Recensione: A Sinner’s Child
Il nuovo EP dei Witchcraft, capitanati da Magnus Pelander si sviluppa come un sommesso e tormentato dialogo tra due anime distinte, muovendosi costantemente sul filo che separa la pesantezza del proto-doom dal minimalismo introspettivo del folk acustico. L’apertura affidata a “Drömmen Om Död Och Förruttnelse” chiarisce subito questa dualità: dietro un titolo che promette un’oscurità impenetrabile, il brano rivela in realtà un andamento rallentato e ipnotico, dove eleganti riff blues di stampo vintage sostengono una melodia quasi tenera. La voce di Pelander, logorata dal tempo e spoglia di qualsiasi artificio produttivo, trascina l’ascoltatore in un vortice emotivo prima che un taglio netto lasci spazio alla title track. È qui, in “A Sinner’s Child”, che il registro muta sensibilmente, evidenziando tutta la vulnerabilità del musicista attraverso un’estensione vocale vibrante e un’angoscia palpabile, splendidamente eseguita.
Questo approccio così viscerale e ridotto all’essenziale trova la sua massima espressione in “Even Darker Days”, un vero e proprio canto funebre acustico in cui la delicatezza della chitarra fa da perfetto contrappunto a testi cupi e dolorosi. Tuttavia, questa scelta minimalista rischia a tratti di rendere il ritmo dell album leggermente statico, poiché l’assenza di una band completa fa sì che le canzoni tendano a sfumare l’una nell’altra, trasformando i passaggi stilistici in sfumature della stessa nebbia malinconica.
L’equilibrio ideale si ricompone con “Själen Reser Sig”, il momento culminante del disco, capace di ancorare l’ascolto grazie a un sontuoso riff distorto e a una melodia minacciosa che fluttua sopra un battito di batteria lento e tormentato; in questa traccia, l’interazione tra la pesantezza del doom tradizionale e la fragilità della voce dolente esprime appieno il nucleo concettuale dell’EP. Il sipario cala infine con i cinque minuti di “Sinner’s Clear Confusion”, ideale seguito della title track che si sviluppa su un pattern ritmico semplice ma più sostenuto. Evocando le atmosfere fumose e strazianti tipiche di Mark Lanegan, Pelander dimostra un’impeccabile disinvoltura nel muoversi tra i generi, lasciando che le chitarre si aprano finalmente in uno spazio ampio e profondo, perfetto per dare l’ultimo, toccante respiro a un’opera profondamente introspettiva.


