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Live Report: Metalitalia.com Festival 2018 @ Live Club, Trezzo sull’Adda, 15-16 settembre

Di Marco Donè - 24 Settembre 2018 - 18:08
Live Report: Metalitalia.com Festival 2018 @ Live Club, Trezzo sull’Adda, 15-16 settembre

METALITALIA.COM FESTIVAL @ LIVE CLUB, TREZZO SULL’ADDA
15-16 SETTEMBRE 2018

 

 

Settembre, l’estate si appresta a lasciare il posto all’autunno, almeno stando a quanto dice il calendario, e, puntuale come un orologio svizzero, ecco arrivare il Metalitalia.com Festival. Giunto ormai alla sua settima edizione, il festival è divenuto un appuntamento imperdibile per gli appassionati del metallo pesante. L’edizione 2018 ci regala due giornate per gli amanti delle sonorità più tradizionali: il sabato dedicato al power e all’heavy, con delle band che hanno rappresentato un ruolo primario per la rinascita del genere nella seconda metà degli anni Novanta, e la domenica dedicata a sonorità più cupe e cerimoniali, legate al doom in tutte le sue forme. La cornice dell’evento, come da tradizione, è il Live Club di Trezzo sull’Adda, ormai un punto di riferimento per gli eventi che contano.

 

Live report a cura di Marco Donè

 

GIORNO UNO – 15 SETTEMBRE 2018

 

A causa di un incidente in autostrada che ha paralizzato la circolazione della A4 in direzione Milano, arriviamo al Live Club pochi istanti prima dell’inizio dello show dei veneti White Skull, perdendo così le esibizioni di Asgard e Rosae Crucis. Un vero peccato non aver potuto assistere alla loro prova ma, purtroppo, il fato non è stato dalla nostra parte.

 

WHITE SKULL

 

Chiamati a sostituire i defezionari Eldritch, i veneti White Skull fanno ritorno al Metalitalia.com Festival dopo l’ottima esibizione dello scorso anno. Il 2018 è una data importante per la compagine capitanata da Tony “Mad”, visto che proprio quest’anno la formazione di Vicenza raggiunge l’importante traguardo dei trent’anni di carriera. In attesa del 20 ottobre, data in cui i White Skull si esibiranno nella loro Vicenza per festeggiare il trentennale della band, i Nostri scaldano i motori presentandosi sul palco del Live Club con uno special show, incentrato sui due dischi di maggiore successo della loro carriera: “Tales from the North” e “Public Glory, Secret Agony”, ormai due classici del power tricolore. I sei veneti fanno l’ingresso in scena con ‘Embittered’, unica traccia del set odierno a non provenire dai due dischi citati in precedenza, mettendo subito in chiaro i loro intenti: mettere a ferro e fuoco lo stage! I White Skull sono carichi come molle e travolgono il già numerosissimo pubblico con dosi di metallo massiccio che rispondono al nome di canzoni come ‘Tales from the North’, ‘The Killing Queen’, ‘High Treasure’ e ‘Roman Empire’, giusto per citare qualche titolo. Un tuffo nel passato a cui l’intero Live Club risponde con entusiasmo, cantando a squarciagola e incitando i propri beniamini. Non poteva essere altrimenti, quelle canzoni rappresentano degli autentici inni di un’epoca importante per il metallo italiano, e non solo, e l’emozione e il trasporto è ben evidente tra i presenti. La band, poi, è veramente in palla, con una Federica “Sister” De Boni sugli scudi, pronta a ruggire al microfono le sue graffianti vocals, sfruttando appieno una voce che sembra vincere la sfida dettata dall’inesorabile scorrere del tempo. Alex Mantiero alla batteria è la solita macchina schiacciasassi e Danilo Bar delizia il pubblico con la sua sei corde. I White Skull, grazie a una formazione ormai stabile, sono una band coesa, tanto che anche “Puma”, come viene presentato da Tony “Mad”, che sostituisce momentaneamente il bassista ufficiale Jo Raddi (matrimonio n.d.r.), entra subito nei meccanismi della band. Il concerto si chiude sulle note dell’immortale ‘Asgard’, cantata a gran voce dall’intero Live Club. Da sottolineare l’affetto mostrato dal pubblico nei confronti del combo veneto, in particolare durante la presentazione dei singoli, con il coro “Un capitano, c’è solo un capitano” dedicato all’irriducibile Tony “Mad”. Gran concerto e, per noi, ottimo inizio di giornata. Con i White Skull l’appuntamento è per il 20 ottobre a Vicenza.

