Heavy

Beppe Riva Pillars: recensione MANOWAR (Battle Hymns)

Di Stefano Ricetti - 28 Dicembre 2010 - 0:10
Beppe Riva Pillars: recensione MANOWAR (Battle Hymns)

MANOWAR
“Battle Hymns”
1982
Liberty

In coda la rubrica Shore’s Bridge Over Time, contenente una mini intervista a Beppe Riva, riguardante il disco

 

 

Recensione tratta dalla rivista Rockerilla numero 27, del settembre 1982

 

MONSTER OF POWER Album
Estate ’82

 

Manowar, contrazione terminologica di ‘Man-of-War’ è il ‘colosso’ bellico ideato da Ross The Boss, il leggendario axe hero dei Dictators, in una sconosciuta ‘base’ canadese, con la complicità del bassista Joey De Maio, pubblicizzato anch’egli come ex-Dictators, ma che mai ha presenziato in incisioni ufficiali della band newyorkese.

Certamente De Maio ha fatto parte dei Thunder, una band che si avvalse delle prestazioni dell’asso dei Rods, David Feinstein. Ross Friedman ha abbandonato Shakin’ Street, la corte dell’irresistibile donna-felino Fabienne Shine, con cui incise un eccellente album prodotto da Sandy Pearlman, onde imporsi definitivamente per quello che è sempre stato, ossia, uno dei ‘campioni’ assoluti della chitarra heavy metal.

Il problema, per il magnifico ‘duellante’ di ‘Manifest Destiny’, è che mai il pubblico dell’hard ha saputo accorgersi del suo talento, poiché i Dictators suonavano “HM for punks” (e fu il motivo della loro débậcle, la mancata determinazione di un pubblico di riferimento), mentre gli stessi Shakin’ Street soffrirono a dismisura la loro condizione di partenza (scarsa sprovincializzazione?) di French Rockers.

Fortunosamente, Ross ha capito TUTTO, si è appartato prima dell’estrema capitolazione, con gli occhi bruciati dalla visione delle incomparabili saghe ‘storiche’ che hanno soggiogato il mercato cinematografico, ‘Excalibur’, ‘Conan’, ‘Clash of the Titans‘, ed ha concepito il CAPOLAVORO, ‘Battle Hymns‘, un album-concept totalmente imperniato su ‘Miti e Mostri’. Deviando nettamente il punto focale delle precedenti esperienze, Ross si è votato ad un megacosmo heavy metal dall’intransigente assalto, sovraccarico di rifrazioni orrorose, ‘coinvolgendo’ addirittura Orson Welles in funzione di narratore di un agghiacciante tema di ‘morte e distruzione’: “Dark Avenger(il vendicatore delle tenebre!), che è più Sabbathiano degli stessi Black Sabbath, munito di una mortale cadenza ‘rallentata’ che sfocia nel tormentoso ruggito della chitarra di Ross, straripante in un assolo ‘estremista’.

Per la prima volta Ross accetta tutte le infatuazioni delle fantasie gotiche inglesi, ingaggia un vocalist, Eric Adams, che possiede le dirompenti intonazioni vocali di Ronnie James Dio, ed il risultato è un’incisione che ha la forza di rappresentazione di una pellicola cinematografica, dotata di un’inaudita soundtrack. Ascoltate ‘Battle Hymns‘ (il brano) e provate ad immaginare miglior colonna sonora per i cozzi ferrigni di immani armi medievali.

E se è necessario morire, si sognerebbe che accadesse per l’esplosione delle vene, ingigantite dalla tensione dell’ascolto di ‘Battle Hymns’, nel momento supremo dell’estasi, per poi raggiungere l’Heavy Metal Heaven (or Hell!), auspicato dal guerriero che mostra la compressione dilaniante dei suoi muscoli sulla back cover dell’elpee.

Manowar si pone in aperta sfida con i ‘titani’ britannici Ozzy Osbourne, Judas Priest, Black Sabbath, per l’eccitazione sfrenata di chi ha sempre riposto nel ‘Metallo Epico’, le maggiori credenziali di coinvolgimento musicale e ‘Battle Hymns’, incontestabilmente, gli dà ragione! Detto dei due titoli ‘superiori’ va aggiunto che mai la feroce aggressione dell’album, repentinamente mandata in orbita dall’opener ‘Death Tone‘, subisce attimi di scadimento, e che brani come ‘Fast Taker‘ e ‘Shell Shock‘ decollano inesorabilmente per il micidiale propellente inoculato dagli amplessi solistici del determinatissimo Ross.

Manowar ci prospetta per il futuro titoli quali ‘Chinese Torture‘ e ‘Gates of Valhalla‘, già inclusi nel live-show; per ora ‘Battle Hymns‘ è prova che merita termini non meno altisonanti e ricchi di suggestione della sua intimidatoria ‘tracks list’.

