Live Report: Dimmu Borgir + Behemoth + Dark Funeral @Alcatraz, Milano – 13/10/2026
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Live Report: Dimmu Borgir + Behemoth + Dark Funeral @Alcatraz, Milano – 13/10/2026

Live Report a cura di Vittorio Cafiero - Fotografie di Davide Sciaky || Photo Report: Dimmu Borgir + Behemoth + Dark Funeral @ Alcatraz, Milano…

di Vittorio Cafiero 14 Ottobre 2026 - 15:58
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Live Report a cura di Vittorio Cafiero - Fotografie di Davide Sciaky ||

Photo Report: Dimmu Borgir + Behemoth + Dark Funeral @ Alcatraz, Milano – 13/10/2026

13 Ottobre: l'Alcatraz di Milano ospita una serata all'insegna del metal estremo con l'In League With Satan Tour Europa 2026, che riunisce tre nomi di primo piano della scena internazionale: gli svedesi Dark Funeral, custodi di un black metal glaciale, diretto e senza compromessi, i polacchi Behemoth, capaci di fondere le radici black con la potenza del death metal in una rappresentazione maestosa ed epica, e i norvegesi Dimmu Borgir, tra i principali artefici dell'evoluzione sinfonica del genere, con le loro orchestrazioni monumentali e la spiccata teatralità.

DARK FUNERAL

Un ingorgo mastodontico sulla circonvallazione milanese, causato dalla concomitanza di lavori in corso e della partita di Champions League, compromette fin da subito i nostri piani, impedendoci di assistere all'esibizione dei Dark Funeral. Il resoconto della formazione svedese si basa pertanto sulle osservazioni raccolte dal nostro fotografo Davide Sciaky, presente all'Alcatraz.
La band ha a disposizione circa venticinque minuti per cinque brani, il tempo di condensare l'essenza del proprio black metal in una scarica diretta, essenziale e senza troppi fronzoli. Una durata contenuta, che rende il set poco più di un antipasto in vista delle esibizioni dei due headliner, ma che non impedisce al gruppo di lasciare una buona impressione.
Come riferito da Davide, la proposta dei Dark Funeral si distingue per un approccio più immediato e concreto rispetto alla dimensione fortemente scenografica che caratterizzerà i successivi concerti di Behemoth e Dimmu Borgir. Una differenza che rispecchia l'identità musicale della band: un black metal di stampo svedese, compatto, glaciale e stringato, che privilegia l'impatto senza perdersi in costruzioni elaborate.
Anche sul palco emerge una dimensione più spontanea e genuina. Heljarmadr, vocalist della formazione, interagisce con il pubblico, contribuendo a un rapporto diretto con la platea. La band appare meno vincolata a una precisa costruzione teatrale, lasciando spazio alla dimensione più immediata della propria musica. Una caratteristica che non implica alcun giudizio di valore sulle formazioni successive, ma che contribuisce a definire una personalità live distinta, perfettamente coerente con il ruolo di apertura.
La scaletta comprende "Unchain My Soul", "The Arrival of Satan's Empire", "The Secrets of the Black Arts", "Let the Devil In" e "Where Shadows Forever Reign": cinque brani che riassumono efficacemente la proposta della formazione svedese. La prestazione è complessivamente convincente, con pezzi eseguiti in maniera impeccabile e una risposta positiva da parte del pubblico.
Un'esibizione breve ma centrata, che assolve pienamente alla funzione di introdurre una serata destinata a svilupparsi su coordinate sceniche e musicali differenti.

Setlist:
Unchain My Soul
The Arrival of Satan's Empire
The Secrets of the Black Arts
Let the Devil In
Where Shadows Forever Reign

