Sludge

Intervista Lord Brain Shiva (tutta la band)

Di Valentina Rappazzo - 26 Febbraio 2024 - 23:14
Intervista Lord Brain Shiva (tutta la band)

Incuriosita dalla loro visione della musica e del sentire e dopo la recensione del loro ultimo lavoro “Trisula”, che potete leggere qui, ho deciso di esplorare l’universo dei Lord Brain Shiva, immergendomi nella loro realtà.

Con dovizia di particolari e ricchezza di momenti da condividere, mi hanno mostrato una piccola parte della loro visione (perché vi assicuro, da scoprire c’è ancora molto) che vi riporto in questa intervista.

Intervista a cura di Valentina Rappazzo

Ciao ragazzi e benvenuti sulle pagine di Truemetal.it. Prima di tutto, grazie per il tempo che ci state dedicando. Cominciamo: Parlateci un po’ di voi, come nascono i Lord Brain Shiva?

Giulio – Ek Baum: I Lord Brain Shiva vengono concepiti in India, nell’Himachal Pradesh durante un viaggio giornalistico documentativo riguardante la resistenza non violenta tibetana. Dopo due anni, si concretizza materialmente la formazione a tre (basso-voce, chitarra e batteria) per dar vita a un sincretismo musicale non convenzionale, tra le sonorità elettrificate occidentali e i mantram orientali. Nel nome del gruppo, “Lord Shiva” riguarda l’ambito del pensiero metafisico Indiano e “Brain”, posto appositamente al centro come ponte d’unione tra le culture, concerne l’aspetto prettamente speculativo d’analisi filosofica della tradizione d’occidente.

Davide – Aum Shadu: I Lord Brain Shiva si formano dopo un viaggio effettuato nell’India del Nord a contatto con comunità di profughi Tibetani.

Avete definito il vostro genere “Himalayan Sludge”, da dove viene questa definizione?

G: La “fanghiglia” sonora noise di formazioni quali Melvins, Isis, Polvo o le dinamiche taglienti degli Shellac di “At action park” hanno senz’altro dato il “la” a un’idea di “collocazione inevitabile” in un ambiente sonoro (la smania maniacale di classificazione occidentale) di riferimento, almeno come attitudine iniziale, e lo sludge faceva al caso nostro ma non integrava tutto ciò che volevamo (e desideriamo tutt’ora) dire con la nostra musica. Ecco dunque che quell’onda sonora poteva benissimo staccarsi dalle pendici dell’Himalaya, dove avevamo partorito il cammino espressivo, inglobando situazioni uditive appartenenti alle culture di quei luoghi, per noi così meravigliosamente vicine alla pratica della “ripetitività” mantrica e a tratti ipnotica, germinata però da ciò che noi inevitabilmente siamo, ovvero “noisers occidentali”.

D: L’auto definizione del “genere musicale” deriva dal fatto di aver volutamente combinato testi con riferimenti a filosofie orientali e musiche create con strumentazione occidentale, nello specifico basso, chitarra, batteria.

Parliamo del vostro terzo lavoro, ‘Trisula’: volete raccontarci della sua genesi e del percorso che ha portato alla composizione dei pezzi che lo compongono?

G:Trisula” è il tridente del dio cosmico Shiva che richiama sia il terzo lavoro del gruppo che la formazione a tre che lo compone, che i significati intrinseci che questo simbolo-strumento emana: le “tre lance” aiutano a distruggere 1) il mondo fisico 2) la cultura sclerotizzata del passato 3) il mondo caotico della mente, per giungere ad un unico piano d’esistenza non-duale, dunque ad uno stato di beatitudine interiore. I due lavori precedenti, “Lord Brain Shiva” e “Dakshinamurti”, ci avevano portato alle soglie di un’ulteriore trasformazione alchemica sonora che integrava massivamente le istanze sincretiche dalle quali eravamo partiti. Con le linee oniriche di chitarra, sviluppate dal profondo sentire di Davide e l’arrivo della ferma, costante e creativa batteria di Manuel, le scarne scie di basso iniziavano ad incastrare brevi testi sui battenti ritmici, potenziando l’insieme di brani che andavano ad espandersi quasi autonomamente. Diciamo “quasi” per sottolineare il duro lavoro d’incastro, tipicamente “indiano”, messo in campo testardamente, per favorire composizioni dispari a risonanza su accordature a 432 hz, agite con strumentazione e mentalità europea, che hanno permesso l’ingresso di liriche ed evocazioni (come nel caso di “Varuna”) disparate, dalle esplosioni uraniche di “Rising Eclipse” fino all’acida denuncia di “Improzeit”, passando per ambienti battuti (“Al Cisneros”) o dilatati quali quelli di “Klesas”, “Stupas”, “Karma Lete” o le nebbie strumentali di “Shadow’s Ghost Tree”.

