Intervista Sarvaega (Giulia e Damiano)

Approfittiamo dell’uscita di ‘Postumo’, il loro album di debutto, per fare due chiacchiere con i genovesi Sarvaega.
Intervista a cura di Andrea Bacigalupo
Ciao, benvenuti sulle pagine di TrueMetal.it. Cominciamo subito. Giulia, parecchio tempo fa mi dicesti che impazzivi per gli Overkill; negli ultimi anni, però, se pensiamo anche al tuo precedente progetto Julia And The Roofers, il tuo percorso artistico ha preso un sentiero diverso. Vuoi raccontarcelo?
(Giulia) Ciao a tutti e grazie a TrueMetal.it per lo spazio concesso. Beh che dire…sicuramente nel tempo il caso ha voluto che incontrassi determinate persone che hanno in qualche modo forgiato e modificato il catalogo musicale delle mie influenze. Questo non significa che abbia rinnegato gli ascolti della mia adolescenza, ma sicuramente ho trovato una nicchia in cui le mie intenzioni compositive sono fluite naturalmente. Prima attraverso il Grunge, che era preponderante nel sound del mio progetto precedente, e ora attraverso il Gothic Metal e il Doom, che citerei come i generi di base (almeno per il momento) su cui si erge il progetto Sarvaega.
Damiano, anche la tua storia musicale ha avuto un inizio feroce, mi ricordo il Thrash/Death dei Machinegear, poi una svolta con la Prog Band Alogon ed ora un qualcosa di nuovamente diverso con i Sarvaega. Vuoi raccontarci di tutte queste ecclettiche evoluzioni?
(Damiano) Diciamo che, anche durante la mia fase più orientata al Thrash/Death, il Prog è sempre stato una presenza costante nei miei ascolti. In un certo senso, si potrebbe dire che il Djent e il Progressive Metal moderno siano un po’ l’unione di questi due mondi. Per questo motivo considero tutt’ora gli Alogon come il mio progetto di riferimento (nonostante il lungo periodo di inattività), in quanto coerente con la mia identità stilistica. A tal proposito, attualmente siamo impegnati ad ultimare la scrittura del nuovo disco degli Alogon, con i quali spero di tornare presto a suonare dal vivo. Per quanto riguarda Sarvaega, ammetto che, come sottogenere, è piuttosto distante da ciò che ascolto abitualmente, ma ho deciso di cogliere l’occasione sia per tornare a suonare dal vivo – cosa che purtroppo non mi è più capitata con continuità dai tempi del covid – sia per mettermi alla prova in un contesto diverso. Nonostante le differenza stilistiche, il processo creativo della scrittura degli assoli è stato stimolante e liberatorio: mi ha infatti permesso di esprimere un lato più “shred” del mio modo di suonare, un aspetto che negli Alogon passa più in secondo piano, poiché il focus è maggiormente orientato sul groove e sulla componente ritmica. Inoltre, sono molto soddisfatto del risultato ottenuto in sala prove nel cercare di integrare il mio sound, abbastanza diverso dagli standard del Doom Metal tradizionale.
Parliamo del monicker. Giulia, Sarvaega (Selvatica in dialetto genovese) sei tu? Inquadra la tua anima, oppure, è invece la band?
(Giulia) il termine “sarvaega” è un qualcosa a cui sono legata profondamente. Oltre che per una questione affettiva, esprime in toto una serie di sfaccettature di un modo di essere. Prima di tutto è un termine genovese che quindi ci colloca in un determinato luogo quale Genova e i suoi dintorni che è esattamente da dove proveniamo. Poi, se vogliamo tradurlo letteralmente, il termine italiano corrispondente è “selvatica”. Ma questa traduzione è decisamente troppo riduttiva, perché dentro questa parola c’è sì l’aggettivo selvatico che può essere comunemente associato alla vegetazione o ad un animale ma, soprattutto, c’è questa sfumatura dell’essere selvatico tipicamente associata al popolo genovese che porta con sé un sentore di carattere schivo, di una certa dose di ribellione, di un profondo amore per la solitudine ma, prima di tutto, di una maestosa forza composta. Sarvaega sono io? Sarvaega è quello che vorrei essere e in qualche modo è quello che sono sempre stata.