 

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ELVENKING

 

Dopo un rapido cambio palco tocca a un’altra band amatissima dal pubblico power oriented: gli Elvenking. I Nostri sfiorano ormai i vent’anni di carriera e rappresentano uno dei nomi che a cavallo del Duemila ha portato una ventata d’aria fresca nel panorama nazionale, riuscendo nel non facile compito di imporsi anche al di fuori dei confini italiani. Con gli Elvenking le sonorità assumono un taglio più “moderno” rispetto alle formazioni che li hanno preceduti e alle compagini che si esibiranno dopo, accendendo il pubblico del Live Club con il loro personalissimo power-folk. La band della provincia di Pordenone ci propone un set che va a pescare da quasi tutta la propria discografia, mettendo in luce tutte le sfumature della propria carriera, sottolineando una continua evoluzione artistica che ha saputo mantenere la formazione friulana al passo con i tempi, senza però snaturarne l’anima. Ecco quindi susseguirsi l’immancabile ‘Elvenlegions’, ‘The Divide Heart’, ‘Throw Kind’, ‘Neverending Nights’ e ‘Runereader’, per arrivare alle tracce estratte dall’ultimo “Secret of the Magick Grimoire”, come ‘Invoking the Woodland Spirit’ o ‘Draugen’s Maelstrom’. Gli Elvenking tengono il palco con esperienza, potendo contare su un frontman carismatico come Damna, capace di tenere il pubblico in pugno sin dalla prima nota, coinvolgendolo e rendendolo partecipe in ogni canzone, ottenendo una gran risposta. Uno show efficace, per una band ormai matura, in cui spiccano le prove di Rafahel alla chitarra e di Lethien al violino. Da sottolineare, inoltre, il rispetto portato dalla band ai nomi con cui sta condividendo il palco, ben rappresentato dalle parole di Damna, quando al microfono sottolinea l’importanza che formazioni come White Skull e Domine hanno avuto nella crescita artistica degli Elvenking, ed essere qui con loro oggi rappresenta un vero onore per la sua band. Parole che vengono accolte dal pubblico con un vero tripudio. Arriviamo così alla fine dello spettacolo e l’ora a disposizione dei Nostri si conclude con ‘The Loser’. Seconda esibizione a cui assistiamo oggi e seconda prestazione da lode, meglio non si poteva chiedere.

 

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DOMINE

 

Uno dei momenti più attesi del sabato del Metaliatalia.com Festival arriva alle 18:00 con lo show dei Domine. L’affluenza della giornata, elevata fin dalle prime ore, ha continuato e continua ad aumentare. La formazione toscana ha così modo di esibirsi di fronte a una platea di tutto rispetto, come è giusto che sia per una band di tale caratura. L’aria che si respira è quella delle grandi occasioni e l’adrenalina tra i presenti è palpabile. Si parte subito a mille, con una ‘Thunderstorm’ “da paura”, segnata purtroppo nelle battute conclusive da un problema alla testata della chitarra di Enrico Paoli, imprevisto che ritarderà di qualche minuto il prosieguo dello show dei Domine, per poi ripresentarsi nuovamente qualche canzone dopo. Un problema che verrà risolto ma che porterà Morby e compagni a dover “correre” per rispettare i tempi e non dover tagliare parte del proprio set. Poche parole quindi tra una canzone e l’altra, si va direttamente alla sostanza, e con la scaletta che i Nostri hanno in serbo, di sostanza ce n’è veramente tanta. Il set è incentrato su tre dischi: “Dragonlord (Tales of the Noble Steel)”, “Stormbringer Ruler – The Legend of the Power Supreme” e “Emperor of the Black Runes” a detta di chi scrive gli album più efficaci messi a segno dal quintetto toscano. Si susseguono così canzoni come ‘True Believer’, ‘The Aquilonia Suite’, ‘The Fall of the Spiral Tower’, ‘The Hurricane Masters’ fino alle conclusive ‘Dragonlord (The Grand Master of the Mightiest Beasts)’ e ‘Defenders’, per un’esibizione che rasenta la perfezione. I Domine riescono a creare un’atmosfera magica, intrisa di epicità, frutto di una prestazione sentita, supportata da un pubblico caldissimo, che canta a memoria tutte le canzoni e incita a più riprese la band. Guardando la numerosissima platea, possiamo scorgere fan al limite della commozione. Uno show che si rivelerà tra i migliori dell’intero festival, messo a segno da una band unita, che trasuda fede e convinzione nella causa, che trova il terreno perfetto per mettere a segno le proprie capacità nella dimensione live, guidata da un carismatico Morby che on stage diventa una sorta di “dominatore dell’universo”, toccando con la sua voce note impensabili per gli umani. Chapeau.

