Recensione: Operation: Mindcrime III
Certo che, anche se ti chiami Geoff Tate, quando fai un album solista intitolato “Operation: Mindcrime III” corri il rischio di infilarti in un ginepraio dal quale difficilmente ne uscirai illeso.
Una moda, questa dei sequel, che può prestarsi bene al mondo del cinema, ma pare rivelarsi un po’ fuori luogo nel panorama musicale. Per realizzare il seguito di un album di successo non è sufficiente scrivere una trama avvincente, ma occorre soprattutto recuperare l’ispirazione artistica, l’intuito creativo e la sintonia che si erano creati nel lavoro originario. Non basta quindi spiattellare in copertina un titolo che faccia riferimento ad un’opera gloriosa nella speranza di riviverne i fasti. Al contrario, invece, si corre il rischio di imbattersi in inevitabili paragoni e confronti dai quali se ne viene fuori spesso malconci.
Incuranti di questi pericoli e benché orfani del genio creativo di Chris DeGarmo, Geoff Tate ed i Queensrÿche ci hanno provato lo stesso nel 2006, andando a pubblicare la seconda parte di quel “Operation: Mindcrime” uscito nel 1988 ed entrato di diritto negli annali della musica. Un capolavoro riconosciuto all’unanimità come una pietra miliare, unica e irripetibile della storia del heavy metal.
Un’opera praticamente perfetta, forte di una serie di brani diventati dei classici del nostro genere preferito, tanto da poterla paragonare ad una versione metallara di “The Wall” dei Pink Floyd.
Il rischio di un fiasco clamoroso, quindi, non era da escludere, ma nonostante tutto, pur con i dovuti limiti, non fu nemmeno quella disfatta di Caporetto che molti si aspettavano. “Operation: Mindcrime II” alla fine si rivelò un prodotto in bilico tra piacevoli sorprese ed il suscitare alcune perplessità, che, pur restando lontano dal lavoro originario, riusciva ad assestarsi su un livello abbastanza soddisfacente. Un’uscita che poteva contare sulla presenza di Ronnie James Dio come ospite, unita al merito di ridare un certo slancio alla carriera dei Queensrÿche, reduci da una serie di album non particolarmente riusciti. Una boccata d’ossigeno per tutti i fan, prima di ricadere nuovamente nella mediocrità con l’immondo “American Soldier”.
Successivamente le vicende tra Tate ed i Queensrÿche hanno iniziato a trascendere dalle tematiche musicali per lasciare spazio ai litigi da gossip, culminando in una turbolenta separazione dove sono volati insulti, accuse di nepotismo, sputi e cause legali per il possesso del nome della band.
Arriviamo ai giorni nostri, con Geoff Tate che, non potendo detenere il nome Queensrÿche, decide allora di impossessarsi della loro opera più significativa.
“Operation: Mindcrime III” esce così a maggio 2026 e vuole riprendere le tematiche dei lavori precedenti, raccontando la storia dal punto di vista del fantomatico Dottor X, l’antagonista delle vicende dei capitoli uno e due.
Dopo l’intro “The Scene of the Crime” si passa a “You know My Fucking Name”, un mid tempo dall’andamento angoscioso con un’anima cinematografica che cerca di giocare su una certa carica emotiva. Il pezzo parte bene e cresce con lo scorrere dei minuti. Anche se non riesce ad esplodere completamente, tutto sommato pare essere un buon inizio. “The Answer” è un hard rock diretto ed orecchiabile. Una traccia che funziona grazie ad un ritornello efficace accompagnato da una bella armonia di chitarra ed un Geoff Tate in forma.
Pur non raggiungendo gli standard degli anni d’oro, il cantante conferma di essere invecchiato bene. Chi ha potuto vederlo recentemente all’opera dal vivo può confermare la classe e l’eleganza con cui Tate riesce ancora a destreggiarsi al microfono, riuscendo, grazie alla tecnica ed esperienza, a gestire in modo credibile anche i brani impegnativi.
Non sono da meno i musicisti che lo accompagnano, particolare al quale l’ex voce dei Queensrÿche pare prestare da sempre molta attenzione. La sezione ritmica viene così affidata al bassista John Moyer dei Disturbed al batterista Rich Baur. Completano la line up Kieran Robertson (chitarra e sintetizzatore), Amaury Altmayer (chitarra) e l’abruzzese Dario Parente (chitarra), accasatosi alla corte di Geoff Tata dal 2018. Per le parti di voce femminile troviamo invece Clodagh McCarthy, che duetta con Tate sull’ipnotica “I’ll Eat Your Heart Out” e “Do You Still Believe”, pezzo introspettivo ruotante sulle note di un piano ed una chitarra dal gusto flamenco.
Per questa nuova opera Geoff Tate punta su atmosfere cupe e tenebrose, particolarmente evidenziate in certi brani come l’onirica “Vulnerable” e “Power”, già uscita da alcune settimane come singolo apripista. “Set You Free” parte con un riff corposo, per poi fluttuare su dei tenebrosi arpeggi di chitarra.
Il disco si muove in una direzione musicale che possa adattarsi all’attuale dimensione vocale di Tate, meno da metal screamer e più incentrata su prestazioni mature e profonde. “Operation Mindcrime III” si presenta infatti molto riflessivo e cupo, conservando una certa teatralità ed alcune strizzate d’occhio a soluzioni pinkfloydiane già presenti sul suo illustre predecessore.
In chiusura troviamo “A Monster Like Me”, traccia lenta e malinconica dalle sfumature jazz, con Geoff Tate diviso tra voce e sassofono. Una composizione abbastanza distante dalla “Eyes of a Stranger” che chiudeva l’opera magna del 1988, ma che si potrebbe prestare bene per gustare un whiskey di marca in un elegante listening pub.
Che dire, quindi, di questo “Operation Mindcrime III”? Bocciarlo per partito preso sarebbe facile ed anche un po’ ingiusto. Nonostante non possa di certo competere con il suo glorioso passato, riesce a tenersi su un livello ancora accettabile, anche se più grazie all’esperienza ed al mestiere di Tate che non per una ritrovata vena compositiva. Va anche detto, però, che lo stesso cantante statunitense si è complicato la vita da solo presentando questo album con un titolo, una copertina ed una grafica che richiamano palesemente al capolavoro di quarant’anni fa, facendo scattare nei più degli inevitabili e dolorosi confronti.
Un disco comunque da non buttare a priori, con idee interessanti alternate ad altre meno riuscite. Inoltre manca quel mordente in più che non avrebbe di certo guastato.
Con questo lavoro Geoff Tate sembra voler dimostrare al mondo intero di essere il vero erede del glorioso passato artistico dei Queensrÿche. Tutto sommato riesce a restare a galla in modo abbastanza dignitoso, ma quel titolo in copertina, alla fine dei conti, risulta troppo pesante da portare anche per lui.