Come è nata Sarvaega? Qual è stata la scintilla che vi ha fatto unire le forze?
(Giulia) Questo progetto è nato dalla morte di un progetto precedente. Ho semplicemente sentito la necessità di rielaborare alcuni dei brani che avevo scritto avendo nel tempo acquisito più consapevolezza e quindi, allo stesso tempo, una visione più chiara rispetto a come volevo espormi. Inizialmente eravamo solo io e Darth Nevis (con cui già collaboravo nella vecchia band), insieme a Zazza che in primis sembrava dovesse solo aiutarci ad imbastire alcune cose ma alla fine è rimasto con noi. Damiano Logozzo è entrato in un secondo tempo ma ha comunque dato un contributo prezioso al disco regalandoci i suoi soli.
‘Postumo’ è il vostro album di debutto, uscito su Black Widow. Il muro del suono che ne esce è complesso e sofisticato, con tastiere, orchestrazioni, doppie voci maschili … c’è un po’ di più del classico power trio basso/chitarra/batteria … raccontateci della produzione, chi ha coinvolto?
(Giulia) abbiamo inizialmente registrato presso lo studio di Pier Gonella come da nostra abitudine. In un secondo momento, visto che avevo in testa una serie di arrangiamenti abbastanza sfarzosi, mi sono avvalsa dell’aiuto di Simone Carbone che si è occupato di tutte le parti di synth e anche del mixaggio finale. Per quanto riguarda i cori mi sono occupata personalmente di tutte le varie sovraincisioni. Le voci maschili a cui fai riferimento sono semplicemente dei synth.

Il titolo dell’album non riprende nessuna delle canzoni in scaletta ed è alquanto singolare, cosa significa ‘Postumo’?
(Giulia) Il disco si chiama ‘Postumo’ proprio perché nasce dalla morte del progetto precedente. Tutti i brani presenti nel disco, fatta eccezione per la cover dei Coven e le tracce nr. 4 e 9, sono nuove versioni dei pezzi riesumati dal vecchio progetto. Il termine postumo riassumeva molto semplicemente il senso di questa operazione.
‘Postumo’ emana tutte le sfumature del buio, muovendosi tra Doom, Gothic, vecchio Dark Sound e scene Horror. Le atmosfere passano dall’inquietudine all’oppressione, dall’angoscia alla tristezza, con picchi decisamente funesti. Eppure, l’intero disco è attraversato da un filo conduttore di rabbia, evidente soprattutto nella voce. Soprattutto, non c’è mai un solo momento di luce. Come è stato per voi scrivere questo album sotto il profilo emotivo?
(Giulia) Generalmente mi occupo totalmente della scrittura dei brani, porto in saletta un’ossatura base completa di melodia e testo e do libertà agli altri di inserirsi come meglio credono sempre rispettando quella che era la mia idea di partenza. Anche in questo caso il processo è stato lo stesso. Personalmente sono tutti brani che hanno fatto parte di un periodo della mia vita che, fortunatamente, non mi appartiene più. Questo mi ha concesso di rivivere certi avvenimenti con distacco ma non con indifferenza. Diciamo che, come in tutte le fasi di elaborazione del lutto, ad un certo punto arriva la rabbia.
“Parliamo di qualche pezzo. Mi ha particolarmente colpito ‘Pain’, con le sue percussioni e la strofa iniziale ‘like a cancer in my head…’ dall’atmosfera ipnotica. Come è nato questo brano?
