Avantgarde Black

Live report: Schammasch + Sum of R – Kuppel, Basilea (CH) – 09/05/2026

Di Gianluca Fontanesi - 15 Maggio 2026 - 15:23
Live report: Schammasch + Sum of R – Kuppel, Basilea (CH) – 09/05/2026

Live Report a cura di Giovanni Perin.

Ci sono momenti nella vita che sembrano essere coreografie orchestrate da un’entità superiore, tanto sono perfettamente eseguiti nella forma e precisi nel tempismo.

Personalmente, uno di questi è stato realizzare mesi fa che un weekend improvvisamente liberatosi in maggio sarebbe coinciso con una delle date in cui gli Schammasch avrebbero eseguito il loro capolavoro Triangle per intero per celebrarne i 10 anni dall’uscita. E quale migliore venue per cominciare le celebrazioni se non la loro città natale, Basilea?
Ci è voluto un istante per prendere i biglietti e la calata dal nord in terra svizzera era pronta.

Il nastro scorre a tutta velocità ed eccoci al 9 maggio a Mulhouse, a scegliere nell’indecisione se sia l’uscita svizzera o quella francese della dogana quella giusta.
E ovviamente scoprire subito dopo che aver prenotato un hotel dal lato francese del confine, ma doversi spostare a vedere il concerto in quello elvetico non è stata proprio un’intuizione brillante.

Pianificazione furba? check.
Mix di entusiasmo/aspettativa per la serata: check.
Si va verso il centro di Basilea.

Con un primo giro di ricognizione trovo velocemente il Kuppel e rimango sorpreso da come un locale per concerti riesca a sopravvivere in centro città senza essere stato ostracizzato subito dopo l’inaugurazione. Per di più la forma richiama quasi quella di una chiesa a cui è stata finalmente data una funzione utile. Perché non suonarci della musica che inneggia all’angelo caduto?
Un paio di ricerche svelano entrambi gli arcani: non si tratta di un ex edificio religioso, l’attuale locale è una ricostruzione (ad opera di Vécsey Schmidt Architekt:innen) nello stesso luogo di una precedente “sala concerti”, dopo che era stata smantellata nel 2016. Da tendone famoso per la sua insonorizzazione pressoché assente si è passati ad una struttura solida, ben concepita negli spazi ed insonorizzata perfettamente, tanto da poter convivere armoniosamente col resto del vicinato.
Giusto il tempo di sistemarsi coi bagagli all’hotel ed è ora di uscire di nuovo: le porte aprono alle 7 ed i concerti avranno inizio solo alle 8:30, ma prevedo un assalto al banchetto del merch e non intendo accontentarmi delle briciole.

SUM OF R

Approccio la band di apertura nella totale ignoranza, ma con una certa curiosità: serviranno a preparare il terreno per il rituale trino, ed in contrapposizione agli headliner che di asce ne hanno tre, i Sum of R di chitarre non ne usano nemmeno una.
I nomi coinvolti non sono di primo pelo: al mastermind Reto Mäder (basso, elettronica) si affiancano i finlandesi Jukka Rämänen (batteria) e Marko Neuman (voci, tastiere, effettistica) che compaiono in uscite di Hexvessel, Waste of Space Orchestra e Dark Buddha Rising tra gli altri. Stasera non si lesinerà di certo sulla psichedelia.
La proposta del trio è cangiante e non semplice da etichettare: il basso di Mäder spesso crea un’impalcatura sonora insistente su cui si inserisce la batteria molto varia di Rämänen e infine Neuman fa il bello e il cattivo tempo a suon di tastiere e vocals che vanno da declamazioni malsane ad un pulito al limite del rantolo, c’è spazio per una varietà di suoni gutturali e latrati e si toccano anche degli scream lancinanti.
La performance dei Sum of R è ipnotica: si oscilla tra avanguardia, soundscape e a tratti lambisce il rumore, ma il terzetto riesce a gestire l’ora a propria disposizione giocando bene le proprie carte e cambiando gli ingredienti di ogni brano. Si va da paesaggi più ossessivamente elettronici ad una batteria in tupatupa, passano per refrain insistenti di basso e tratti in cui si rimane genuinamente spiazzati.
Nella sua particolarità, un’apertura decisamente funzionale al contesto.

SCHAMMASCH

Gli animi si scaldano quando si vede entrare il leader degli Schammasch C.S.R. e curare personalmente tutta la messa a punto del palco prima dello spettacolo: dall’accensione delle lampade al setup di gong e timpano di fronte alla sua asta del microfono, è chiaro quanta cura la band abbia voluto dedicare alla preparazione dello show, al di là del semplice materiale da palco e i banner con l’iconografia di Triangle. Questa quasi maniacalità per i dettagli, per cui amiamo gli Schammasch, emerge persino dal foglio con la scaletta del concerto dato ai partecipanti che contiene un invito esplicito (raddoppiato anche con altri fogli appesi alle pareti diverse aree del locale) a rispettare gli altri ospiti e fare silenzio nei momenti più intimi dell’esecuzione.