Se il fato non traccerà per loro destini avversi, le due filiazioni dei Dictators, Manowar e Twisted Sister, si accingono a dominare il mondo!    

 

BEPPE RIVA

SHORE’S BRIDGE OVER TIME
 

Battle Hymns ventotto anni dopo…

 

Riesci a ricordare le sensazioni che ti diede il disco oggetto della recensione durante i suoi primi ascolti, anni fa?

E’ innegabile che mi avesse esaltato, infatti la recensione che ne feci era piena di entusiasmo. Trovai per caso l’LP fresco d’importazione in uno dei negozi che frequentavo assiduamente, non sapevo nulla dell’ esistenza dei Manowar, ma guardando il retro copertina mi accorsi che il chitarrista era Ross The Boss, un nome inconfondibile, lo stesso che avevo ammirato nei Dictators, di cui possedevo la discografia completa. Recuperai un paio di stringatissime notizie, anche parzialmente inesatte, da un fascicolo americano di dischi venduti per corrispondenza, e cominciai a “ricamarci” sopra…

Questo spesso era il mio modus operandi di allora, niente a che vedere con le cazzate insinuate da qualcuno a posteriori. Non esisteva nemmeno l’ipotesi di una distribuzione europea dell’LP, nessuna forma di promozione! A me interessava solo “spingere” e far conoscere  la musica che mi piaceva, trasmettere le mie emozioni: era un divertimento.  E riuscii persino a metter “Battle Hymns” top metal album su Rockerilla, davanti ad un’istituzione venerata (da me stesso, of course) come Judas Priest, che uscivano con “Screamin’ For Vengeance”, niente di meno!

Le mie logiche di allora erano spesso irrazionali… Ma per fortuna i lettori erano ricettivi e non mi mandavano al diavolo. Il disco mi piacque moltissimo non solo per quei brani (“Dark Avenger” e la title-track), che giustificavano l’etichetta che mi ero inventato, epic metal, elevandone l’espressione a stato d’arte, ma anche per la furiosa impronta heavy rock derivata dai Seventies USA, certamente parte del retaggio di Ross: “Fast Taker” riecheggiava infatti il colossale debutto dei Montrose, in “Shell Shock”  c’era il mood del fantastico esordio solista di Ted Nugent, in “Metal Daze” l’anthem-stile che i Manowar avrebbero poi sviluppato alla loro maniera, ma non certo anni luce distante (vedi in seguito “Fighting…”, “Kings Of Metal”, “Blow Your Speakers”) da AC/DC e Kiss.

Secondo te ha resistito alla prova del tempo?
 
L’album si riascolta tuttora con immutato piacere, ovviamente amando il metal, per la sua peculiare commistione di potenza e melodia; come sempre, i brani migliori escono fortificati, e se vogliamo “immortali”, con il passare del tempo. La produzione non era certo esemplare, ma era caratteristica comune di molti esordi (anche major) degli anni ’80, quando occorrevano investimenti superiori per una grande resa del suono. Val la pena ricordare che gli album di debutto di Iron Maiden, Metallica, Motley Crue e Def Leppard erano tutti lacunosi a livello di produzione, non certo di composizioni.

Come ti figuravi la carriera dei Manowar dopo aver assimilato per bene BATTLE HYMNS, quindi nel 1982?

Non pretendevo che avesse successo un gruppo da me acclamato. Siccome però ci credevo, mi faceva piacere se era accolto positivamente anche dal pubblico e dalla stampa inglese di maggior peso; ad esempio ricordo che andai a leggere cosa scrisse Kerrang! Non diede molto risalto a “BH”, ma ne parlò bene pubblicando una piccola foto dei musicisti con il classico look da “barbari” e ne fui naturalmente contento. Poi, con il supporto della Music For Nations, K! Fece molto di più per “Into Glory Ride” e per “Hail To England”, dal titolo abbastanza paraculo verso gli altezzosi britannici…Tornando alla domanda iniziale, non potevo certo immaginare che a lungo i Manowar avrebbero incarnato l’essenza dei “difensori” del true metal, a dispetto di tante critiche ricevute.

Come poni il disco a livello di peso specifico all’interno della discografia dei quattro “Barbarians”?

Ho sempre avuto una spiccata passione per i debut-albums, che a mio avviso rappresentano spesso il meglio in tema di freschezza compositiva, fin da quando ho cominciato ad ascoltare con maggior serietà musica nel 1970. Era il periodo in cui era diventato fondamentale l’LP per tutta la scena rock, lasciando alle spalle un periodo basato principalmente su singoli indimenticabili. Per me, tutte le opere prime a 33 giri di Black Sabbath, Emerson Lake & Palmer, King Crimson, Led Zeppelin, High Tide e Black Widow erano straordinariamente creative. Anche negli anni ’80, conservavo un particolare interesse nello “scoprire” albums d’esordio di grande impatto, e fra questi, “Battle Hymns” resta uno dei massimi esempi. E’ stato un magistrale apripista per la carriera discografica dei Manowar, che in tutto il decennio è stata d’alto livello; infatti non è certo un mistero che fossero la mia HM band preferita del periodo, nonostante (ad esempio) lo stile più sofisticato dei Queensryche.    

