Recensione: Natural Born Rockstar
‘Natural Born Rockstar’ è il titolo del nuovo album dei milanesi Rockstar Frame, disponibile da aprile 2026.
La band è nata nel 2012 da un’idea del batterista Max Klein ed ha debuttato discograficamente nel 2015 con l’album ‘Rock ‘N’ Roll Mafia’.
Come evidenziano gli album successivi, la formazione ha subito mutamenti pressoché continui, di cui il principale è stato il passaggio da una voce femminile (Faith Blury – Rock At The Opera – sul primo album, Kiara Laetitia – Skylark – sul secondo ‘Bulletproof’ del 2018) ad una maschile (Leonard F. Guillam – After Infinity – sul terzo ‘Stand Up … Jump ‘N’ Fly’ del 2021).
‘Natural Born Rockstar’ non fa eccezione. Della lineup precedente Max Klein mantiene solo la collaborazione con il chitarrista Ian Darrel, per il resto sostituisce nuovamente tutti, reclutando Warren De Marchi alla seconda chitarra (raddoppiando per la prima volta le asce), Roman Destefani al basso e Izzy Cole (Judith) alla voce.
Quello che rimane invariato, a parte una naturale crescita artistica, è essenzialmente lo stile. I Rockstar Frame suonano un Hard Rock di chiara matrice statunitense anni ’80, quella il cui epicentro fu il Sunset Strip, il lungo e vibrante tratto di strada che si estende tra Hollywood e Beverly Hills, famoso per aver dato vita, fin dagli anni ’20, a più di un movimento musicale, dal Jazz al Metal, con locali storici come il Whisky a Go Go, il Roxy ed il Viper Room.

L’atmosfera che emanano i solchi di ‘Natural Born Rockstar’ è praticamente quella che respirava chi percorreva il viale all’epoca: Dokken, Ratt, Poison, L.A. Guns, qua e là i Motley Crue e pure i Def Leppard (che sono inglesi … ma hanno influenzato parecchie di queste band), i riferimenti sono questi nella versione più stradaiola e meno patinata.
Di fatto, questa nuova formazione sa mescolare bene grinta e melodia, riuscendo a dare vita ad un Hard Rock energico ma molto orecchiabile, con un buon connubio tra strofe decise e selvatiche, cori e refrain contagiosi ed assoli ad alto numero di ottani.
In altre parole, ‘Natural Born Rockstar’ è l’ennesima prova che il lavoro di squadra funziona: una sezione ritmica trascinate, un lavoro di chitarra deciso e ficcante ed una voce che sa essere graffiante ma anche rudemente sensuale, calata perfettamente nella parte del ribelle di strada.
In verità, le tastiere, che grosso modo riempiono il sottofondo di quasi tutto l’album, se da una parte fanno corpo unico dall’altra ammorbidiscono un po’ troppo l’impatto delle chitarre. Sgrezzano … aiutano l’orecchio … ma … anche meno la prossima volta.
A parte questo, il lavoro è più che buono e la band ha fatto un bel passo in avanti. In particolare, su una scaletta di 10 pezzi, colpiscono il Rock ‘N’ Roll accattivante di ‘Never Bow, Never Die’ ed il clima live di ‘Shine On’. Cattura anche l’andatura di ‘Night’s Delight’: parte che sembra la classica ballad da rimorchio che in questi lavori non può mai mancare, ma poco dopo s’indurisce e s’arrabbia cambiando completamente la scena.
C’è dell’oscurità inquietante nell’impetuosa ‘Champagne and Hurricanes’, mentre ‘Sex Toy(s)’ è casinara ed irruente. Anche la conclusiva ‘Guilt’ ha il suo perché, fuori dagli schemi ci mostra una band più riflessiva, anche se non meno energica e che sa muoversi all’interno di un ambiente fumoso e surreale.
Concludendo, ‘Natural Born Rockstar’ è un album vivo e adrenalinico, fortemente radicato in un determinato periodo storico di tanto tempo fa ma non nostalgico, rappresentandone la prosecuzione.
Si spera che la stabilità della band sia tale da consentire loro di dar vita ad un secondo capitolo discografico. Nel frattempo ascoltiamo questo ‘Natural Born Rockstar’ ed andiamo a vederli dal vivo. Non resteremo delusi.