 

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GRAVE DIGGER

 

Salire sul palco dopo l’esibizione dei Domine risulterebbe complicato per chiunque e l’incombenza tocca ai Grave Digger. La band tedesca è una delle leggende dell’heavy metal europeo, una formazione che nella propria discografia può vantare lavori divenuti dei classici dell’heavy metal, album che non possono mancare nelle collezioni dei defender più puri. La band di Chris Boltendahl si presenta al Metalitalia.com Festival con uno show incentrato su tre dischi che possono rappresentare alla perfezione quanto appena detto e che nella seconda metà degli anni Novanta portarono alla band lo status di termine di paragone all’interno della scena. Gli album sono ovviamente “Tunes of War”, “Knight of the Cross” ed “Excalibur”. Come dire: andiamo lì, saliamo sul palco e “vinciamo facile”. Con pezzi come ‘Scotland United’, ‘Rebellion’, ‘Knights of the Cross’, ‘Lionheart’, ‘Morgane le Fay’ ed ‘Excalibur’ non potrebbe essere altrimenti. Più che canzoni sono degli autentici inni che hanno segnato un’epoca, quella della risurrezione del power di metà anni Novanta, quando il genere dettava legge e, all’interno del movimento, i Grave Digger dettavano la loro legge grazie a questi album e a questi pezzi. La reazione del numerosissimo pubblico del Live Club, divenuto ormai una bolgia, fa capire quanto quelle tracce abbiano segnato il periodo, tanto che la richiesta degli encore viene portata avanti da un pubblico indemoniato con un vero e proprio coro da stadio. Ma la prestazione? Eh, la prestazione è alquanto rivedibile. Nel corso degli anni i Grave Digger hanno perso mordente, ispirazione e anche un po’ di “botta” dal vivo. I Nostri propongono così un set con qualche incertezza d’esecuzione, soprattutto per quanto riguarda la chitarra e con un Boltendahl che sembra andare in apnea in alcuni frangenti. La presenza scenica è solo lontana parente di quella dei bei tempi andati, i continui cambi di line-up hanno inciso eccome. L’ultimo della serie è l’abbandono dello storico batterista Stefan Arnold, sostituito dal bravo Marcus Kniep, musicista forse tecnicamente più preparato di Stefan, ma dal tocco più “leggero”, risultando così meno incisivo nei pezzi. Marcus, inoltre, non ha la stessa resa scenica di Stefan, viene meno il roteare delle bacchette tra un passaggio e l’altro, l’incrocio delle mani per colpire i piatti, aspetti che dal vivo incidono eccome. Insomma, i Nostri portano a casa lo spettacolo grazie all’immortalità delle tracce proposte, canzoni cantate da tutto il Live Club, ma la tenuta live della band inizia a sollevare qualche punto di domanda…

 

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RAGE meets REFUGE

 

Altro cambio palco e, alle 21:30, ha inizio uno dei concerti più curiosi del festival. Rage e Refuge, le due anime musicali del sempiterno “Peavy” Wagner, si esibiranno sullo stesso palco. Sì, ma come? Questa è la domanda che in molti si sono posti. Da una parte ci sono i Refuge, ovvero la line-up dei dischi di maggior successo dei primi Rage, quelli di “Trapped” e “The Missing Link”, per dire, dall’altra ci sono gli attuali Rage. Come gestiranno la cosa? Si alterneranno sui pezzi? Ci saranno due batterie? Chi suonerà cosa? La soluzione messa in atto da “Peavy” è forse la più semplice e, di conseguenza, quella a cui nessuno aveva pensato. Prima si esibiranno i Refuge, proponendo pezzi dei Rage fino a “The Missing Link” e alcuni estratti dal debutto “Solitary Men”, poi toccherà ai Rage, che suoneranno canzoni da “Black in Mind” in poi. Si parte quindi con il trio meraviglia composto da “Peavy”, Manny Schmidt e Chris Efthimiadis, che ci portano a ritroso nel tempo con canzoni come “Don’t Fear the Winter”, “Invisible Horizons”, “Solitary Man” e “Nevermore”, mettendo in mostra un’attitudine che solo la vecchia scuola sembra possedere. Nonostante qualche chilo in più e il capello bianco, il tocco di Manny alla sei corde non è cambiato. Vederlo suonare quelle canzoni, sentirgli eseguire quegli assoli con la stessa precisione e pulizia d’esecuzione dei bei tempi è veramente “tanta roba”. Chris Efthimiadis non è da meno. Si presenta con un look da bravo padre di famiglia, ma dietro le pelli è la solita macchina da guerra, un batterista che appartiene al clan dei “battitori”, basta vedere l’altezza da dove fa partire la bacchetta per andare a picchiare il rullante. Che il tempo sia lento o veloce, per lui non fa differenza. Un signor batterista che avrebbe meritato molto di più nella sua carriera. Ovviamente c’è anche “Peavy”, uno che non ha bisogno di presentazioni e che aggredisce il palco con il solito entusiasmo. Nel set dei Refuge fanno bella presenza anche un paio di estratti da “Solitary Men” e lo show si conclude con l’immortale ‘Refuge’. Poco più di trenta minuti e Manny e Chris salutano il pubblico. Rimane un po’ l’amaro in bocca, un paio di pezzi in più non avrebbero guastato, ma come si suol dire in queste occasioni “the show must go on”.

