Recensione film: Megadeth: Behind The Mask

Megadeth: Behind The Mask è il nuovo film-documentario della band, in uscita a breve (sarà nei cinema il 22, 23 e 24 gennario), che unisce la prima del nuovo (e ultimo) album omonimo ad una retrospettiva sulla storia dei Megadeth.
L’occasione è sì l’uscita del nuovo album, ma anche e soprattutto l’annuncio bomba del prossimo ritiro della band. Certo, non è dietro l’angolo, Dave Mustaine ha già dichiarato che il tour durerà diversi anni, ma il frontman ha anche rivelato di essere affetto dalla contrattura di Dupuytren che rende credibile che questo sia effettivamente l’ultimo album della band.
Un documentario dalla durata di quasi due ore, Megadeth: Behind The Mask non può che essere interessante per tutti i fan della band, e non solo, perché oltre ad offrire un ascolto in anteprima di questo nuovo disco, accompagna ad ogni canzone le parole di Mustaine che per ogni brano svela retroscena sulla scrittura, o sul significato dei testi.
Scopriamo così che “Hey God” è nata perché il musicista riteneva che “Qualcuno deve aver le palle di dire che è ok credere in dio”, o che il ritornello di “Puppet Parade” è stato scritto avendo in mente “Symphony of Destruction” e “Angry Again” costruendolo “come se le due canzoni avessero avuto un figlio insieme”.
Tra una canzone e l’altra, Dave ripercorre la storia dei Megadeth album dopo album, ricordando aneddoti e storie della sua vita, così indistricabilmente intrecciata con quella della sua creatura.
Ovviamente si parte dalla transizione dai Metallica alla nascita dei ‘deth, e con buona pace dei detrattori Mustaine è il primo a dire che tra la sua band (o meglio, tra lui) e la sua ex-band c’è stato un eterno tira e molla tra faida e pace, ma che oggi si sente in pace con i suoi ex compagni di band e non ha nulla contro James Hetfield, Lars Ulrich e Kirk Hammett.
L’animo rancoroso del musicista riemerge però in più momenti, come quando parlando della scrittura di “In My Darkest Hour“, canzone scritta sulla scia del trauma della morte di Cliff Burton, dice di non aver mai digerito il fatto che i suoi ex compagni di band non lo chiamarono per comunicargli della scomparsa dell’amico (“fratello” lo chiama lui), notizia che gli fu trasmessa da altre persone.
Alla fine predomina la maturità e Mustaine sembra rendersi conto che “eravamo giovani e nessuno ha gestito la cosa in modo adulto. Non ho nulla contro di loro.”
Un interessante dietro le quinte che viene svelato è come sia Teemu Mäntysaari che Dirk Verbeuren siano stati coinvolti nella scrittura del disco, un compito solitamente in capo quasi esclusivamente al frontman. Non mancano le “solite” lodi al chitarrista del momento, oggi Teemu, ma che abbiamo già sentito per quasi ogni chitarrista che ha suonato nei Megadeth negli anni.
Dave è infatti entusiasta del chitarrista finlandese – e ha ragione, Teemu è un musicista eccellente – ma fa un po’ meno scena sentirlo dopo aver sentito le stesse parole riferite a tanti chitarristi diversi.
Di Mäntysaari dice che hanno dovuto “decostruire” insieme il suo stile per riadattarlo ai Megadeth, e c’è da dire che il chitarrista effettivamente è molto efficace sulle nuove composizioni. A contorno arrivano le sbrodolate su come Teemu sia il migliore chitarrista ad affiancarlo dai tempi di Marty Friedman e di come vorrebbe averlo conosciuto prima.
Arrivando verso la fine scopriamo che “Obey The Call” è stata scritta dopo che la band aveva raggiunto il numero di canzoni richieste per contratto, ma ancora ispirati hanno deciso di continuare componendo un pezzo effettivamente molto interessante, anche se uno dei momenti più notevoli arriva con l’ultima canzone vera (escludendo quindi la cover finale di cui parleremo tra un attimo), “The Last Note“.
La canzone altro non è che un tributo alla band, ai fan, e una celebrazione di 40 anni di storia: con testi come “It’s time for me to say the long goodbye” [è l’ora di dire questo lungo addio] e “Let this last note never die” [che questa ultima nota possa non morire mai] si conclude la canzone finale della leggendaria band.
Negli ultimi momenti la musica rallenta e, citando il celebre “Veni, Vidi, Vici” di Cesare, Dave Mustaine declama, “I came, I ruled, now I disappear”: sono venuto, ho regnato, ora sparisco.
Un’affermazione potente e sbruffona, come Dave è stato per tutta la sua carriera, ma non per questo meno veritiera.
Arrivati al termine del documentario è il momento di sentire la cover di “Ride The Lightning” dei Metallica, che prima ancora di essere ascoltata ha già causato infinite discussioni tra fan e detrattori.
Lasciando da parte la resa della canzone (sicuramente più che dignitosa, anche se rimane più una curiosità che altro), interessante è sentire Mustaine stesso dire che la scelta di registrare la canzone non nasce da un desiderio di rivalsa. Non è rancore, non è “vendetta”, è parte del processo di guarigione che ha affrontato per lungo tempo dopo essere stato allontanato dal suo vecchio gruppo, processo evidentemente ancora in corso.
“È una delle ultime canzoni a cui abbiamo lavorato insieme e volevo tributarli” dice e, al netto di tutte le discussioni fatte da terzi, se ce lo dice Dave forse possiamo anche crederci.
Al termine della visione è il momento di tirare le somme.
Megadeth: Behind The Mask è un’interessante documentario, ma non è perfetto: preso come documentario sulla storia dei Megadeth è sicuramente troppo breve – d’altronde metà della durata è dedicata all’ascolto del nuovo album “Megadeth” e al suo commento – e offre un unico punto di vista, quello di Dave Mustaine, quando un documentario “definitivo” sarebbe certamente più interessante con il coinvoglimento di ex membri e altre persone coinvolte nella storia della band.
Anche dal punto di vista di dietro le quinte sul nuovo album gli manca qualcosina, in particolare ci sarebbe piaciuto vedere più dietro le quinte veri, con riprese dallo studio per vedere effettivamente la band al lavoro. Qualcosa c’è, è vero, ma è troppo poco per farci una vera idea di cosa succeda quando la band si siede a scrivere o registrare.
Al netto di queste osservazioni, Megadeth: Behind The Mask è un documentario coinvolgente e un ottimo modo di scoprire per la prima volta il nuovo album, anche grazie ai commenti di Dave Mustaine, e di caricarci in vista del prossimo concerto di Ferrara!
A proposito, è bene notare come il documentario sia stato registrato prima dell’ultimo tour in cui la band ha suonato in apertura ai Disturbed. Il frontman infatti ad un certo punto parla di setlist di 60 minuti per le prossime date, ma ci è già stato confermato da MC2 Live che il concerto di Ferrara sarà da headliner e quindi più lungo.