BEHEMOTH

Quello dei Behemoth è un trionfo di maestosità, precisione e impatto. Una performance che va ben oltre i confini del semplice concerto di extreme metal, avvicinandosi per certi versi a una sorta di musical satanico, nel quale ogni movimento, ogni cambio di posizione e ogni elemento scenografico concorrono alla costruzione di un rituale tanto oscuro quanto rigorosamente orchestrato.
Prima ancora che la band salga sul palco, sono le immagini inquietanti proiettate sul telone ad anticipare l'atmosfera dello spettacolo. Poi arrivano i musicisti, e fin dai primi istanti colpisce la naturalezza con cui occupano e gestiscono la scena. Le pedane diventano parte integrante della coreografia, gli spazi vengono suddivisi con una coordinazione impressionante e ogni spostamento sembra rispondere a una precisa regia. Anche gli outfit, che cambiano nel corso della serata, contribuiscono a rendere la dimensione visiva parte integrante dell'esperienza.
Al centro di tutto c'è Nergal, autentico condottiero, che guida la formazione con l'autorevolezza di chi calca i palchi di tutto il mondo da quasi quarant'anni. La sua presenza è magnetica, ma non si limita alla dimensione performativa: il frontman trova anche il modo di rivolgersi al pubblico italiano, sforzandosi di parlare la nostra lingua e ringraziando quella che definisce la «legione italiana», presente ai concerti dei Behemoth da circa trentacinque anni e cresciuta progressivamente nel tempo. Un riconoscimento che viene accolto con partecipazione da un pubblico attento e in evidente ammirazione per lo spettacolo offerto.
Sul piano strettamente musicale, la macchina Behemoth procede senza esitazioni. Inferno, dietro un drum kit che sembra quasi una gabbia, è una macchina da guerra impressionante: la sua esecuzione appare disarmante per precisione e naturalezza, come se la complessità delle parti non richiedesse il minimo sforzo. Al suo fianco, Orion al basso e Seth alla chitarra si inseriscono perfettamente nell'economia della performance, contribuendo a un risultato collettivo in cui ogni elemento trova il proprio posto con assoluta precisione.
La scaletta guarda soprattutto alla produzione più recente, pur senza rinunciare a diversi classici che hanno segnato la storia della formazione polacca. L'avvio è affidato a "Daimonos" e "Ora Pro Nobis Lucifer", seguite da "Thy Becoming Eternal", "The Shit ov God" e "Conquer All". La successione dei brani mette subito in evidenza la capacità dei Behemoth di coniugare aggressività sonora e controllo esecutivo, senza che l'imponente apparato scenico finisca per sovrastare la musica.
Con "Blow Your Trumpets Gabriel" si prepara uno dei momenti più significativi della serata. In occasione di "I, Scvlptor", uno degli ultimi singoli della band, un secondo telone viene calato sul palco, accompagnato da nuove proiezioni nelle tonalità del grigio, ispirate all'immaginario della produzione più recente. Quando anche questo sipario viene rialzato, Nergal appare al centro della scena, su una nuova pedana rialzata, senza chitarra. È un'immagine di grande impatto: libero dallo strumento, il frontman si dedica interamente alla declamazione dei versi, trasformando l'esecuzione in un'apoteosi teatrale che porta la dimensione rituale dello spettacolo al suo apice. Un momento nel quale la componente musicale si fonde definitivamente con quella visiva, confermando quanto i Behemoth abbiano sviluppato una concezione del live che va ben oltre la semplice esecuzione dei brani.
La scaletta prosegue con "Ov Fire and the Void", "To Drown the Svn in Wine", "Bartzabel", "The Shadow Elite" e "Chant for Eschaton 2000", fino al gran finale affidato a "O Father O Satan O Sun!".
Puntualità, dimestichezza, controllo e una gestione della scena impeccabile: la prestazione dei Behemoth è, da ogni punto di vista, difficilmente attaccabile. Ed è proprio qui che si apre una riflessione. Una simile perfezione, per quanto impressionante, rischia talvolta di smussare quell'imprevedibilità e quella componente viscerale che associamo al black metal. È uno spettacolo talmente studiato, calibrato e consapevole da sembrare quasi impermeabile all'imprevisto.
Ma questi sono i Behemoth di oggi: una formazione che, dopo decenni di esperienza, ha portato la propria dimensione live a un livello di sofisticazione difficilmente eguagliabile. Non avrebbe senso chiedere loro di essere qualcosa di diverso da ciò che sono diventati. Si possono rimpiangere, forse, gli spigoli più ruvidi di un approccio meno controllato, ma resta impossibile non riconoscere la statura di una band che ha trasformato il proprio concerto in una rappresentazione di potere, oscurità e precisione.
La chiusura è affidata a "O Father O Satan O Sun!", eseguita senza ulteriori saluti né ritorni sul palco. Nessuna concessione finale, nessun tentativo di stemperare la tensione: i Behemoth si congedano con la stessa freddezza con cui hanno costruito l'intera performance, lasciando che siano la musica e l'oscurità a parlare per loro. Una conclusione perfettamente coerente con la loro identità.

Setlist:
Daimonos
Ora Pro Nobis Lucifer
Thy Becoming Eternal
The Shit ov God
Conquer All
Blow Your Trumpets Gabriel
I, Scvlptor
Ov Fire and the Void
To Drown the Svn in Wine
Bartzabel
The Shadow Elite
Chant for Eschaton 2000
O Father O Satan O Sun!