 

Dopo una veloce messa a punto dello stage, tocca all’ultima incarnazione dei Rage entrare in scena. “Peavy” sale quindi sul palco accompagnato dai fidi scudieri Vassilios “Lucky” Maniatopoulos e Marcos Rodríguez. L’ascolto di “Season of the Black”, ultimo disco in casa Rage, ci aveva lasciato una sensazione di debolezza rispetto allo standard cui “Peavy” e compagni ci avevano abituati, e dal vivo quella sensazione viene confermata. I Nostri, infatti, rompono gli indugi con ‘Justify’, tratta proprio dal lavoro del 2017, e rispetto ai pezzi proposti dai Refuge si nota subito una carenza d’impatto. I Rage però raddrizzano immediatamente il tiro, sparando in sequenza tre classici come ‘Great Old Ones’, ‘Sent by the Devil’, che crea un vero e proprio massacro tra le prime file, e ‘From the Cradle to the Grave’. La risposta del pubblico carica ulteriormente il terzetto, che affronta con ancora maggiore entusiasmo lo show. Proprio l’entusiasmo sembra essere l’arma vincente di questi “nuovi” Rage, che salgono sul palco per divertirsi e far divertire. L’alchimia che si è venuta a creare tra i tre è evidente. Lo show prosegue su altissimi livelli con ‘My Way’, tratta da “The Devil Strikes Again”, disco che ha sancito la nascita dell’attuale line-up, canzone del recente passato della band ma divenuta già un classico e, come tale, non può che essere cantata a squarciagola dall’intero Live Club. “Peavy” e compagni hanno parecchi assi su cui contare e così, con ‘Black in Mind’, mettono a ferro e fuoco le prime file, nonostante qualche incertezza d’esecuzione affiori nei due “nuovi” arrivati. Poco importa, il Live Club è ai loro piedi, pronto a incitare i Rage che chiudono l’esibizione con l’immancabile ‘Higher than the Sky’, in cui compare come ospite Manny Schmidt. Come di conseueto in questi ultimi anni, durante l’esecuzione di ‘Higher than the Sky’ trova spazio un medley di Ronnie James Dio, con Marcos Rodríguez nella veste di chitarrista-cantante. Lo show si chiude con le due band abbracciate sul palco, a ricevere il meritato plauso. I vincitori? Noi andiamo sul sicuro e diciamo i Rage… Sì, ma quali? Il terzetto che ha suonato i pezzi fino a “The Missing Link” o il trio che ha proposto le canzoni da “Black in Mind” in poi? Ma si dai, i Rage, avete capito, vero?

 

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HAMMERFALL

 