D: Un lungo percorso iniziato dalla voglia di creare nuovi brani e culminato con la realizzazione di nuovi ritmi e sonorità grazie anche all’ingresso di Manuel, nuovo e sensoriale batterista.

Manuel – Manhuman: Quando sono entrato nei LBS alcuni brani erano già quasi pronti (“Rising Eclipse”, “Improzeit” e “Al Cisneros”) mentre con i pezzi successivi il songwriting è stato abbastanza consueto: partendo da un’idea iniziale, solitamente uno o più riff di chitarra o di basso, l’abbiamo sviluppata fino a farla diventare un brano completo. Per quanto riguarda le mie parti di batteria ho cercato un drumming che risultasse efficace e diretto per dare continuità a quello che era lo stile di Nicola, il precedente batterista dei primi due album e che si adattasse al mood del pezzo o del singolo riff, inevitabilmente aggiungendoci del mio. Una volta terminata la prima stesura, per ogni brano c’è stato un lungo rodaggio sia in sala prove che live, per testarne tutte le possibilità ritmiche, di arrangiamenti, di suoni etc., e per farli nostri, in modo tale da arrivare in studio di registrazione avendo già perfettamente le idee chiare su come dovessero suonare. Da questo punto di vista siamo molto soddisfatti di questo processo durato praticamente 3 anni e dell’ottimo lavoro di registrazione, mixing e mastering di Luca Tacconi nei suoi Sotto il Mare Studios.

Siamo fermamente convinti che nessuno degli 8 brani (8 come il simbolo dell’infinito ma in verticale) che compongono “Trisula” possa essere considerato un filler, tant’è che dal vivo, durata dello show permettendo, cerchiamo sempre di suonare tutto l’album nella sua interezza.

Per “Trisula>” avete girato due video, “Rising Eclipse” ed “AI Cisneros”, ci parlate un po’ della genesi dell’idea e di come è stato girarli? Inoltre ho notato la presenza di un cigno, non credo sia una scelta casuale visto la potenza comunicativa della sua simbologia…

D: Siamo soliti realizzare un video per ogni brano che sviluppiamo, grazie alla competenza del cantante/bassista Giulio, il quale riesce ad associare le giuste visioni alle note da noi create, per dare ancora maggior impatto ai testi che scorrono insieme alle immagini, supportando il susseguirsi delle note intrecciate dai nostri strumenti.

M: Già per i primi due album ogni brano è accompagnato da un proprio video che viene proiettato durante i nostri live, un aspetto visivo fondamentale per noi. Tutti i video dei primi due dischi sono disponibili sul nostro canale YouTube e anche per “Trisula” sarà così: oltre a “Rising Eclipse” e “Al Cisneros” pian piano pubblicheremo i video di tutti e 8 i brani. Sulla loro genesi e sulla simbologia del cigno di “Al Cisneros” lascio la parola a Giulio-Ek Baum in quanto è lui che si occupa del reparto video.

G: I video sono stati montati analizzando tutta una serie d’immagini girate da noi tre, nel corso degli anni, in situazioni e luoghi che andavano a incrociare il sentire delle nostre creazioni musicali. Sono dunque riprese, “shootings”, per la maggiore originali e auto-prodotte, senza cromatismi, legate al “culto del bianco e nero”, questo non per una questione di “snobismo fotografico old-school” ma per evidenziare l’essenzialità delle molteplici forme di vita che appaiono agli occhi senza offenderli, invaderli, annichilirli con i colori dell’impatto violento, anche nelle semplici forme della quotidianità. Una scala di grigi che ha accompagnato la storia dell’immagine e che sottende la realtà prima e oltre il “mondo degli effetti speciali”. Alla fine, una scelta di semplicità espressiva adatta al nostro sentire. Per quel che concerne il “cigno” sì, esso ha un universo di significati sia in Oriente che in Occidente: luce, purezza, combattività, potenza del femminile-maschile ma anche morte, falsità, evento inaspettato ecc., nonché veicolo per determinati dei della mitologia indiana. Però le immagini dei cigni, nel nostro caso, sono un chiaro omaggio a una figura per noi fondamentale del panorama musicale stoner-doom-sludge-weedian ecc.ecc., ovvero al fenomenale bassista e voce degli OM, Sleep, Shrinebuilder: Al Cisneros. Il pezzo da noi dedicato a questo “veggente” delle mistiche “Conference of the birds”, parla del tracciato d’insegnamento di coscienza, da intraprendere per mutare con la crescita costruttiva, il colore delle penne di cigno del nostro ego.