DIMMU BORGIR

Qualche minuto di ritardo rispetto al programma, il consueto telone con il logo a nascondere il palco durante i preparativi e poi, finalmente, l'ingresso dei Dimmu Borgir. La formazione norvegese si presenta con Shagrath e Silenoz, gli unici due membri storici rimasti in organico, affiancati dai musicisti che ne completano oggi la line-up dal vivo.
L'avvio è discreto, ma senza particolare slancio. I musicisti suonano bene e il concerto procede in maniera fluida, eppure sembra mancare inizialmente quella spinta capace di trasformare una buona esecuzione in uno spettacolo davvero trascinante. Rispetto alla prova dei Behemoth, la differenza in termini di intensità si avverte: i Dimmu Borgir paiono aver bisogno di qualche brano per entrare pienamente in partita.
Ad aprire la scaletta è "Ulvgjeld & Blodsodel", brano tratto dall'album "Grand Serpent Rising", pubblicato nel maggio 2026. La band prosegue con "Mourning Palace" e "Kings of the The Carnival Creation", e sono proprio i classici a riscaldare l'atmosfera. La risposta del pubblico è fragorosa, accompagnata da una selva di smartphone sollevati verso il palco, forse persino eccessiva per chi si trova alle spalle di questa foresta di schermi. È il segno di un repertorio che conserva intatta la propria presa, capace di riportare immediatamente la platea nel cuore della storia della band.
Il concerto cresce progressivamente e trova alcuni dei suoi momenti più riusciti nella seconda parte. Prima di "Council of Wolves and Snakes", il duetto alle percussioni tra Shagrath e Daray alla batteria introduce una parentesi suggestiva, aggiungendo atmosfera e teatralità alla successiva esecuzione. La scaletta prosegue con "As Seen in the Unseen" e "Ascent", prima di arrivare a "Reptile", uno dei passaggi più apprezzati sul piano visivo: la scenografia si illumina di verde, creando un effetto suggestivo che accompagna efficacemente il brano.
Anche "The Serpentine Offering" e "Puritania" contribuiscono a consolidare una crescita che, a questo punto, si fa sempre più evidente. Il pubblico risponde con entusiasmo, confermando quanto il repertorio storico rappresenti ancora il principale motore emotivo dello spettacolo.
Tra i momenti più significativi figura anche "In League with Satan", cover dei Venom che dà il nome al tour, impreziosita dalla partecipazione di Nergal. Il frontman dei Behemoth condivide la scena con Shagrath in un omaggio a Cronos, scomparso pochi giorni fa. Un passaggio che aggiunge alla serata una dimensione di tributo e memoria, unendo idealmente musicisti e pubblico nel segno di una scena estrema che, al di là delle differenze stilistiche, conserva una forte identità collettiva.
La chiusura è affidata a "Progenies of the Great Apocalypse", autentico manifesto del symphonic black metal e probabilmente il brano che più di ogni altro incarna l'identità dei Dimmu Borgir. Una conclusione efficace, che restituisce tutta la forza di una composizione ormai imprescindibile nel repertorio della formazione norvegese.
Il bilancio è dunque positivo: una buona prestazione, ben suonata e capace di crescere nel corso della serata, ma che nel complesso appare più convenzionale rispetto alla prova dei Behemoth. Se sul piano discografico chi scrive colloca le due formazioni su un piano di apprezzamento sostanzialmente equivalente, dal vivo la sensazione è quella di una band che attraversa una fase più statica, affidandosi soprattutto alla solidità del proprio repertorio e alla forza dei classici.
Non si tratta di una prova deludente, tutt'altro. I Dimmu Borgir dimostrano di saper ancora coinvolgere e di possedere un catalogo capace di accendere la platea; resta però l'impressione di uno spettacolo più di routine, meno sorprendente e meno impeccabile nella gestione complessiva della scena rispetto a quello offerto dai Behemoth. Una differenza che, in una serata costruita sul confronto tra due giganti del metal estremo, finisce inevitabilmente per emergere.

Setlist:
Ulvgjeld & Blodsodel
Mourning Palace
Kings of the Carnival Creation
Council of Wolves and Snakes
As Seen in the Unseen
Ascent
Reptile
The Serpentine Offering
Puritania
Gateways
In League with Satan
Progenies of the Great Apocalypse

CONCLUSIONI

Serata quindi a tinte nere in quel dell'Alcatraz. In questo martedì di ottobre abbiamo assistito a tre band capaci di declinare il black metal in modi differenti: quello glaciale e diretto degli svedesi Dark Funeral, quello blackened-death, maestoso ed epico dei Behemoth e quello sinfonico dei Dimmu Borgir.
Tre identità distinte, accomunate da una solida esperienza sui palchi internazionali, per una serata che, se si può usare il termine quando si parla di black metal, ha certamente divertito gli appassionati milanesi.

Vittorio Cafiero

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