fan, con una setlist accolta e cantata a squarciagola. I riff graffianti e i ritornelli da urlare accompagnano la cantante Tezzi che scopro per la prima volta, restando sorpresa dalla voce potente e graffiante, a tratti teatrale, che da nuova vita anche a brani come ‘We Are On Fire’ e ‘Devil on my shoulder’ che fa sempre piacere riascoltare. Gli Hell In The Club sono una garanzia, sanno come far cantare, ballare e divertire con il sound che è il motivo conduttore di questa giornata, le sonorità anni Ottanta e Novanta provenienti dalla Sunset Strip che ha sempre esercitato tanto fascino sull’Italia.
Atlantic
Tocca agli inglesi Atlantic, altra band di casa Frontiers, proseguire la giornata con una dose di Melodic Rock made in Birmingham. Anche qui i richiami a band come Whitesnake, Journey, Bad English e Dare sono forti ma, nonostante le suggestioni, è la band che non ricorderò più una volta spente le luci del festival.
La prima pubblicazione per Frontiers è il singolo “What Hurts The Most”, eseguito in maniera impeccabile. Le melodie dei pezzi inseriti nella setlist sono accattivanti con testi molto sentiti, resta comunque il fatto che il repertorio della band può attingere ad un numero troppo limitato di album per avere materiale sufficiente tra cui spaziare per farsi una idea della reale bravura di questo sestetto âgé.
Degreed
Dall’Inghilterra si attraversa la Manica e si torna in continente. Dal Nord Europa arrivano gli svedesi Degreed a proseguire il pomeriggio. Sebbene io sia un’amante della musica proveniente dalla Scandinavia, questa band non ha mai trovato un posto nel mio cuore nonostante i tanti tentativi di proporre uno stadium Rock che troppo spesso scade nel Pop. Il set risulta comunque piacevole grazie ai ritmi incalzanti, le chitarre graffianti e qualche scintilla di Hard Rock, mentre le melodie vocali più morbide e i ritornelli accattivanti mettono in mostra il loro potenziale catturando l’entusiasmo dei presenti. Con una sezione ritmica fragorosa e un’atmosfera perfetta per l’headbanging, i ritornelli orecchiabili e le leggere sfumature Metal rendono l’esibizione piacevole ed il tempo scorre via veloce.
Robin Eriksson colpisce per l’ampia estensione vocale e un’ottima interpretazione, e tutti sono musicisti davvero bravi. I pezzi Rock diretti e senza compromessi che risultano perfetti per le esibizioni dal vivo non mancano, oltre a linee di basso accattivanti, chitarre grintose con riff pop e un’atmosfera ruvida con ritornelli che gridano a gran voce l’estate dei festival. Sono una scelta azzeccata che fonde l’AOR degli anni ’80 con un tocco moderno: esibizione da sette più!
Heavens Edge
Direttamente dalla Golden Era a stelle e strisce degli anni ‘80, arrivano sul palco del Live Club gli Heavens Edge. La band americana che rientra nell’immaginario Glam per i capelli cotonati e laccati dei poster oramai impolverati, ha prodotto ben poco materiale per essere in giro da così tanti anni. Il cantante Mark Evans, frontman della formazione dal 2023, propone un genere di Rock che richiama Skid Row e Bon Jovi degli esordi. L’esibizione risulta piacevole e gradevole sebbene anche loro non siano né musicalmente memorabili né particolarmente coinvolgenti, proprio per la mancanza di brani speciali. C’è grinta ed energia sul palco, una immancabile power ballad “When the Lights Go Down” il cui ritornello resta in testa, supportata da pezzi come “Rock Steady” e “Play Dirty”. Qualche brano più scatenato appare nella setlist, ma nonostante lo sforzo esistono alternative più interessanti che avrebbero potuto occupare il tempo in attesa delle due band di fine giornata.
H.E.A.T
Ed è finalmente il momento della band più corteggiata da Frontiers, gli svedesi H.E.A.T.
Si parte con il piede sull’acceleratore grazie ad una adrenalinica “Disaster” seguita da una energica “Rock Your Body”, che in pochi istanti catapultano il pubblico nella pura energia e gioia e fanno superare da subito ogni aspettativa per l’intero set. Dopo i saluti al pubblico introdotti da un italianissimo “Buonasera”, proprio quando pensi che l’energia positiva della serata non possa aumentare ulteriormente, ecco che “Dangerous Ground” diventa semplicemente contagiosa e una perfetta festa melodica. Dal vivo colpisce più forte che su disco, acquisendo una nuova energia, ed è esattamente così che dovrebbe essere il Rock ‘n Roll. Kenny canta con tutta l’anima che ha in corpo e scioglie i cuori con il sorriso vichingo. Il chitarrista Dave Dalone si scatena nei suoi assoli e Jona Tee alle tastiere è impeccabile. Questo è il Rock melodico nella sua forma più maestosa.