Quali sono i generi che vi ispirano e le band che hanno influenzato la vostra carriera?

D: Ascoltiamo veramente i generi più disparati, per quanto mi riguarda ho molto a cuore band come i Pink Floyd, Tool, Rage Against The Machine, Meshuggah, Bob Marley, Melvins, Shellac, Led Zeppelin, Black Sabbath, Pantera, Sepultura, Om, Shrinebuilder, Neurosis, Isis… penso sia una lista senza una fine.

M: La maggior parte dei miei ascolti riguarda il metal compreso tra la fine degli anni ‘70 e la metà degli anni ‘90, anche e soprattutto generi estremi come death, black e doom, ma in verità mi considero un ascoltatore onnivoro e curioso (quasi) a 360° e, a seconda dei periodi, ascolto veramente di tutto: da Battiato, ai Pink Floyd, ai Creedence, ai Summoning, al funk, all’elettronica, etc. Per quanto riguarda il mio drumming ho cercato di costruirmi un mio stile personale che, ovviamente fatte le debite proporzioni, è sicuramente influenzato dai miei ascolti e dallo stile dei miei batteristi preferiti (Nicko McBrain e Clive Burr, Dave Lombardo e Paul Bostaph, Bill Ward e Vinnie Appice, Fenriz, Chad Smith, Nick Mason, Steward Copeland, Pete Sandoval, Ken Owen, Donald Tardy, Igor Cavalera e Mike Gaspar, Thomas Haake, Vinnie Paul, Paul Mazurkiewicz, Steve Gadd, Simon Phillips, Danny Carey e molti altri…). Per quanto riguarda i LBS e in particolare “Trisula”, come dicevo ho sempre cercato il ritmo, il fill, il passaggio che meglio si adattassero al brano e che ne enfatizzassero al meglio il mood, cercando di non strafare per evitare che le parti di batteria diventassero “invadenti” in certi punti, mentre in altri momenti ho optato per soluzioni più pesanti e intricate per esaltarne o liberarne la tensione. Un esempio di questo può essere sicuramente “Varuna”, un brano che nella prima metà è molto etereo, atmosferico, con un ritmo che inizia molto minimal ma che durante il brano si costruisce su sé stesso per poi, nel turbolento finale, rilasciare tutta l’energia accumulata.

Nell’album si percepisce una ricerca sonora molto approfondita, ci potete dire qualcosa di più sullo studio che c’è dietro la vostra sonorità?

G: Per ciò che concerne il basso elettrico (un datato strumento passivo), attualmente la scelta d’intervento sul suono passa attraverso l’impiego di quattro “pedalini”: un Turbo Rat, un Bass Fuzz MXR “El Grande”, ormai fuori produzione, un Big Muff con circuiti interni firmati, guarda caso da chi? Da Al Cisneros, e un Flanger SF3 ibrido della Boss. La voce invece passa attraverso alcuni effetti minimi d’ambiente per mezzo di un Voicelive plus della TC-Helicon in grado di creare atmosfere rarefatte o evocative.

D: Essendo creati da poche note ripetute ciclicamente come una sorta di mantra sonoro, spontaneamente la catena effetti che abbiamo creato per differenziare e sostenere reciprocamente ogni singolo strumento è stata arricchita a pari passo con la nostra crescita. Per quanto concerne la chitarra tendenzialmente il suono è di base distorto con overdrive o distorsori per poi entrare nelle sfere ancora più aggressive aggiungendo fuzz o boost a seconda dell’incisività del brano. Il tutto sempre accompagnato da modulazioni di vario genere, utilizzate per mantenere un’atmosfera intensamente “shivaita” … Alla base della nostra scelta sonora ci sono amplificatori a valvole.

