Intervista John Diva and the Rockets of Love (John Diva)
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Intervista John Diva and the Rockets of Love (John Diva)

Una Lamborghini ferma su Mulholland Drive alle tre del mattino, un paraurti ammaccato, neon riflessi nelle pozzanghere e una chitarra che arriva da una…

di Fabio Vellata 16 Ottobre 2026 - 10:00
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Una Lamborghini ferma su Mulholland Drive alle tre del mattino, un paraurti ammaccato, neon riflessi nelle pozzanghere e una chitarra che arriva da una villa aperta: è da un’immagine simile che nasce Your Favorite Drug, il nuovo album dei John Diva & The Rockets of Love.
Il glam californiano resta al centro, ma questa volta lascia entrare un po' d'oscurità: la sensazione è che un’epoca stia svanendo, che la California stia bruciando e che il rock’n’roll sia forse l’ultima vera forma di evasione.

Ne abbiamo parlato con un sorprendente John Diva, tra ritornelli da stadio, drag queen a Berlino e il segreto per non trasformare l’hair metal in un pezzo da museo...

intervista a cura di Fabio Vellata

Ciao, sono Fabio di Truemetal...benvenuto...entriamo subito dritti nelle questioni del vostro nuovo cd partendo al titolo, molto singolare.
Cosa intendi esattamente per “droga preferita”: la musica, il palco, il successo, il desiderio di evasione o qualcosa di più personale?

Per me è sempre stata una donna. Il mio io lirico canta sempre a una donna e, a dire il vero, di solito mi conosce meglio di quanto io stesso conosca me stesso in modo cosciente.
Da adolescente ho sempre avuto una libido forte e una fantasia selvaggia. Le donne rappresentano per me il desiderio, la fame, la sete: sono la casa che sto inseguendo.
Ma quando dai un titolo a un album, quell’idea inizia a crescere oltre il significato iniziale. Diventa una dichiarazione sulla band. E noi siamo una band eccessiva. Amiamo suonare forte, amiamo suonare dal vivo. Il rock’n’roll è sempre stato una delle forme di evasione più esaltanti.
Quindi sì: la nostra musica è la nostra droga preferita. E, come ogni buona droga, è molto meglio condividerla con altre persone. Preferibilmente con qualche migliaio di selvaggi che urlano.

Con questo nuovo disco volevate soprattutto divertire, sorprendere o esplorare anche il lato meno glamour del sogno rock’n’roll?

Quando ho iniziato a pensare al quarto album, sapevo di voler riequilibrare la formula. Le frontiere del glam metal si possono allargare solo fino a un certo punto, ma c’è un lato più oscuro del genere che non avevamo ancora davvero esplorato.
Lo si sente in brani come “Favorite Drug”, “Your Love Is Cold” o “The Devil’s Got My Back”.
E, diciamolo pure: il buio può essere incredibilmente glamour. Basta guardare i Ghost. Il nero è il nuovo rosa.
Certo, il nostro DNA appartiene ancora alla California, al sole e ai bei momenti. Su questo album c’è tantissimo rock’n’roll luminoso e scintillante. Ma questa volta, tra le palme, c’è un po’ più d’ombra.
E poi c’è ancora tantissima attitudine. Non saremmo i John Diva senza.

Quanto è stato importante, durante la scrittura, mantenere un equilibrio tra le vostre immagini d’ispirazione americana e l’identità europea della band?

Ci consideriamo ancora figli di una fantasia californiana. Ma perfino la California sta avendo una brutta giornata.
Sta bruciando, letteralmente. E in realtà sembra che il mondo intero stia andando a fuoco. Forse è per questo che il nostro glam mostra il suo lato più oscuro in Your Favorite Drug.
Sappiamo tutti che gli anni ’80 sono finiti da quasi quarant’anni. Però penso che tutti stiamo percependo la fine di un’altra grande epoca. L’Occidente non sembra più così brillante come una volta.
Quello che offriamo è un piccolo viaggio nel tempo. Un viaggio bittersweet.
Non siamo ciechi rispetto a quello che sta succedendo nel mondo. Ma è proprio per questo che il glam può essere così potente: quando il mondo diventa più scuro, hai bisogno di qualcosa che brilli.
Quindi uscite, mettetevi la camicia stretta, dimenticate i problemi per due ore e brillate con noi, finché possiamo.

Che caratteristiche deve avere una canzone per entrare in uno dei vostri album?