In “Hollywood” la band alza un po’ il livello, ma dà comunque un motivo per cantare e intonare i cori. Il batterista Crash è una vera forza della natura, capace di dare a questi brani quel ritmo incalzante e travolgente che serve e il bassista Jimmy Jay si integra perfettamente con lui. Sebbene la scaletta di stasera sia solo di un’ora, ci sono i brani amati e cantati dai fan come “Beg Beg Beg” che fanno salire l’energia e il pubblico risulta completamente coinvolto. Una pausa nel mezzo permette alla band di eseguire un frammento di un minuto e mezzo di “War Pigs” dei Black Sabbath in omaggio al compianto Ozzy Osbourne: i presenti rispondono a dovere!
Si continua con “Back To The Rhythm” che viene eseguita in modo impeccabile e, ancora una volta, fa sentire la magia che questi cinque ragazzi hanno dal vivo che eleva e valorizza queste canzoni. “Living On The Run” è pressochè perfezione e la band è semplicemente incredibile da vedere, è un inno da manuale. Ma questo non è tutto: ci sono anche pezzi lenti come “Cry”, al termine del quale Kenny mostra orgogliosamente le lacrime per aver sentito il cuore del pubblico dentro ai cori di un brano che rappresenta tanto per lui. La chiusura spetta a “One By One” mentre gli H.E.A.T fanno di nuovo saltare le cervella. Il groove è travolgente e il lavoro di chitarra di Dalone fa venire la pelle d’oca. Come ricordo sempre, gli H.E.A.T. meritano di suonare nelle arene, davanti a un pubblico vasto: sono una di quelle band che catturano l’attenzione, coinvolgono e trascinano nel divertimento che stanno vivendo sul palco con quel qualcosa di speciale nel cuore e nel modo in cui il frontman Kenny Leckremo sa coinvolgere il pubblico, che distingue la band da tante altre (soprattutto Scandinave!).
Night Ranger
Il Live Club sale sulla macchina del tempo e fa un viaggio all’indietro: per chi c’era e per chi avrebbe voluto esserci, è il 2 maggio 1987!
I Night Ranger sono forti, emozionano. Non solo propongono i successi che i fan adorano, ma tutto il pubblico appare come un bellissimo caos di diverse generazioni che cantano a squarciagola.
Hanno sfondato la porta con “(You Can Still) Rock in America”, e se c’erano dubbi sul fatto che fossero ancora in forma, sono svaniti nei primi 30 secondi. Brad Gillis è entrato in scena con una carica esplosiva, la chitarra che urlava come posseduta. Quest’uomo non si limita a suonare le note, scaglia fulmini sul pubblico. E poi il modo in cui si muove sul palco: sembra più un quarantenne che uno con dei nipotini.
E poi c’è Keri Kelli alla seconda chitarra. Sostituire il leggendario tapping a otto dita di Jeff Watson non è cosa da poco, ma Keri non cerca di imitare Jeff: ha una grinta tutta sua e porta con sé un’aggressività che mescola Punk e Glam, perfetta per lui. È un vero showman. Non dimentichiamoci di Jack Blades: si sporge tra il pubblico, scherza con le persone in prima fila. La sua voce nonostante qualche inciampo, risulta comunque impeccabile: grintosa nei punti giusti, dolce quando serve, e non smette mai di sorridere, come se si stesse davvero divertendo un mondo.
Brad Gillis potrebbe essere il chitarrista più sottovalutato dell’intero pantheon del Rock classico. Il modo in cui suona la sua Floyd Rose, il controllo assoluto che ha: il suo assolo durante “Sentimental Street” è stato assolutamente da ricordare.
C’è anche il momento cover con i “Damn Yankees”: quando Jack ha introdotto “High Enough” il pubblico ha esultato. Quel riff introduttivo è partito e si potevano sentire le persone sussultare in modo magico. Totalmente inaspettato e meritatissimo. Il ritmo era magistrale. L’atmosfera si è fatta anche nostalgica ed emozionante con “When You Close Your Eyes”, mentre Eric Levy alle tastiere ha introdotto “Goodbye” in modo cinematografico. Con “Sister Christian” il tempo si è come fermato, la canzone è stata interpretata cruda, senza filtri, seguita da “Don’t Tell Me You Love Me” cantata con una forza tale da far cadere il pubblico a terra. Si poteva sentire la sezione ritmica sfrecciare come una machcina da guerra: niente fronzoli, solo suono e sudore.
Nei momenti in cui il pubblico ha preso il sopravvento sul ritornello, si poteva sentire una bellissima ondata di voci che creavano un caos gioioso e collettivo. Inoltre, quando il concerto è finito e mi aspettavo scappasero via a riposare, sono rimasti sul palco ancora un po’. Brad, Jack e Keri hanno lanciato qualche plettro. Kelly ha lanciato diverse bacchette tra il pubblico ed è stato come un addio e un “arrivederci” tutto in uno.
I Night Ranger forse non sono più il nome più famoso del Rock ma si sono semplicemente presentati, hanno suonato come dei matti e hanno ricordato a tutti che il Rock ‘n Roll non è solo musica. È memoria, è muscoli (cuore), è magia.
Non è stato possibile assistere alla sessione VIP con ospiti previsti Giant, Michael Sweet, Degreed a causa dell’orario improponibile!