Il sabato del Metalitalia.com Festival si chiude con una band dedita al metallo più puro e incontaminato, assoluta rappresentazione di fede e dedizione. Ovviamente stiamo parlando degli Hammerfall, compagine svedese letteralmente esplosa negli anni novanta, per certi versi una delle locomotive che in quegli anni ha riportato in auge il genere. Il Live Club, ormai stracolmo, è in totale trepidazione per lo show del quintetto capitanato da Joacim Cans e Oskar Dronjak e quando i Nostri entrano in scena e attaccano con ‘Hector’s Hymn’, la reazione del pubblico è quella delle grandi occasioni. Per i tour estivi del 2018 gli Hammerfall hanno deciso di portare avanti una sorta di “best of show”, con canzoni capaci di emozionare e coinvolgere i fan, senza cali di tensione. Anche per loro si potrebbe dire che ci sia la voglia di “vincere facile”, ma vista la carica, l’enfasi e il trasporto con cui i Nostri aggrediscono il palco, possiamo dire che stasera gli Hammerfall hanno “stravinto facile”. Già, perché il quintetto svedese in sede live è una macchina perfetta, un dispositivo testato e ben oliato, in cui nulla è lasciato al caso. Prestazione tecnica, immagine, movimenti studiati e mai casuali che si traducono in una presenza scenica che può essere paragonata a un fiume in piena, pronto a trascinare tutto e tutti al proprio passaggio; in poche parole, l’essenza dell’heavy metal. Le hit si susseguono, passando per ‘Renegade’, ‘Blood Bound’, ‘Crimson Thunder’, ‘Let the Hammer Fall’, ‘Heading the Call’ e ‘Last Man Standing’, che trasforma le prime file in un’autentica bolgia. C’è chi ha avuto da ridire sulla scelta optata dalla band di non eseguire tracce dal leggendario debutto “Glory to the Brave”, o di inserire un medley strumentale dei momenti più rappresentativi di “Legacy to the King”, ma il motivo della decisione appare chiaro: gli Hammerfall non vogliono essere ricordati solo per quei due dischi, vogliono dimostrare che anche il resto della loro discografia è di altrettanta qualità, e visto il calore riscosso dal pubblico, questa decisione non può che dare loro ragione. Da segnalare la toccante presentazione di Cans per ‘B.Y.H.’, dove il cantante parla del suo primo vinile acquistato nel 1981, “Strong Arm of the Low” dei Saxon, e l’emozione provata quando partì la parte vocale di Biff, momento che gli cambiò la vita, stando alle dichiarazione del singer. Dopo i dovuti encore, gli Hammerfall salutano i fan con ‘Hearts of Fire’ con un pubblico in tripudio totale. Vedere dall’alto la reazione dell’intera platea è qualcosa di indescrivibile: le prime file sono un ammasso di energumeni a torso nudo, con il saluto di “manowariana” memoria, pronti a urlare a squarciagola il ritornello, con il resto del Live Club a cantare, corna al cielo. Un vero tripudio, testimoniato anche dall’omaggio lanciato dal pubblico alla band durante i saluti: una bandiera con il guerriero simbolo degli Hammerfall in primo piano e sullo sfondo il tricolore. Prestazione da incorniciare per una band che nella dimensione live sembra riuscire a dare il massimo.

 

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GIORNO DUE – 16 SETTEMBRE 2018

 

NIBIRU

 

La domenica si apre all’insegna della violenza con l’esibizione dei torinesi Nibiru. Sono solo le 13:20 e l’affluenza al Live Club è ancora limitata, aspetto che però non va a incidere sulla convinzione e l’enfasi con cui i Nostri aggrediscono lo stage. I pezzi proposti appartengono alle ultime fatiche della band, quelle che hanno sancito l’evoluzione verso un sound più pesante, fatto di doom, black metal e drone. Una buona prova che scalda gli animi dei presenti, anche se ci sono alcuni aspetti su cui i Nibiru dovranno lavorare per migliorare la resa della propria proposta e del proprio show, a partire dal look, che dovrà sicuramente essere più omogeneo e curato. Vedere sul palco un boia incappucciato alle percussioni, Ardath a torso nudo con tatuaggi in bella mostra e un liquido simil sangue sparso sul corpo, assieme a RI in semplice t-shirt e cappellino, è un autentico pugno allo stomaco…

 

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CARONTE

 

Tocca poi agli emiliani Caronte che attuano un totale cambio di atmosfera, portandoci in una dimensione stoner-doom esoterica. Il palco diventa sede di un vero e proprio rituale, visto che davanti alla batteria viene allestito un altare con in teschio di un capro e alcuni candelabri accesi. L’intro dell’esibizione è un lungo ed esoterico sermone, che termina con l’ingresso in scena della band, che per l’occasione si presenta con un secondo chitarrista, in modo da dare maggiore spessore alla propria proposta. Il cantante Dorian Bones diventa il cerimoniere e nero traghettatore dello show, tanto che, tra una canzone e l’altra, porta avanti il rituale spostandosi dal fronte palco all’altare e, come da tradizione, il concerto si conclude con la chiusura del rito. La prestazione dei Caronte risulta sicuramente positiva, anche se la loro proposta, in particolare in sede live, si rivela un po’ ripetitiva. Nonostante questo aspetto, i presenti rispondono positivamente allo show messo a segno dai Caronte, evidenziando il sempre maggiore interesse che sta ruotando attorno alla band.