M: Per quanto riguarda il mio equipaggiamento uso un rullante Pearl 14” Ian Paice signature, dal suono molto secco anni ‘70 in modo tale da emergere dalla “fanghiglia sonora” (cit.) di Giulio e Davide e di recente un set di piatti Zultan serie Dark Matter dal suono molto scuro, caldo e avvolgente che si amalgama alla perfezione con le nostre coordinate sonore. Per le mie parti di batteria e percussioni posso nominare alcuni gruppi che sicuramente mi hanno influenzato in alcune scelte: Black Sabbath, i Maiden con Nicko McBrain per certi fill e i tappeti di cassa con un piede solo, i Darkthrone nei loro passaggi più lenti e doom, sicuramente i Meshuggah per quanto riguarda certi poliritmi, gli ultimi i Tool in Karma Lete e Stupas, la cupa ma sempre originale lentezza di Cathedral e My Dying Bride, i Moonspell con Mike Gaspar e gli ultimi Sepultura con Igor Cavalera, entrambi per le fantastiche percussioni tribali sui tamburi, Conan per le parti più sludge e molti altri.
Influenze che chiaramente possono emergere durante l’ascolto dei nostri brani, ai quali però vogliamo sempre dare un’impronta personale, affinchè il “Lord Brain Shiva sound” non sia riconducibile direttamente a un genere o a delle band in particolare, ma si sviluppi in maniera unica e personale, aspetto per noi importantissimo. Ne è la prova il fatto che i nostri ascoltatori riconducono la nostra musica a generi o band più disparati, dai Candlemass ai Doors, a seconda del loro bagaglio musicale.

Come band, dove vi vedete tra 5 anni? Quali sono i vostri obiettivi?

G: Come Lord Brain Shiva lavoriamo sull’oggi, sul momento attuale, su ciò che riusciamo a comunicare al pubblico durante i live. Ovviamente la dimensione d’orizzonte sarebbe quella di suonare il più possibile per un pubblico attento, sia italiano che internazionale, presentando le nostre future realizzazioni.

D: Ancora qui per un’altra intervista e chissà magari su qualche palco a supporto di nomi che ammiriamo.

M: Per quanto mi riguarda spero di continuare a fare quello che stiamo facendo: trovarci in sala prove in armonia per condividere e sviluppare nuove idee che ci permettano di crescere come musicisti e artisti, scrivere sempre nuova musica che sia interessante soprattutto per noi, che ci convinca al 100%, con l’obiettivo ovviamente di riuscire a trasmetterla a più persone interessate possibile, sia dal vivo che su nuove registrazioni. Ho specificato “persone interessate” perché il nostro obiettivo non è fare grandi numeri generici ma piuttosto andare a toccare le corde di quegli ascoltatori attenti che vengono sinceramente colpiti e hanno un reale interesse verso la nostra musica. Non è snobismo: siamo ben consci del fatto che il nostro sound non è facilmente recepibile da tutti ma richiede un certo grado di apertura e attenzione per godere di un ascolto che può rivelarsi molto ipnotico e coinvolgente.

Parlateci un po’ del linguaggio che avete usato per la scrittura dei testi, da dove deriva la scelta dell’utilizzo del Pidgin?

D: Forse più nello specifico può accennare qualcosa Giulio, personalmente quello che viene scritto è una visione creata di getto di vari pensieri derivati da varie esperienze ed emozioni vissute.

G: I testi dei Lord Brain Shiva nascono da visioni intime e da storie reali. Ognuno di noi mette a disposizione del gruppo le proprie liriche che, mano a mano vengono adattate dalla voce nel corso delle prove per trovare una sistemazione finale soddisfacente. La voce viene concepita come uno strumento tra strumenti. La scelta del Pidgin, per noi fondamentale fin dalle origini, è dovuta alla nostra natura di “giramondi”. Spostandoci in vari, un tempo atipici, luoghi del pianeta, si è imparato a comprendere che esistono “linguaggi nelle Lingue” capaci di comunicare sintesi di pensiero efficaci, comprensibili ai più, senza dover ricorrere alla “purezza” (termine spesso minaccioso) di una lingua “perfetta”. Viaggiando in India, in Africa, in Asia orientale ecc. si apprendono linguaggi di contatto decisivi, che aiutano ad esprimersi in maniera creativa e alla fine onnicomprensiva, grazie anche alle modalità gestuali. Una vera “lingua della gente comune” universale che permette di non soccombere alla tirannia autoritaria e spesso autobloccante di una codificazione senza eccezioni. I nostri brani, dunque aspirano a essere accolti da chiunque, come un viaggiatore senza passaporto, oltre ogni barriera, anche espressiva.