Siamo alla caccia del grande ritornello. Della frase killer. Di qualcosa che ti resta in testa e che, in qualche modo, racconta una storia.
Adoro i testi che lasciano una porta aperta. Un verso che ti fa pensare: “Aspetta… ma cosa cavolo vuole dire?”.
Per me si tratta di seduzione e tentazione. E, tornando al titolo dell’album: il primo assaggio deve farvi venire voglia subito.
Tra due settimane iniziamo il tour, quindi sarà allora che scopriremo se questo materiale funziona davvero in pubblico.
Non vedo l’ora.

Come usate gli ingredienti classici dell’hair metal senza trasformare la vostra musica in un pezzo da museo?

Prima di tutto, grazie per averlo notato.
Perché, diciamocelo: se tornate ad ascoltare alcuni dei vostri album preferiti degli anni ’80, oggi molti suonano malissimo.
Le rullate di rullante sono orribili, c’è riverbero ovunque e spesso nei posti sbagliati, e a volte sembra che l’intera band abbia registrato l’album dentro una piscina.
Noi volevamo fare qualcosa di diverso.
Your Favorite Drug doveva essere il nostro disco più moderno senza perdere le radici. Noi siamo cresciuti negli anni ’80, quindi abbiamo le credenziali: sappiamo da dove viene questa musica.
Ma Hannes, il nostro produttore, è vent’anni più giovane di noi. È stata una combinazione fantastica: ha portato uno sguardo più giovane e ha reso tutto più fresco.
Abbiamo eliminato molti dei nostri “darling” sdolcinati lungo la strada. Se qualcosa non era al cento per cento, lo abbiamo fatto fuori. Nessuna pietà per il cuore "adolescente".
Anche i testi guardano al mondo in cui viviamo oggi. C’è meno fantasia sulla Sunset Strip e meno cliché californiani.
Ma non preoccupatevi: di ragazze ce ne sono ancora tante.
Basta dare un’occhiata alla copertina.
E a bordo c’è persino una ragazza molto europea, con i nostri migliori saluti all’Italia: “Lamborghina”...

Dove finisce il personaggio di John Diva e dove inizia il lato più autentico della tua personalità?

C’è molta più sovrapposizione di quanto si possa pensare.
In un certo senso, John Diva è persino più saggio di me. Pensa con la pancia e, in qualche modo, la sua pancia capisce sempre quello che sta succedendo prima del mio cervello.
Probabilmente sono più intellettuale di quanto le persone si aspetterebbero. Ma, alla fine, i sentimenti battono sempre il pensiero.
John è praticamente il miglior terapeuta che io abbia mai avuto.

Pensi che il glam metal possa ancora svolgere un ruolo liberatorio in un’epoca segnata da ansia e divisioni?

Assolutamente. Anzi, direi che è proprio adesso che ne abbiamo bisogno.
Ieri ero seduto in un bar a Berlino quando, all’improvviso, un gruppo di drag queen è salito sul palco. In due minuti avevano fatto applaudire e tifare tutto il locale.
C’è un’enorme potenza nel ridicolo. A volte il modo migliore di combattere l’oscurità è indossare un outfit stravagante e ridere in faccia al buio.
Il drag, e il glam, offrono qualcosa che oggi sembra sempre più raro: empatia. Non devi apparire in un certo modo. Non devi entrare nell’idea che gli altri si fanno di te. E di sicuro non devi entrare nella camicia stretta che hai deciso di indossare quella sera.
È un carnevale. Fa emergere le parti nascoste, strane e belle delle persone, soprattutto delle anime perdute.
Ma non sottovalutate il glam. Noi questa roba la prendiamo sul serio.
Vogliamo creare uno spazio in cui si possa fare festa, essere chi cavolo si vuole essere e lasciare fuori, per un paio d’ore, le stronzate della vita moderna.
E forse possiamo ricordare alle persone che è permesso essere più di una persona. La vita è troppo breve per restare nell’armadio.
Non giudichiamo nessuno.

Come è cambiato il tuo approccio alla scrittura dei testi rispetto ai primi tempi?

Adoro creare atmosfere con le parole. Voglio che ci sia qualcosa sotto il significato evidente: un po’ di mistero, un po’ di pericolo.
Non voglio raccontarti esattamente cosa è successo. Voglio farti sentire che qualcosa è successo.
Deve essere cinematografico.
I testi rock’n’roll sono una forma di letteratura affascinante. Pensa a quando eri bambino e cantavi una canzone senza capire una parola. Poi, anni dopo, leggi finalmente il testo e pensi: “Oh… quindi è questo che parlava?”.
A volte può essere deludente.
Non necessariamente perché il testo sia brutto, anche se alcuni lo sono decisamente, ma perché la fantasia è quasi sempre migliore dei fatti.
E questa è la magia.
Possiamo tutti cantare la stessa canzone insieme e avere comunque film completamente diversi che scorrono in testa. Sogniamo lo stesso sogno, ma ognuno lo personalizza.
Sembra una cosa tipo “AI folle”, ma in realtà è proprio il potere della letteratura.
È questo il senso del rock’n’roll: dai alle persone una canzone e poi lasci che se la facciano loro.