 

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DOOMRAISER

 

Dopo un rapido cambio palco, verso le 15:30, entra in scena una delle punte di diamante del movimento doom italianano, stiamo parlando dei capitolini Doomraiser. I Nostri attaccano con una onirica e oscura ‘Like a Ghost’, tratta da “Mountains of Madness, che mette subito in evidenza il lato psych-doom della band. I Doomraiser saranno autori di una prova sentita e precisa, proponendo canzoni dal proprio passato, come la gemma “Another Black Day Under the Dead Sun”, e un paio di anticipazioni dall’imminente nuovo album che, stando a quanto sentito quest’oggi, diventa uno dei dischi più attesi del 2019 in ambito doom. Le nuove canzoni sembrano approfondire il percorso che la band ha intrapreso con “Reverse (Passaggio inverso)”, non rimane che attendere. Il pubblico inizia a scaldarsi proprio con l’esibizione della compagine romana, tenuto in pugno dal carismatico singer Nicola Rossi, che sia nella veste di tastierista-cantante che di puro frontman, risulta l’arma in più dei Doomraiser in sede live, ben supportato dal bassista Andrea Caminiti. Una prestazione che sottolinea ulteriormente il valore della formazione capitolina, la cui unica pecca, non certo per causa loro, sta nell’affluenza fin qui avuta dalla seconda giornata del festival, nettamente inferiore a quella dello stesso orario del sabato.

 

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DOOL

 

Altro totale cambio di atmosfera con gli olandesi Dool, una delle band del momento. Nati dalle ceneri dei The Devil’s Blood, i Nostri si presentano al Metalitalia.com Festival con il loro rock intriso di prog, goth, psichedelia e doom. La band tiene il palco con grandissima esperienza ed energia, potendo contare sull’operato della trascinante chitarrista-cantante Ryanne van Dorst. La proposta della compagine olandese non sarà originalissima, ma risulta comunque coinvolgente grazie al continuo alternarsi di atmosfere, ora più oscure e decadenti, ora più melodiche e orecchiabili, ora più cupe e pesanti. I Dool propongono un set incentrato sul debutto discografico “Here Now, There Then”, dove spiccano ‘The Alpha’, ‘Golden Serpents’, ‘Vantablack’ e ‘Oweynagat’, il singolo che ha presentato la formazione dei Paesi Bassi al mondo. Nonostante qualche irriducibile, la reazione dei presenti è “freddina”, tanto che alla fine dell’esibizione il pubblico presente sotto il palco è inferiore a quello d’inizio show. Da segnalare, inoltre, la cover piazzata a metà concerto del classico ‘Love Like Blood’ degli immortali Killing Joke, quasi a voler descrivere quali siano le influenze dei Dool, come se i Nostri volessero provare spiegare senza l’uso delle parole da dove derivi la poliedricità del proprio sound. Uno show interessante quello messo a segno dai Dool, una band dotata di grandi potenzialità che, se riuscirà a raggiungere una maggiore personalità in sede di composizione, potrebbe puntare a un roseo futuro.

 

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FORGOTTEN TOMB

 

Tocca poi ai Forgotten Tomb, una delle band più autorevoli uscite dal territorio italiano nel nuovo millennio, formazione capace di imporsi anche al di fuori dei confini nazionali grazie a dei dischi che hanno rappresentato dei tasselli fondamentali per l’evoluzione del depressive black. Per l’occasione del Metalitalia.com Festival i Nostri si presentano sul palco proponendo nella sua interezza il seminale debutto “Songs to Leave”. Sebbene il pubblico sia in aumento, fino a questo momento l’affluenza alla seconda giornata del festival continua a essere tutt’altro che memorabile. Un vero peccato perché i Forgotten Tomb mettono a segno una prestazione sentita, cercando di ipnotizzare i presenti attraverso le sfumature di cui “Songs to Leave” è intriso, colori che descrivono alcune delle emozioni più forti dell’animo umano, figlie di un disagio e di una sofferenza interiore. Ci incamminiamo così in un viaggio musicale che prende il via con l’inquietudine, la desolazione, la sofferenza dovuta alla solitudine, emozioni dettate dalle note di ‘Entombed by Winter’, canzone che viene accompagnata da delle immagini “disturbanti” di edifici lugubri e in decadimento, filtrati da del filo spinato in primo piano, proiettate su un grande schermo alle spalle della band. I Forgotten Tomb ci offrono così uno spettacolo che punta ad ammaliare il pubblico abbinando musica e immagini, dove la sofferenza lascerà il posto alla rabbia in ‘Steal my Corpse’ per poi ritornare in modo prepotente nel finale d’esibizione, con la conclusiva e splendida ‘Disheartenment’. Una prestazione sicuramente positiva, che avrebbe meritato una maggiore presenza sotto il palco e una reazione del pubblico più calda, apparso invece “freddino” anche in questa occasione.