Sulle note di Crepusculum e con la band di spalle, il rituale ha inizio.
Si comincia con “The Process of Dying” e alle parole:

“Reason as curse
The plague he sent upon us”

il pubblico si infiamma. Siamo entrati in pieno nella fase della dissoluzione del rito e la pesantezza death/black comincia a decostruire il pubblico a suon di dissonanze, growl e batteria al fulmicotone. Va ammesso che sulle prime il suono non è dei migliori, con le tre chitarre che faticano ad uscire definite dal mix e il rullante che emerge più debolmente nelle parti più tirate. Ma la presenza del frontman e l’affiatamento dei musicisti danno vita ad un’esecuzione impeccabile, ammantata di brutale epicità.

In Dialogue with Death infiamma a suon di arpeggi dissonanti e ci consegna una band in stato di grazia, in cui le tre asce si scambiano le linee (dis)armoniche e si integrano a vicenda, costruendo un muro sonoro su cui la batteria di B.A.W. scolpisce monolitica a suon di tamburi.
Ecco che finalmente dalla caustica Consensus i suoni hanno un netto miglioramento e resteranno impeccabili per il resto della serata, restituendo l’opera magna in tutto il suo dorato splendore.

Il suono dell’acqua che scorre traghetta gli ascoltatori nella parte centrale del concept. I tempi rallentano durante il capitolo “Metaflesh” e i giri sulle percussioni assumono un tono iniziatico. Lo spazio si fa liminale e le tensioni tra armonia e dissonanze delle chitarre emergono e scompaiono di continuo in un gioco di contrappesi, come durante Satori. Le vocals si ripuliscono progressivamente e i cori di C.S.R. e P.D. diventano sempre più solenni.

Durante tutto il concerto i brani sono intervallati da piccoli passaggi ambient e non vengono spese parole tra una traccia e la successiva, ad eccezione di Metanoia, introdotta da C.S.R che attira l’attenzione del pubblico declamando a braccia aperte: “The sound of transformation”.
Il centro nevralgico del concept viene eseguito con dovizia: la batteria non lesina in blast-beat e i riff in tremolo picking si rincorrono da un’ascia all’altra, creando un flusso sonoro in continuo divenire.
La transizione verso il capitolo finale passa per spunti melodici in progressivo aumento e i versi recitati insistentemente:

“I will raise my throne
above the stars of God”

Si entra quindi nel terzo conclusivo “The Supernal Clear Light Of The Void“, introdotto dalle vibrazioni di un gong suonato dal frontman. Questa è la fase finale della trasmutazione, evidente dallo scintillio aureo. Diventa inoltre chiaro fin da subito che quello che rischiava di essere il capitolo più complesso da riproporre in sede dal vivo è stato trasformato dalla band nella punta di diamante da un lavoro di cura dei suoni ed effetti minuzioso.

I riverberi che si inseguono, il fondo ambient, i passaggi di cesello (come il sax suonato dal chitarrista M.A. in The Third Ray of Light) e le percussioni sono protagonisti del terzo finale, creando un’atmosfera decisamente intima, in cui si può osservare varie persone nel pubblico chiudere gli occhi e rilassarsi. Una coppia sembra immersa in una sorta di meditazione congiunta, respirando faccia a faccia a stretto contatto.
L’immagine che più viene da associare a questa parte è un ossimoro: rarefazione piena. Sebbene musicalmente le strutture si dilatino e si svuotino di strumenti, l’eufonia delle linee e l’esecuzione contribuiscono a far passare un senso di rotondità tutt’altro che vacuo, che rispecchia la parte finale del rituale, la morte dell’Ego e l’osservazione della realtà nella sua distaccata purezza.

Tocca quindi a The Empyrean concludere i 100 minuti di esecuzione con la meditazione Gayatri Mantra e lasciare una band che viene sommersa dagli applausi, ma scompare velocemente dietro le quinte, lasciando presagire un encore.
E così sia.

Altrettanto velocemente i cinque riappaiono e C.S.R. chiede al pubblico se abbia voglia di un altro pezzo -ça va sans dire- ed ecco A Paradigm of Beauty. Mosca bianca nella discografia degli svizzeri che nel contesto della serata corona perfettamente le quasi due ore di concerto.
Ora è veramente finita.

A fronte dell’ambizione di portare un concept come Triangle dal vivo, gli Schammasch hanno fatto un lavoro eccellente e ciascuna delle tre parti è stata resa in modo impeccabile, riuscendo veramente a dare l’impressione di un passaggio da uno stadio al successivo del rituale alchemico. Non solo i suoni, ma il lavoro sopraffino delle luci e l’energia stessa della band si sono evoluti durante l’esecuzione, fino a culminare nell’ultima parte. Il terzo conclusivo è stato infatti la vera sorpresa, mostrando che anche in una veste puramente atmosferica e pur spogliandosi degli attributi estremi gli Schammasch sono decisamente in grado di convincere; al punto che personalmente un disco esclusivamente ambient da parte loro lo prenderei volentieri anche a scatola chiusa.

A contraltare di un concerto quasi perfetto, un unico neo: nonostante gli avvisi da parte della band e dei partecipanti in generale molto attenti a rispettare l’esperienza immersiva per gli altri presenti, qualche telefono è sbucato insistentemente nel pubblico.
Nel caso non fosse ancora chiaro a sufficienza: non ci sono foto o video che possano rendere l’intensità di una serata così. E voi, cari maniaci della mattonella tascabile, avete appena ipotecato la vostra occasione di vivere un momento unico e irripetibile al prezzo di pixel e bytes che non guarderete mai più.