Mi piacerebbe entrare in maniera più immersiva nella vostra musica: cosa volete trasmettere con essa e cosa immaginate che scateni in chi vi ascolta?

G: Beh, se dobbiamo essere sinceri, tu lo hai già fatto, ascoltando con attenzione il “Trisula” e cogliendo nella bella recensione che hai scritto, i punti salienti del nostro coinvolgimento. Comunque, riuscire a trasmettere a chi ci segue un senso irrefrenabile d’avventura dentro i territori delle culture che si intrecciano, si accavallano, si tessono per formare una trama di sentire e di pensiero che appartiene a tutti e a tutte, nel “viaggio a occhi aperti” chiamato “vita”, già questo sarebbe un bel dono che darebbe valore e desiderio di continuità al nostro impegno. Ciò che ci fa riflettere, alla fine di un concerto, è la bellezza di testimonianze di presenti che hanno sperimentato nella partecipazione strade diversissime di sensazioni, collegate comunque nell’insieme all’idea di “viaggio”. Ed è forse questa la nota d’apice che lega noi come Lord Brain Shiva ai nostri ascoltatori: essere presi entrambi nella trama di un racconto che ci porta lontano.

D: Quando suoniamo insieme si crea tra noi un amalgama che ci trasporta, ognuno a suo modo, in un mondo sospeso, intricato, formato dalle nostre sonorità e impreziosito dalle parole comunicate nei testi. Credo che ogni ascoltatore venga trasportato a suo modo e con un suo personale viaggio e coinvolgimento emotivo a seconda di quello che recepisce dall’unione dei nostri tre strumenti.

M: Siamo molto felici del feedback che normalmente abbiamo dai nostri fan o da chi ci ascolta per la prima volta, e che si sta confermando ulteriormente con l’uscita del nuovo album e con i recenti live. Ognuno ci riporta esperienze molto diverse tra loro dall’ascolto dei nostri brani, spesso legate a voli pindarici molto personali. Per quanto mi riguarda considero (quasi) tutta la musica come uno strumento “metafisico” che fa viaggiare l’ascoltatore verso mondi diversi, lontani dalla realtà e dalla fredda e razionale quotidianità. Universi personali, ognuno può crearsi i suoi viaggiando con la mente, come quando si legge un libro. È in questo modo soggettivo che ognuno riceve e percepisce la nostra musica, anche perché, pur avendo una nostra formula e un sound tutto sommato definiti, cerchiamo in ogni brano di trovare sempre nuovi canali per esprimerci e nuove strade per sviluppare il nostro sound a livello di suoni, ritmiche e parole. Questa ricerca la si può trovare nella varietà di “Trisula”, il quale alterna momenti molto diversi tra loro, seppur legati dal filo conduttore della trascendenza, del viaggio onirico-metafisico verso luoghi della mente spesso inesplorati. Quando le persone che ci ascoltano afferrano ciò e ce lo riportano, ognuno a modo suo, ci dà una grande soddisfazione. Significa che abbiamo fatto centro, che abbiamo creato una connessione tra quello che abbiamo dentro, il modo in cui lo esprimiamo con la nostra musica e l’ascoltatore che lo recepisce. È un cerchio che si completa creando un legame intangibile ma molto forte tra noi come persone singole, la band come entità a sé stante, strumento di trasmissione spirituale superiore e l’ascoltatore che la recepisce, la fa sua e ce la restituisce sotto forma di nuova energia.

Come considerate la scena Metal oggi, sia a livello globale che nazionale? Negli ultimi anni la scena cambia molto velocemente, dove credete ci porterà?

D: Il metal è cambiato ma è anche rimasto sempre un riferimento dotato di sicurezze. Ci sono gruppi che si evolvono e gruppi che dopo 40 anni di carriera hanno ancora la stessa sonorità di un tempo.