 

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NOVEMBRE

 

Alle 19:00, puntuali come orologi svizzeri, entrano in scena i capitolini Novembre, una delle band più rappresentative del panorama metal tricolore che, almeno per chi sta scrivendo queste righe, ha raccolto molto meno di quanto realmente meritato. La loro performance è una delle più attese di questa domenica del Metalitalia.com Festival e, infatti, proprio con loro il Live Club inizia a riempirsi in maniera adeguata per un evento del genere. I Novembre in questi ultimi anni hanno attraversato dei momenti complicati, in cui la band ha vissuto un vero terremoto interno con l’abbandono di Giuseppe Orlando e il momentaneo stop di Massimiliano Pagliuso, con il risultato di avere il solo Carmelo Orlando a portare avanti il gruppo, orfano dei suoi storici compagni di avventura. Carmelo si presenta quindi sul palco con una squadra nuova, che lo sta accompagnando in sede live nell’ultimo periodo. Nonostante questo, sul palco, la band appare ben amalgamata e rodata, offrendo un’ottima prestazione, la cui parte iniziale dà ampio spazio all’ultimo lavoro “Ursa”, album del 2016 a cui Carmelo Orlando sembra credere ciecamente. Vengono quindi proposte le varie ‘Australis’, ‘Annoluce’, ‘Umana’, ‘Bremen’, tutte canzoni accolte con grande entusiasmo dal pubblico. Sul palco la band suona con precisione ogni singola parte e Carmelo, nella veste di frontman, “vive” ogni nota, regalando ai fan una prestazione sentita e carica di emozioni. Orlando, inoltre, è il primo cantante della giornata a chiedere e ottenere la partecipazione di un pubblico che non aspettava altro che essere chiamato in causa. La platea si scalda e iniziano quindi ad arrivare i cori dedicati alla band, oltre che il classico battito di mani ritmato durante le canzoni, reazioni che erano fin qui mancate nell’arco della giornata, segno tangibile dell’importanza e del rispetto che i metalhead tributano ai Novembre. La seconda parte dello show dona il meritato spazio al glorioso passato della band romana, dedicando particolare attenzione a due album: “Classica” e “Novembrine Waltz”. Ecco quindi le varie ‘Nostalgiaplatz’, ‘Onirica East’, ‘Everasia’ e ‘Come Pierrot’, lasciando il compito della chiusura del concerto a ‘Cold Blue Steel’. I Novembre ottengono il meritato plauso dal pubblico, per quella che, sino a questo momento, si rivela la migliore prestazione regalata dalla domenica del Metalitalia.com Festival. Da segnalare la scelta di Carmelo Orlando di non proporre canzoni da dischi del calibro di “Materia” e “The Blue”, album in cui sono racchiusi alcuni dei capitoli più ispirati nella storia dei Novembre ma su cui il mastermind sembra non riporre fiducia.

 

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TIAMAT

 

Arriva poi il momento di uno degli “enigmi” di questo Metalitalia.com Festival, una band che sin dal momento del suo annuncio ha destato un punto interrogativo. Stiamo parlando dei seminali Tiamat, una formazione dall’indiscutibile valore artistico ma che negli ultimi tempi sembra ingabbiata dal periodo buio che sta vivendo il proprio mastermind Johan Edlund. C’è molta curiosità attorno alla loro esibizione, sia per capire se Edlund potrà reggere tutto il concerto, sia perchè i Nostri si presentano con uno special set incentrato su quei due capolavori che rispondo al nome di “Clouds” e “Wildhoney”. Sullo schermo alle spalle della band appare lo storico logo dei Tiamat, riportandoci indietro nel tempo, a quel lontano e leggendario 1992, anno d’uscita di “Clouds”. Si parte subito con ‘In a Dream’, che aprirà le danze alla riscoperta del seminale “Clouds”, che verrà proposto nella prima parte del concerto del combo svedese. Edlund sembra iniziare bene, con potenza vocale e una buona presenza sul palco. Purtroppo sarà solo un fuoco di paglia, la voce inizierà presto a essere incerta, perdendo forza e continuità, con il cantante che si troverà in più momenti senza fiato. Edlund, inoltre, si prende delle lunghe pause tra una canzone e l’altra, non riuscendo a dare continuità allo show, facendo quindi perdere all’esibizione dei Tiamat parte di quella carica emotiva che le composizioni dei nostri sanno trasmettere. In alcune di queste lunghe pause il pubblico rumoreggia, ma il risultato non cambia, anzi, nella seconda parte dello show Edlund sparisce nel backstage anche durante le parti strumentali, appare in confusione totale, sollevando più di qualche perplessità sulla sua tenuta psicofisica. Un vero peccato, tanto più se consideriamo che il resto della band sta suonando in maniera magistrale le proprie parti, dando l’impressione di venire quasi limitata dalle difficoltà del cantante. Dopo ‘Undressed’, che chiude il set dedicato a “Clouds”, arriva il momento di “Wildhoney”, introdotto dalla strumentale title-track per poi lasciare libero sfogo a ‘Whatever that Hurts’. Qui dovremmo raggiungere il momento di maggior pathos, ma l’agonia che sta provando Edlund sul palco limita l’impatto emotivo delle composizioni. Il concerto si chiude con la seminale ‘Gaia’, con un Edlund che, nella parte strumentale in chiusura di canzone, fugge nei camerini per non fare più ritorno in scena, nemmeno per i saluti. Un’esibizione che lascia tanto amaro in bocca e che pone seri dubbi sul futuro della band.

