Recensione: Annihilating the Consciousness
I Vile Desolation sono l’ennesimo gruppo indonesiano che suona brutal death metal e giunge all’esordio su full-lenght con questo “Annihilating the Consciousness”, pubblicato dalla label americana Comatose e disponibile dall’8 maggio in formato CD. Rispetto agli altri gruppi della madrepatria, i nostri, che rispondono ai nomi di Yudha alla voce, Rama alla batteria e Hendikha al basso e alla chitarra, si presentano con un album ben prodotto e curato nei riguardi del quale gli aficionados del genere potranno trovare vari spunti di interesse. Gli stessi componenti della band sono coinvolti in numerosi altri progetti affini e non è una novità che il genere in questione sia molto seguito nel sud-est asiatico. La cover è dell’artista emergente Timbul Cahyono – Bvllart, che ha già prestato la propria opera in band più o meno conosciute, tra cui Terrorizer, Massacre, Witching Hour e Monstrosity nel loro ultimo album.
Sicuramente la lunga esperienza accumulata ha fatto sì che i tre dell’isola di Giava partorissero questo disco a dir poco devastante, tanta è la ferocia ma anche la perizia tecnica profusa nell’esecuzione delle dieci tracce presenti. I Vile Desolation riescono ad essere incisivi e brutali grazie al suono granitico e compresso della chitarra e ad una base ritmica potente e precisa, quasi sempre impostata su registri veloci continui e martellanti. Tutte le canzoni si attestano sui tre minuti di durata e non può essere altrimenti data anche la mole di note e l’energia sprigionata che metterebbero ko qualsiasi musicista che non sia adeguatamente allenato ad esprimersi a queste velocità. Intendiamoci: le canzoni non sono perennemente in modalità blast-beat ma presentano al loro interno numerose variazioni supportate dagli incessanti fill e coadiuvate da una doppia cassa a dir poco terremotante e che elargiscono maggiore varietà ritmica all’insieme.
Canzoni come “Whispers through the Shadow Gates”, “Shattered Reverie”, “Chaos Unleashed” e “The Sinister Symphony” sono un continuo turbinio di riff atonali a cui fanno da sfondo i colpi di mitragliatrice del rullante e le frustate del basso, come non mancano rallentamenti e continue ripartenze veloci. Il massacro continua nella trilogia “Dementia’s Embrace”, “Eyes of Madness” ed “Eternal Lunacy”, pezzi in cui la tensione è un crescendo da incubo a partire dal suono di campane della prima ai ritmi più cadenzati e alle note dissonanti della seconda fino ai sospiri introduttivi e alienanti della terza, che poi esplode all’improvviso in una violenza repentina e straziante: canzoni che ben evidenziano i contenuti lirici che esplorano la pazzia, l’alienazione e le devianze della mente umana e a cui fanno da contorno tormenti spirituali e visioni spettrali. Da segnalare anche i due pezzi di chiusura, “Chaos Unleashed” e “Sanctified in Ashes”, che si distinguono per alcuni riff di chitarra più decifrabili e percettibili.
L’estrema velocità è il minimo comune denominatore per tutti i brani presenti, il cui suono alto del rullante ne è la quintessenza, ma in questo frangente è accordato in maniera decente e non presenta il classico rimbombo a mo’ di fustino di detersivo come d’uopo in molte altre band anche se, insieme al suono cupo del basso, diventa un po’ troppo dominante sulla chitarra. Le canzoni giocano tutte sulla ritmica, con velocissimi passaggi sulla tastiera della chitarra e senza alcuna concessione a parti soliste, e ciò è un vero peccato vista la tecnica e la perizia d’esecuzione dei due musicisti coinvolti. Una maggiore “variatio” stilistica (e non puramente “ritmica”) arricchirebbe maggiormente il songwriting e in questo genere non farebbe male, anche per dare maggiore riconoscibilità alle canzoni che, come in questo caso, necessitano di numerosi ascolti per riuscire ad assimilarne le peculiarità e renderle un po’ più riconoscibili una dall’altra.
I numerosissimi riff, gli accordi smorzati e i cambi di tempo al fulmicotone testimoniano come la volontà del terzetto sia indirizzata palesemente alla resa brutale del prodotto, tutto giocato su scale cromatiche atonali e dissonanti proprio per rendere l’album asfissiante e monolitico e senza alcuna concessione a passaggi orecchiabili o a parti rallentate più groove o che strizzino l’occhio ai breakdown tipici dello slam. Lo stesso growl di Yuhda è un grugnito atonale, incomprensibile, profondo e gutturale che sembra uscire dalle profondità della terra, completamente avulso dalle scale del pentagramma e incanalato solamente sui bit della batteria. Non c’è una canzone che può essere definita meglio dell’altra, ma i numerosi fill e le scale cromatiche velocissime sprigionano una potenza tale che sono palesi le influenze di band caposaldo del genere quali Discorge, Brodequin, Suffocation, Defeated Sanity, Gorgasm, Devourment o i meno famosi Drain of Impurity ed Exhaurity.
La produzione è buona anche se il suono della chitarra, comunque potente e compresso, come accennato sopra, viene coperto dalla batteria, in particolare dai colpi martellanti del rullante. Bene il lavoro del basso che viaggia all’unisono con la batteria stessa e dà un tocco di oscurità all’insieme. Un buon disco quindi che promette bene e getta altro cemento nelle fondamenta della scena death metal asiatica: vedremo se sapranno dare un seguito ancora più interessante a questo esordio.
