Recensione: Opvs Noir Vol. 3
La monumentale e ambiziosa trilogia discografica dei Lord Of The Lost giunge al suo atto conclusivo con la pubblicazione di “Opvs Noir Vol. 3”, sul mercato tramite Napalm Records. Arrivato a completare il percorso iniziato con i primi due capitoli svelati nel corso del precedente anno, questo terzo volume si presentava sulla carta come la frazione più audace e sperimentale dell’intero progetto, chiamata a tirare le fila di una produzione imponente e ravvicinata nel tempo. Il risultato finale si attesta su coordinate di solida media, mostrando una band che tenta di introdurre elementi rinfrescanti pur senza riuscire a svincolarsi del tutto dai cliché e dalle parziali battute d’arresto che avevano già caratterizzato il precedente secondo capitolo.
Il vero punto di forza di questa nuova fatica risiede nella netta sterzata stilistica che caratterizza la prima metà della tracklist. Abbandonando momentaneamente le pose più dichiaratamente teatrali e gotiche, il sestetto di Amburgo sceglie di rispolverare l’attitudine e le sonorità Euro-pop ed elettetroniche che ne avevano decretato il successo commerciale, integrando pattern ritmici vicini al mondo della dancefloor all’interno del proprio consueto tessuto industrial e metallico. L’apertura è affidata alle delicate melodie di violoncello di “Kill The Lights”, un’ouverture cupa che si evolve rapidamente introducendo sintetizzatori e strutture ritmiche dirette ed efficaci. Questa ritrovata energia prosegue con “I’m A Diamond”, pezzo che vede la collaborazione di Alea dei Saltatio Mortis e che punta su testi spudoratamente kitsch e su un ritornello monumentale dal sicuro impatto.
La fluidità della scaletta viene mantenuta attraverso episodi accattivanti come “My Funeral”, un brano gotico che gioca sul contrasto tra atmosfere cupe e testi ironici che invitano a un ideale funerale in abiti rosa, e la successiva “I Hate People”. Quest’ultima traccia si sviluppa come un martellante pezzo dance-metal incentrato sui temi dell’uguaglianza, arricchito dal duetto con l’icona horror punk Wednesday 13, il cui contributo specifico finisce tuttavia per risultare piuttosto marginale nell’economia complessiva del brano. La prima parte del lavoro si chiude con l’oscurità epica e sinfonica di “The Shadows Within”, che mantiene alto il livello di coesione formale.
Nella seconda metà del full-lenght, la band torna ad attingere in maniera massiccia al più tradizionale marchio “Opvs Noir”, riproponendo una sequenza di ballate e passaggi melodrammatici. Se la power-ballad in lingua francese “La Vie Est Hell”, interpretata insieme a Hannes Braun e ispirata a Baudelaire, mostra una buona dose di ispirazione, la successiva “Square One” tenta la carta di un pop neppure lontanamente velato.
In “When Did The Love Break?” il dolore per la fine di una relazione viene enfatizzato dalla voce eterea di Ambre Vourvahis degli Xandria, ma la struttura ricalca schemi già ampiamente sfruttati dalla band. Discorso analogo per “Your Love Is Colder Than Death” e, per “Take Me Far Away”, traccia dal taglio teatrale in cui la notevole prova vocale dell’ospite Damien Edwards dei Cats In Space non viene valorizzata da una scrittura all’altezza. Il sipario cala infine con la ballata cinematografica “The Days Of Our Lives”, un finale privo di lieto fine che suggella l’opera con atmosfere malinconiche.
“Opvs Noir Vol. 3” si impone come un tassello solido e strutturalmente organico nel percorso dei Lord Of The Lost, capace di rivendicare una propria specifica ragion d’essere all’interno della monumentale trilogia e di non restare schiacciato dall’ombra dei capitoli precedenti. La marcia in più di questa produzione risiede principalmente nella prima metà dell’album con un ascolto che si mantiene godibile e di sicuro impatto, valorizzato da canzoni trascinanti e, soprattutto, da una prova esecutiva che mette ancora una volta in luce l’eclettismo stilistico teatrale della band.


