Recensione: A Thousand Years

Di Marco Catarzi - 27 Settembre 2022 - 8:30
A Thousand Years
Band: HellAndBack
Etichetta: Pure Steel Records
Genere: Heavy  Power 
Anno: 2021
Nazione:
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74

A dispetto di un logo, un artwork e una videografia decisamente naif, che potevano far temere una riproposizione dei canoni più scontati del revival true metal, l’esordio degli HellAndBack mostra vari spunti di interesse.

D’altronde tra le fila della band troviamo musicisti con anni di esperienza nella scena underground più tradizionale (il batterista Robert Brandt e il chitarrista Dave Kirk, entrambi ex membri dei Sunless Sky). A Thousand Years si rivela infatti un album più profondo di quanto un primo ascolto potrebbe suggerire, con passaggi strumentali pregiati pur rimanendo in un contesto “classico”.

Le composizioni si muovono tra US heavy-power e influenze di marca Judas Priest, un territorio musicale delimitato ma comunque largo (che permette di includere anche suggestioni che rimandano a Jag Panzer, Iced Earth e al thrash meno concitato), e lo fanno senza volontà smaccatamente derivative, bensì attraverso una spontaneità compositiva che l’ascoltatore più attento non mancherà di rilevare.

Se l’opener Atomic Ascending mostra una forte anima priestiana, grazie a riff granitici e alla prestazione sugli scudi del cantante Chris Harn, la successiva Egyptian Bride rievoca il “tipico” US metal oscuro e cadenzato di act dimenticati come Halloween e Tyrant.

Non mancano pezzi che fanno della durezza il loro marchio di fabbrica, come Disobeying the Gods, in cui emergono anche suggestive armonizzazioni e si evidenzia la prova solista delle due asce (oltre a Kirk, il giovane Matt Schostek), e Soar, che non avrebbe sfigurato nel repertorio dell’Halford solista di Resurrection.

La capacità di far evolvere le melodie e di non indugiare in cliché dona maturità alla proposta degli HellAndBack, che sanno dosare gli elementi a beneficio dell’equilibrio delle canzoni. I solismi sono suggestivi ma non invadenti, la voce di Harn spazia su diversi registri, la sezione ritmica di Brandt e di Chris Barwise al basso dona sempre il giusto sostegno a ogni brano. Ne è esempio la title-track, che parte come ballad e poi cresce progressivamente fino a esplodere nel finale, oppure Scissors, con la sua carica maligna.

L’album procede tra velocità, aggressività e momenti più evocativi fino alla cover di See You in Hell dei Grim Reaper, omaggio a una band storica e a un periodo in cui bastava un riff per fare grande una canzone.

Chi ama solo le “forme” di metal nate dopo gli anni Novanta faticherà a trovare spunti di interesse negli HellAndBack, chi invece sente il suo background più vicino al decennio precedente non dovrebbe trascurare un disco come A Thousand Years, che conferma la capacità della Pure Steel Records di scovare il meglio dell’underground statunitense.

Le correnti più evolute di metal tradizionale sono altrove, se però la formazione di Cleveland porterà avanti le migliori idee di questo debut, i prossimi passi meriteranno più di un ascolto.

Bandcamp: Pure Steel Records

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