Recensione: Emotion Factory Reset

Di Stefano Usardi - 18 Maggio 2026 - 10:00
Emotion Factory Reset
Etichetta: Metal Blade Records
Genere: Heavy 
Anno: 2026
Nazione:
Scopri tutti i dettagli dell'album
73

Dopo sei anni dall’ultimo capitolo della loro discografia, quel “Punching the Sky” che per un breve momento mi aveva tratto in inganno, tornano gli Armored Saint col qui presente “Emotion Factory Reset”, nono sigillo da studio per la compagine losangelina attiva, seppur a intermittenza, dal 1982. La ricetta del combo a stelle e strisce è sempre la stessa: un robusto heavy metal da vecchia scuola, di quello cromato e rombante che prende vita energizzando l’hard rock più veemente ma che non esita a sfruttare elementi presi da generi attigui per mantenersi frizzante e scorrevole. Abitudine, questa, che i nostri hanno peraltro messo in mostra più volte nel passato anche recente. Ecco dunque che la materia sonora di “Emotion Factory Reset”, a fronte di una matrice smaccatamente heavy, si apre saltuariamente a soluzioni meno convenzionali (si vedano i toni country/blues neanche troppo velati nella robusta flemma di “Buckeye”, l’esempio forse più lampante all’interno dell’album) per insaporire questa o quella composizione. Il tutto filtrato, ovviamente, dalla verve stradaiola dei nostri che, anche a livello lirico, si divertono a spaziare per vari soggetti: da rapporti di lavoro complessi alla metafora sportiva dell’inspiegabile successo nonostante le probabilità a sfavore, fino al tema dell’integrità e del compromesso o ad episodi più personali della vita dei membri del gruppo. Rispetto a “Punching the Sky” le canzoni si accorciano leggermente, permettendo ai nostri di mantenere per buona parte del minutaggio un piglio concentrato e diretto. Purtroppo non è tutto oro ciò che luccica, come recita l’adagio, e in alcuni passaggi di “Emotion Factory Reset” i nostri – che comunque si dimostrano ancora in ottima forma – di questo piglio concentrato sembrano dimenticarsi, perdendo qualche colpetto qua e là e girando a vuoto in un paio di occasioni.

Si comincia a bomba con “Close to the Bone”, pezzo di heavy rock arrembante e ad alto tasso di adrenalina, durante il quale il quintetto mette in mostra il giusto piglio sfruttando ritmi pulsanti e melodie rocciose, mentre John Bush inizia a dispensare la sua solita furia vocale. Con “Every Man-Any Man” si abbassano i ritmi ma si mantiene costante la tensione, grazie a un basso nervoso ed improvvise fiammate che fanno progressivamente guadagnare corpo al pezzo, fino alla breve ma robusta sezione solista che lo chiude. “Not on Your Life” si apre veemente, sfruttando una sezione ritmica in primo piano ed ottimi intrecci di chitarre mentre voce e cori si alternano per dettare il tono smargiasso della canzone. Un riff tagliente apre “Hit a Moonshot”, che torna a ritmi nervosi e un piglio bellicoso durante la strofa, perdendosi però in un ritornello un po’ inconcludente che sacrifica tutto l’impeto accumulato alla ricerca di un’apertura melodica che non funziona granché. Non bastano il bell’assolo o il rallentamento disilluso a risollevare le sorti del pezzo, che rimane confinato in un limbo di potenzialità solo parzialmente espresse ed incrina il trend molto positivo finora mantenuto dal gruppo. Un arpeggio sognante a sostenere un John Bush malinconico apre “Buckeye”, pezzo scandito in cui la musica dei nostri si fa calda, quasi paludosa, inglobando elementi country nella sua trama heavy dando vita ad un mix intrigante, pastoso e a suo modo passionale. Con “Compromise” si torna propositivi grazie ad una traccia heavy rock nervosa e diretta che profuma tanto di jam session, mentre la successiva “It’s a Buzzkill” gioca con un incedere compassato ricorrendo a sfumature più beffarde, stradaiole, screziate da qualche sporadica fiammata più robusta. Purtroppo il pezzo non spicca mai il volo, frenato anche in questo caso da un ritornello che non convince appieno. “Throwing Caution to the Wind” rialza la testa con un pezzo immediato e dalla bella carica propulsiva, agile e sfacciato, che permette alla batteria di mettersi in mostra e si rivela utile per allontanarsi dal pantano che l’ha preceduto prima di passare a “Ladders and Slides”. Qui, dopo un inizio che ancora profuma di hard rock vitaminizzato, i nostri si assestano su ritmi decisamente scanditi, dando vita a una traccia insistita e dai begli spunti melodici, venata di blues quanto basta per guadagnare un retrogusto soleggiato e riarso che si fa vagamente crepuscolare con l’arrivo dell’assolo. Inizio roccioso anche per “Bottom Feeder”, marcia quadrata e muscolare inframmezzata da fiammate melodiche poco prima del ritornello: il pezzo mantiene una buona botta grazie a un andamento massiccio ed intenso, ma ciò nonostante sembra tirato un po’ per le lunghe, incerto sulla strada da prendere. Per fortuna arriva “Epilogue” a rimettere le cose a posto giusto in tempo per il finale col suo piglio bello carico, strafottente e propositivo, impreziosito da squarci melodici quasi spensierati. L’ispessimento heavy che apre la seconda metà del pezzo apre la strada al finale e chiude l’album con un’ultima fiammata di buonumore.

Emotion Factory Reset” è un lavoro buono ma non privo di qualche ombra che, per quanto mi riguarda, il risultato se lo porta a casa ma senza mettere la ciliegina sulla torta. Il gruppo mescola pezzi di alto livello ad altri (pochi, ma ci sono) in cui si zoppica un po’, e nonostante la qualità complessiva dell’album sia all’altezza del nome Armored Saint non posso che considerarlo un mezzo inciampo rispetto ai capitoli più celebri della discografia dei losangelini.

Ultimi album di Armored Saint

Genere: Heavy 
Anno: 2017
75
Genere: Heavy 
Anno: 2015
80
Genere:
Anno: 2010
80
Genere:
Anno: 1987
90