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Speciale: Pianeta metallo – bello, ma non ci vivrei

Di Dwight Fry - 21 Febbraio 2019 - 10:00
Speciale: Pianeta metallo – bello, ma non ci vivrei

In uno dei miei primi articoli pubblicati da TM, un gentile commentatore ha chiesto:
Perché, il metal che meriti avrebbe?
La domanda si inseriva in questo contesto e risulta abbastanza interessante.

Già, che meriti ha il metal?
Se la questione fosse esclusivamente soggettiva, credo che molti di noi avrebbero qualcosa da raccontare. Ma c’è un lato oggettivo delle faccenda?
Vediamo. Proviamo a individuare qualche merito.

 

MERITO #1

Nel 1991 Alice Cooper affermò, in merito alla causa giudiziaria intentata contro Ozzy Osbourne:
“Figuriamoci se ci si ammazza per una canzone. Sono ben altri i problemi. Il metal e il rock ‘n’ roll in generale sono musiche fatte per far star bene chi ascolta, per dare nuova energia”.
Penso avesse ragione, d’altronde nessuno è degno di contraddire Alice Cooper.
Con ogni probabilità il metal ha il merito di aver fornito a migliaia di individui una valvola di sfogo importante. La fisicità stessa di questa musica, evidentissima nei concerti, pare suggerirlo. Headbanging, pogo (sebbene di altra origine musicale), circle pit e “surf sulla folla” non arrivano dal nulla.
Tutto quel frastuono, inoltre, ben si accorda ai sentimenti che talvolta avvertiamo dentro di noi e uso il verbo “accordare” non a caso: più si è sensibili al fascino della musica (metal, nella fattispecie), più se ne avvertono i benefici.
Il diapason oscilla e noi con esso. Se la chitarra morde, per citare gli AC/DC, noi siamo disposti a farci divorare.

 

MERITO #2

Molti musicisti metal, noti e meno noti, sono davvero bravi. Oggi si distingue giustamente il talento esecutivo da quello compositivo, la tecnica dal feeling, ma non vorrei che venissero sminuiti – in toto – l’impegno e lo studio richiesti, i quali spesso vanno di pari passo con la passione nei riguardi delle sette note. Se il jazz rimane lo scoglio più arduo per molti musicisti, è giusto ricordare gli incredibili risultati raggiunti da svariati artisti metal. Individui come (cito i primi che mi vengono in mente) Criss OlivaDave LombardoAlex Webster o Geoff Tate hanno nobilitato il concetto di “tecnica esecutiva”, dimostrando che un musicista metal può creare, suonare e/o cantare partiture assai complesse senza trasformarsi in un freddo esecutore.
Non è roba alla portata di tutti.

 

MERITO #3

Inclinazioni professionali mi spingono a sottolineare l’intelligenza, il coraggio e la profondità di molti testi metal. Si può dire che il metal abbia una canzone per ogni emozione, per ogni sfumatura, laddove la musica commerciale fa leva quasi sempre su due o tre sentimenti basilari. Il blues (che adoro) anche meno. Il metal sa universalizzare tematiche individuali e creare una poetica incisiva: leggere alcuni testi di CandlemassSavatageSkycladFates WarningSymphony XAnathemaDeathPain Of SalvationIron Maiden e molti altri, significa sostanzialmente leggere buona letteratura. La vastità dei temi affrontati pone il metal su un piano ben più elevato rispetto a tanta concorrenza, fossilizzata da sempre su un numero ridicolo di approcci testuali.

 

MERITO #4

Non c’è alcuna musica che, più del metal, per un bizzarro processo osmotico abbia portato a conoscenza dei ragazzi un altro tipo di musica: la classica. E questo è senza dubbio un merito. Anni fa un mio conoscente sosteneva che il metal, tra i giovani, avesse alimentato la conoscenza di Bach più di tanti insegnanti. In effetti è sconfinato il numero di riproposizioni e omaggi verso la musica classica da parte di artisti e gruppi della scena metal. Qui e ora valga un solo nome: Trans-Siberian Orchestra. Da notare che l’ascoltatore medio di musica metal ascolta e porta avanti anche la grande tradizione hard rock dei Settanta, il che configura il metal come un ragazzino terribile che ancora oggi, nel 2019, prende per mano genitori e nonni e li porta a fare un giro sulle montagne russe.