Immaginando che ve ne siano, quali sono gli eventuali difetti di BATTLE HYMNS?

La registrazione (gestita dai leaders stessi De Maio e Ross) mancava dell’esperienza di produttore/engineer professionali come saranno ad esempio Jack Richardson e Tony Platt nell’eccellente “Sign Of The Hammer”. Inoltre la personalità musicale del gruppo è ancora chiaramente in fase evolutiva.

Dove invece ne risiede la magia?  

Nella freschezza espressiva di cui parlavo, tipica dei grandi albums d’esordio, che viene sublimata in brani come “Dark Avenger”, di cui scrissi “più Black Sabbath degli stessi BS”:  non intendevo certo sottovalutare la mia preferita HM band di sempre, ma render merito ai Manowar, notoriamente fans del gruppo di Birmingham, per averne resuscitato la primitiva magia, con il fiore all’occhiello della prima, drammatica recitazione di Orson Wells, davvero un’idea geniale!

E che dire poi di “Battle Hymns”: l’arpeggio iniziale di Ross dall’enfasi progressive, le frasi iniziali “by moonlight we ride…” che scatenavano una tempesta d’emozioni, e quei cori bellici d’impressionante potenza, degna trasposizione in chiave metal delle colonne sonore di Morricone e delle cupe atmosfere Wagneriane, che tanto avevano influenzato De Maio. Inimitabili nel loro genere! Inoltre la forza d’assieme del gruppo e le qualità individuali erano spettacolari: Ross finalmente si faceva conoscere ad un pubblico più vasto, Joey era l’astro nascente fra i bassisti heavy, Eric forse il miglior discendente di RJ Dio,  ed anche Donnie era un rispettabilissimo drummer.

Molti lo ritengono un disco epocale, che ha fatto scuola. Diede anche a te quest’idea, nel 1982? Sei d’accordo con chi la pensa in questo modo?

Beh, forse l’ho pensato prima di tanti altri. C’è la mia recensione dell’epoca a testimoniarlo, e non credo che tu l’abbia ripubblicata a caso. Tutto il “metallo mitologico” successivo ha tratto impulso vitale dall’apparizione intimidatoria dei Manowar.

In Italia il “La” alla carriera dei Manowar l’hai dato tu, come è universalmente riconosciuto. Hai avuto dei riscontri da parte Loro per questo? Li hai incontrati personalmente?  

Assolutamente si, li ho incontrati la prima volta nell’87 a Milano, nel tour di “Fighting The World”. Effettivamente era il loro album più accessibile, ma meritavano di giocarsi le loro chances ai massimi livelli con la Atlantic. Avevo dedicato loro la copertina di Hard’n’Heavy (lo special di Rockerilla), e subito dopo un’interminabile recensione da “album del mese”  sul primo numero di Metal Shock, che era appena uscito con evidente successo. 

Qualcuno doveva aver parlato di me ai Manowar, e quando arrivai ad incontro stampa già iniziato, Joey si alzò e mi strinse la mano con modi di grande cortesia e gratitudine; mi fece una dedica sulla copertina di “FTW” , imitato da tutti gli altri, scrivendo di sua iniziativa: “To my brother Beppe, thank you for your support!” . Inoltre mi autografarono anche la copertina di “Battle Hymns”, che avevo portato con me, insomma…dove tutto ebbe inizio. Nei fui proprio orgoglioso.

Da poco è sul mercato la versione 2010 di BATTLE HYMNS, completamente risuonato. L’hai sentito? Cosa pensi di questo tipo di operazioni?

L’ho ascoltato, non conosco le ragioni che li hanno spinti a “risuonare” questo classico, ma non mi sembra ci siano cambiamenti sostanziali a livello di arrangiamenti rispetto all’originale. O perlomeno, sono troppo pochi per motivare l’operazione. Forse hanno giudicato acerba la registrazione dell’82, e ci può stare, ma lo spirito, gli impulsi primigeni non potranno mai esser gli stessi. La forza d’urto è sempre notevole, ma ovviamente penso che risuonare i vecchi classici con una nuova “cornice” (come disse una volta Jimmy Page)  possa anche essere un metodo per mascherare attuali carenze d’ispirazione. Non mi sento però di condannare sguardi nostalgici verso il passato, considerando quello che ci propone la scena contemporanea.

Non vado oltre, ma colgo l’occasione per augurare un fortunato 2011 a tutti i lettori di Truemetal.  

Beppe Riva

 

 

Articolo a cura di Stefano “Steven Rich” Ricetti