Recensione: Cairn
I Parallel Minds sono un gruppo francese attivo dal 2013, con alle spalle 4 full-lengths, tra cui questo “Cairn”, autoprodotto a marzo 2026 solo in versione digitale. L’album è composto da 10 tracce (compresa la solita inutilissima intro) per una durata totale di quasi un’ora, segno che i brani hanno durate “importanti”. Con un sound che potrebbe essere classificabile nel prog power, anche se gli influssi modern groove e quelli di musica etnica sono ben presenti, ci troviamo davanti a qualcosa che non è affatto di semplice ascolto, ma anzi il sound, per essere compreso pienamente, necessita di ripetuti ascolti; di certo, il minutaggio elevato di alcuni pezzi non facilita, tanto che si potrebbe pensare che alcuni di essi funzionerebbero meglio se accorciati di qualche inutile orpello. Se da un lato il tasso tecnico elevato dei musicisti è evidente, dall’altro il songwriting soffre di una sorta di smania di eccedere, mettendo fin troppa carne al fuoco (“Trail Of Tears” ne potrebbe essere un esempio, con una lunga parte iniziale che ricorda la musica etnica sudamericana, da ritenersi alquanto fuori contesto e fin troppo lunga e noiosa). Non bastano a sollevare le sorti del disco le ottime parti di chitarra di Grégory Giraudo (gli assoli sono spettacolari!) ed il buon ritmo imposto dal batterista Eric Manella; la prestazione del singer Stéphane Fradet lascia invece spesso interdetti, soprattutto quando si lascia andare a vocals un po’ troppo estreme (ma perché??), sporcando un’ugola che invece avrebbe ottime potenzialità in quanto ad espressività e calore (basta ascoltare la predetta “Trail Of Tears” per rendersene conto). Ecco, quindi, che i vari ascolti scivolano via senza lasciare particolari impressioni positive, ma con quel fastidioso retrogusto amaro del “poteva essere, ma non è stato”, quella classica sensazione dello “studente dalle enormi potenzialità, ma che non si applica nella maniera giusta”. Ed è sinceramente un peccato, perché il prog power della band sarebbe davvero interessante, se solo non fosse stato così troppo “contaminato” e lungo oltre misura. La prova, in tal senso, la troviamo nell’ottima “Sekigahara”, la canzone più classica del lotto, quella più vicina al power e dal ritmo più frizzante: semplicemente spettacolare! Purtroppo si tratta del cosiddetto “fuoco di paglia”, dato che quasi nessun altro brano nella tracklist è a questo livello qualitativo e la cosa sinceramente lascia interdetti, quasi come se il processo compositivo sia frutto di più menti totalmente differenti e dai punti di vista opposti. Per fortuna, di “Sekigahara” è anche stato realizzato un videoclip.
Facendo uno sforzo per cercare altri pezzi interessanti ed efficaci, si potrebbe pensare all’opener “Sufero” (altra canzone scelta per la realizzazione di un videoclip), o alla ritmata “Bhopal”, ma con il resto, per un motivo o per l’altro, si fatica a rimanere colpiti del tutto positivamente; la conclusiva “Fear Is The Pandemic” è un po’ troppo dura e groove-oriented, “On Both Sides”, “Orishas” e “Troubles” sono troppo lunghe (come la più volte citata “Trail Of Tears”), mentre “Colonias” è un pezzo acustico, quasi avulso dal contesto. I Parallel Minds sono attivi da tanti anni e non sono alle prime armi, il timore è quindi quello che ormai la propria strada sia ben tracciata e scelta con decisione e raziocinio; purtroppo però tali scelte non si rivelano convincenti e coinvolgenti e questo “Cairn” non si dimostra compatto e non riesce ad emozionare, riuscendo a strappare solo una sufficienza di stima per l’indubbia capacità tecnica dei componenti della band.