M: Questa è una domanda complessa alla quale non è facile rispondere. Sono metallaro fin da bambino e nel tempo, fin dagli anni ‘90, sul metal ne ho lette e sentite di tutti i colori. All’epoca se ne parlava come un genere già vecchio o addirittura morto e sepolto che avrebbe dovuto lasciar spazio al grunge, all’alternative, al nu-metal, al crossover, all’industrial, etc. Poi questi generi “alla moda” sono passati e, negli ultimi 20 anni circa, è tornato in auge il metal suonato con passione e non per le classifiche: sia quello “vecchio” e codificato grazie a un’infinità di reunion di band storiche e nuove band giovani che suonano i generi “tradizionali”, sia quello nuovo e più sperimentale, spesso con ottimi risultati. Certo attualmente i numeri della musica “suonata”, non solo metal, stanno vivendo un declino spaventoso in favore di trap, rap, elettronica, pop becero, etc. ma per quanto riguarda il futuro del metal credo proprio che nei prossimi 5-10 anni ci sarà il passaggio di testimone definitivo tra le band storiche degli anni ‘70-‘80 e le “nuove leve”, anche se probabilmente non raggiungeremo più le folle oceaniche di Iron Maiden, Metallica, etc. Sono inoltre fermamente convinto che il cuore pulsante di ogni genere si trovi sempre nell’underground, dove non esistono le mode e le dinamiche prettamente finanziarie del mainstream ma contano soprattutto la musica, la passione, la creatività. Credo quindi che, come già successo per tanti generi nel corso della storia della musica, sia fisiologico che ci siano delle parabole ascendenti e discendenti, ma che è sempre dal basso che ci si risolleva dalle crisi, se di crisi possiamo parlare.

Per anni ho scritto recensioni su vari siti metal e tenuto un podcast, e tutt’ora, tempo permettendo, gestisco una pagina FB per dare visibilità a band attuali o del passato che ritengo valide. Come sicuramente saprete anche voi di TrueMetal.it, scavando nell’underground si può trovare una quantità esorbitante di band validissime, ma si fa veramente fatica a star dietro a tutto. Le piattaforme on line gratuite come Spotify da un lato sono una minaccia che ha oggettivamente fiaccato il sistema, dall’altro permettono di scoprire e ascoltare sempre nuova musica e nuovi artisti che prima sarebbero rimasti sconosciuti o, a band come la nostra totalmente autofinanziate, consentono di raggiungere nuovi ascoltatori in tutto il mondo.

Le uscite che meritano sono tantissime, sono quindi fermamente convinto che il metal sia vivo e vegeto e abbia ancora tantissimo da dire. Anche perché noto che le band e gli ascoltatori più giovani hanno finalmente smesso di voler etichettare tutto a tutti i costi e di doversi inquadrare per forza in un genere preciso. Al contrario, a parte la piaga dei gruppi revival che fanno semplicemente copia-incolla scimmiottando il passato senza aggiungere nulla, ci sono tantissime band giovani che cercano il loro sound personale fondendo influenze molto diverse e lontane tra loro, con ottimi risultati. Concludo dicendo che la storia della musica ci insegna che le contaminazioni hanno sempre portato a nuove strade con rotture e novità che, col tempo, portano grandi risultati. Credo quindi che in futuro sarà ancora così.

Vi ringrazio per il tempo che ci avete dedicato e vi chiedo un’ultima cosa: dove possono venire a sentirvi prossimamente i lettori di Truemetal.it?

D: La ricerca di luoghi adeguati alle nostre performance è costante. Purtroppo non rientrando in un “genere specifico”, come spesso ci viene domandato, non abbiamo un ampio giro di posti dove proporci.

M: Al momento abbiamo appena concluso la prima parte di concerti di supporto a “Trisula” con un minitour tra Verona, Vicenza e Modena. A marzo dovremmo tornare per un live a Vicenza ma sicuramente prima dell’estate annunceremo nuove date nel veronese e non solo. Invitiamo quindi i lettori di TrueMetal.it a seguirci sui nostri canali online (Instagram, Facebook, YouTube, Bandcamp, sito web etc.) per restare aggiornati sui nuovi live e le nuove uscite. Grazie a te per il tuo tempo e per la bella chiacchierata, SHIVA WANTS!