 

MERITO #5

Assieme al progressive e alla musica popolare più colta, il metal ha il merito di aver contribuito alla diffusione di opere letterarie di vario genere. In campo hard/metal si disquisiva di Tolkien, Howard o Moorcock ben prima che film in stile “Il Signore degli anelli” o serie TV come “Il trono di spade” riportassero in auge il genere fantasy, o l’epico-guerresco alla “300”. In linea generale la musica metal è spesso una musica “colta”, in grado di elaborare concept orbitanti attorno ai capolavori della letteratura (da Shakespeare a Dante, da Eschilo a Poe), oppure di rievocare fatti storici realmente accaduti con un’insospettabile accuratezza e grande sensibilità (permettetemi di citare ‘1916‘ dei Motörhead).
Quali altri generi musicali possono fregiarsi di tale caratteristiche? Non molti, direi.

 

MERITO #6

Oggi il metal non tira quanto altri generi più orecchiabili o con una base di per sé più larga (“la trap piace moltissimo ai bambini di otto anni perché per loro non c’è altro”: non lo dico io, l’ha detto un rapper abbastanza famoso), e anche se oggi i metallari non sono più lo spauracchio di ogni genitore americano, è vero pure che storicamente è stato il metal a procurare un sacco di grattacapi a tipologie di individui che, dacché esiste il mondo, rendono la società civile un po’ meno civile e un po’ più bigotta. Siamo stati in grado di tenergli testa e prenderli in giro in un’epoca niente affatto permissiva rispetto a quella attuale.
E per alcuni il metal è ancora “satanico” (Virginia Raffaele una di noi), è ancora la musica dei tossici e dei pervertiti. Lo dicono loro, per esempio, discendenti di quelli che hanno tentato di fermare il metal negli anni Ottanta. Occhi aperti: siamo nel 2019 ma la lezione di Giambattista Vico non va sottovalutata.

 

Di sicuro ci sono altri meriti ma mi fermo qui per un’ultima riflessione.
Nel metal, oggi, il senso di autocritica è molto forte e andrebbe pure bene se ogni tanto, di pari passo, ci si sforzasse di dire o fare qualcosa di segno contrario. Spendere due parole buone sulla musica che si afferma di amare.
Purtroppo l’illusione di avere voce in capitolo su tutto, garantita dal web, ha svelato l’autentica inclinazione di molte persone: lagnarsi. Oggi si apre bocca soprattutto per esprimere pareri negativi, per dire quello che si disprezza o (attenzione) per sottolineare quello che si disprezza in ciò che si apprezza (!).
La rete è strapiena di discussioni chilometriche basate su ciò che non piace, il che è paradossale.
I metallari sono sempre stati dei gran rompicoglioni (è nella loro natura e forse pure questo è un merito) ma un tempo – salvo eccezioni – si prodigavano per seguire e diffondere la musica che amavano con un’energia cento volte superiore a quella che impiegavano per parlar male dei Bon Jovi o di “Load”.

Non mi pare che oggi le cose funzionino alla stessa maniera, anzi. C’è una specie di corsa alla smetallizzazione, o meglio, molti si considerano parte del mondo metal ma di questo mondo pare che non gli piaccia proprio nulla: né chi lo suona, né chi lo ascolta, né chi lo recensisce, né chi lo racconta.

Su questo argomento ho già pronto un articolo (prossimamente su questi schermi) ma chiudo con una domanda: è possibile che esista una correlazione tra lo sfaldamento interno al metal, la sua perdita di popolarità e l’avanzare – tra i giovani – di generi musicali capaci di offrire un’immagine di sé più sicura, quasi insolente, e quindi in grado di calamitare l’attenzione delle nuove generazioni di ascoltatori, da sempre in cerca di punti di riferimento “forti”?