Quando registrate, immaginate già come una canzone funzionerà davanti al pubblico, tra cori, salti e mani alzate, oppure lasciate che ogni brano trovi da solo il suo contesto naturale?

Una canzone può suonare benissimo nelle cuffie, ma non significa che sopravviverà sul palco. A noi servono canzoni che sappiano respirare.
Per questo il pubblico è, in pratica, l’ultimo membro della band. Puoi scrivere il ritornello perfetto in studio, ma capisci davvero cosa hai creato solo quando mille persone ubriache te lo urlano in faccia.
Quello è il vero test.
E a volte una canzone ti sorprende. Pensavi di aver scritto un pezzo rock e all’improvviso le persone si abbracciano e cantano insieme. È la parte più bella.
Non puoi controllarla del tutto. Le canzoni hanno un carattere proprio, testardo. Vediamo come si comporteranno stavolta: partiamo il 16 ottobre da Amburgo.

Se dovessi descrivere Your Favorite Drug come un film ambientato nella Los Angeles degli anni ’80, com’esserebbe la scena d’apertura? E quale canzone accompagnerebbe i titoli di coda?

La prima inquadratura sarebbe su Mulholland Drive, alle tre di notte.
Fuori c’è una Lamborghini parcheggiata. Il motore è ancora acceso, il muso sembra quello di un’auto che ha investito un animale grande. La strada è bagnata, anche se non ha piovuto. Il neon si riflette nelle pozzanghere. Si sente il calore del cemento e, da qualche parte, il ronzio della città vicina.
La telecamera entra in una villa enorme, con tutte le porte aperte. C’è una ragazza al bar che sembra destinata a rovinarti la vita e capisci subito che la lascerai fare.
Sorride e dice: “Ehi John, ti stavo aspettando… da tutta la vita.”

Dissolvenza...
"Your Favorite Drug"...

Per i titoli di coda sceglierei probabilmente “No Mercy for the Teenage Heart”.

Perché, dopo tutto il sesso, la droga e il fottuto rock’n’roll (e le Lamborghini distrutte), capisci che sotto tutta quella lucentezza stiamo tutti, sempre, perdendo qualcosa che stiamo cercando di trattenere. E assicuratevi di non far smettere mai di battere quel cuore adolescente.

Quanto sono importanti costumi, videoclip, copertine e teatralità nel definire oggi l’identità dei John Diva & The Rockets of Love?

Fondamentali.
John Diva non è semplicemente un tizio su un palco che canta canzoni. È un universo.
Ho sempre creduto che il rock’n’roll debba essere più grande della vita quotidiana. Non vai a un concerto rock per vedere cinque tipi che sembrano in attesa del treno.
Rispetto Dave Grohl per quello che ha dato al rock’n’roll negli anni ’90, ma qualcuno può per favore dirgli di prendersi un outfit da palco? Se voglio vedere un tipo come lui, scendo in garage e faccio riparare la mia Lamborghini.

Una volta pubblicato l’album, quali sono le vostre aspettative e i vostri obiettivi per il futuro? Cosa vorreste che gli ascoltatori portassero a casa dopo aver sentito Your Favorite Drug o dopo un vostro concerto?

Voglio che le persone si divertano da morire. Sembra semplice, ma lo dico sul serio.
Se ascolti l’album e ti viene voglia di guidare troppo veloce, baciare qualcuno che non dovresti baciare, indossare una camicia ridicola o chiamare la tua ex alle tre di notte, allora abbiamo fatto qualcosa di giusto.
Ma spero anche che ci sia qualcosa sotto tutto questo.
Voglio che le persone si sentano un po’ meno sole. Un po’ più vive. Forse persino un po’ più a proprio agio con quella persona strana che sono quando nessuno le guarda.
E quando vengono a uno dei nostri concerti, voglio che dimentichino chi dovrebbero essere. Niente lavoro. Niente bollette. Niente politica. Niente algoritmo che ti dice cosa dovrebbe piacerti.
Solo chitarre fortissime, belle persone, passi di danza orribili e un paio di migliaia di sconosciuti che cantano la stessa canzone insieme.

Se riusciamo a creare una serata così, abbiamo già vinto...

https://www.johndiva.com
https://www.facebook.com/johndiva.rocks

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