(Giulia) questo brano è stato un po’ una sfida che mi è stata lanciata in sede di produzione. Volevamo inserire una sorta di intermedio un po’ folk, un po’ psichedelico ed è nata ‘Pain’. Volevo che trasparisse quel senso di stanchezza, di pesantezza che può generare la mente anche senza appigliarsi ad una vera e propria preoccupazione. Noi siamo quello che pensiamo e il pensiero può essere una vera e propria arma contro noi stessi se usato nel modo sbagliato.
‘Down in the Net’ è il singolo che ha anticipato l’album. ‘Nella Rete’… va inteso quindi come ‘in trappola’? C’è forse un riferimento alla morsa sempre più pressante dei media e del mondo digitale?
(Giulia) No, in realtà ‘Down in the net’ fa riferimento al trovarsi impigliato nella rete di una relazione sbagliata. Quelle situazioni in cui pensi di essere scampato al peggio ma alla fine sei sempre in allerta, inconsapevolmente in attesa, decisamente intrappolato giù nella rete.

Passiamo a ‘Black Sabbath’, la cover dei Coven estratta dal loro debutto del 1969. È un po’ come prendere due piccioni con una fava in termini di influenze, no? Ironia a parte, mi ha colpito molto come siate riusciti a modernizzare il pezzo, preservando intatta quell’atmosfera oscura tipica degli anni ’70.
(Giulia) Questa cover è stata una sfida che mi è stata lanciata direttamente dalla Black Widow Records. Mi hanno contattata in un momento in cui, a causa di molti fattori esterni, avevo un po’ perso la scintilla e stavo sinceramente pensando di smettere con la musica, almeno a livello produttivo. La realizzazione di questa cover mi ha decisamente rinvigorita ed è stata la spinta che ha dato il via a tutto il progetto di Postumo.
In ultimo, ‘corpo’, cantata in italiano, è il racconto di un’anima che si sta distaccando dalla sua veste terrena … musicalmente ha uno sviluppo che esce completamente dagli schemi dell’album e si conclude con una preghiera. Come è nata l’esigenza di questa rottura stilistica e della scelta della lingua madre?
(Giulia) In realtà ‘Corpo’ parla di come il suicidio sia un “sollievo” a metà perché alla fine il tuo corpo rimane qui sulla terra e in qualche modo cessi di esistere solo in parte. Almeno, questa è una mia personale visione della cosa che potrebbe essere tranquillamente non condivisa. Per quanto riguarda l’uso della lingua italiana sono, come tutti i genovesi del resto, una grande fan di Faber e sono sempre stata molto affascinata dai suoi testi e dalla sua capacità di incastrare perfettamente le parole alla melodia. E’ il pezzo che ho scritto per ultimo e si distacca dalla produzione dei precedenti per stile e tempistiche. E’ la cosa più simile a quello che sono attualmente.
Parliamo dei programmi futuri dei Sarvaega: avete concerti in vista? Qualche video di accompagnamento a qualche altro pezzo?
(Giulia) al momento abbiamo in programma una sorta di release party di Postumo all’interno della seconda edizione del ARS METAL MENTIS FEST il 5 Giugno al Crazy Bull a Genova. A partire da quella sera il disco sarà disponibile fisicamente. Per il resto abbiamo qualche novità ma le annunceremo a tempo debito.
Cosa ne pensate della scena underground genovese?
(Giulia) in realtà non credo esista una vera e propria scena underground genovese attualmente, non perché manchino le persone, ma principalmente perché mancano i luoghi ma questo è un problema che di recente è stato affrontato anche da artisti genovesi di altri calibri e altri generi. Se invece parliamo di scena underground spalmata nel tempo, sono presenti molti gruppi che ritengo essere validi, tra cui alcuni che ascolto abitualmente e da cui prendo anche ispirazione.
Salutiamo i Sarvaega, ringraziando per il tempo dedicato e lasciamo a loro i saluti ai lettori di TrueMetal.it. Grazie!
(Giulia) grazie a TrueMetal.it per lo spazio dedicatoci e grazie a chi dei vostri lettori ha avuto la curiosità di leggerci e, spero anche, di ascoltarci.