 

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CANDLEMASS

 

Il Metalia.com Festival si chiude con una band divenuta ormai assoluta leggenda: i Candlemass. Viste le sonorità proposte nella giornata di domenica, non ci poteva essere altro nome che meglio della compagine svedese poteva assurgere al ruolo di headliner. I Candlemass negli ultimi anni ci hanno abituato a delle prestazione in grado di rasentare la perfezione, sia per l’ esecuzione che per l’impatto emotivo e scenico, puntare su di loro è quindi una scelta quantomai doverosa. A pochi giorni dal festival, però, arriva la notizia che non ti aspetti. La macchina perfetta sembra rompersi, Mats Levén, cantante dalla classe cristallina e uomo che per certi versi ha risollevato e donato la retta via per la dimensione live dei Candlemass, viene allontanato e, al suo posto, si rimpossessa del microfono Johan Längqvist, la voce del leggendario “Epicus Doomicus Metallicus”. Ennesima mossa nostalgia? Ma soprattutto: rinunciare a un talento come Levén e puntare su un cantante da tempo assente dalle scene, che impatto avrà in sede live? La risposta ci arriva con lo show al Live Club, dove i Candlemass propongono tutto “Epicus Doomicus Metallicus”, attaccando con la seminale ‘Crystal Ball’. Sul palco continua a esserci l’assenza del mastermind Leif Edling, sostituito egregiamente da Per Wiberg, questa sera chiamato agli straordinari, vista la doppia performance con Tiamat e Candlemass. L’osservato speciale Längqvist dimostra di non aver perso un’oncia della sua voce, riproponendo con enfasi e teatralità quelle leggendarie linee vocali. Ciò che invece solleva qualche interrogativo è la sua presenza scenica. A lungo assente dal palco, Johan non sembra a suo agio, muovendosi in maniera contratta e impacciata, uscendo spesso di scena durante le parti strumentali. Anche tra una canzone e l’altra le pause sono lunghe e manca una figura che sappia dialogare e tenere vivo il pubblico. Già, il pubblico… Il Live Club è pronto a cantare ogni singola parola di quel leggendario album ma le lunghe pause citate in precedenza rompono la magia, fanno venire meno l’impatto emotivo, così la reazione di un Live Club ormai colmo, dopo un’iniziale entusiasmo, piano piano diventa “freddina”. I Nostri chiudono lo show con la seminale ‘Solitude’, giustamente lasciata come pezzo conclusivo dello show. La canzone viene accolta da un vero boato e cantata da tutto il Live Club, non poteva essere altrimenti per una composizione che col tempo è divenuta un assoluto manifesto del genere. I Nostri salutano e rientrano nel backstage. Ci si aspetta il solito coro a richiamare sul palco la band, ma il pubblico rimane in silenzio, qualche brusio di sottofondo ma nulla più, tanto che deve uscire un membro della crew dei Candlemass ad aizzare gli animi. La formazione svedese fa il suo rientro in scena con ‘Dark Reflection’, tratta da “Tales of Creation” e saluta definitivamente il Live Club. Annunciati per uno show di un’ora e mezza, i Nostri suonano per poco meno di un’ora. A fine concerto ci saranno tanti confronti tra i presenti: chi si sente deluso, chi dice che bisogna dare loro tempo visti i recenti cambiamenti in line-up, chi è entusiasta. Noi andiamo a casa con l’amaro in bocca. I Candlemass erano una macchina perfetta e affidabile, purtroppo qualche ingranaggio si è rotto, sono stati cambiati dei pezzi e i meccanismi devono essere oliati e rodati a dovere. Servirà tempo sicuramente, ma la macchina potrà tornare perfetta e affidabile come era solo pochi mesi fa?

 

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Marco Donè