Recensione: Auto Reconnaissance

Di Roberto Gelmi - 30 Agosto 2020 - 12:19
Auto Reconnaissance
80

Per Andy Tillison la musica progressive è più viva che mai e non soffre di alcuna crisi di mezza età. Concluso l’apice nei Seventies ha conservato il suo spirito spiazzante fino ai giorni nostri e la storia dei The Tangent lo dimostra in modo concreto. Dopo undici studio album in meno di un ventennio dalla nascita della band, il mastermind inglese dalla chioma scarlatta e lo sguardo pensante ha ancora la forza di proporre un album di oltre 70 minuti con due suite di rilievo e una bonus track di raro pregio.

L’album si presenta nel tipico stile del combo anglosassone, copertina fantasy e titolo intellettualoide. Ritroviamo il grande eclettismo di Tillison, il quale, scherzando sul vasto spettro sonoro proposto dalla band, chiama in causa band un lungo elenco di artisti a lui cari come: ELP, The Isley Brothers, Steely Dan, Aphex Twin, National Health, Rose Royce, Squarepusher e Return to Forever. In effetti il quintetto riesce a unire il prog. con il jazz, la disco, il funk e l’R&B, oltre al consueto story-telling cinematografico di Tillison, che torna a proporre il confronto tra Francia e Inghilterra con alcuni inserti nella lingua d’oil. Jonas Reingold e Theo Travis (anche coproduttore dell’album) sono una sicurezza in termini d’inventiva e pulizia sonora, il giovane Luke Machin, invece, è ormai riuscito a integrare il suo caratteristico guitarwork nelle dinamiche della band.

Basta ascoltare i primi secondi dell’opener per capire che tutto gira a dovere. “Life on hold” parte con il giusto groove: ottime linee di basso, chitarra non invasiva e la voce accogliente di Tillison alle prese con i testi che gli detta la sua mente ondivaga. I 15 minuti di “Jinxed in Jersey” sono più difficili da metabolizzare, abbondano le parti dialogate, l’ascoltatore accompagna il vocalist lungo una delle sue flâneury fascinose e arzigogolate. Al sesto minuto Machin propone perfino delle ritmiche vicine a lidi metal… Decisamente più refrigerante (e vengono in mente i tempi dei primi The Tangent) la seguente “Under Your Spell”, lento dal sapore jazz, suonato con la giusta sprezzatura e attenzione per i dettagli. Accessibile anche “The Tower of Babel”, song più corta del disco, adatta per prepararci ai mille cambi d’atmosfera della suite “Lie Back & Think of England”. In quasi mezzora di minutaggio, l’immancabile monster track non raggiunge le vette di “A Place In The Queue”, ma supera le recenti “Proxy” e “The Adulthood Lie” per ambizione e qualità messa in campo. Il titolo è un rimando a un modo di dire vittoriano simile al nostro Non per piacer mio, ma per dar dei figli a Dio. Difficile trovare paragoni per la follia musicale e narrativa che si snoda lungo tutta la composizione: forse si possono citare Frank Zappa, gli Yes di “The Gates of Delirium” e i più recenti Beardfish di “The Stuff That Dreams Are Made Of”. La suite procede annullando magicamente lo scorrere del tempo e sono solo i sintetizzatori a proporre dinamiche più magniloquenti a momenti alterni. Non siamo di fronte a un capolavoro, ma poco ci manca. Soddisfatti finora? Se credete che le sorprese siano finite qui, vi sbagliate. Dopo la frizzante “The Midas Touch”, infatti, nella special edition dell’album troviamo la bonus track “Proxima”, dodici minuti di pura trascendenza, con parti di contrabbasso, musica etnica, elettronica e nel finale un timido accenno a una jam-session in tipico stile Tillison. Non lasciatevi sfuggire questo gioiello!

Tirando le somme, Auto Reconnaissance è un album che sa il fatto suo, non annoia (se non a tratti) e può diventare un ottimo sottofondo per lo scorcio d’estate che ci resta da assaporare. Dopo il buon The Slow Rust Of Forgotten Machinery e il discreto Proxy, i The Tangent sembrano vivere una seconda giovinezza e superano quanto porposto in Waiting for miracles dai cugini The Flower Kings.

 

p.s. consigliamo a chi ha un ottimo budget a disposizione la versione deluxe Gatefold 2LP + CD + LP Booklet, un regalo difficile da dimenticare.

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