Recensione: Automata II

Di Tiziano Marasco - 13 Luglio 2018 - 10:00
Automata II
Etichetta:
Genere: Progressive 
Anno: 2018
Nazione:
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70

Durante la recensione di “Automata I” abbiamo aperto ad una miriade di ipotesi, e non avrebbe potuto essere altrimenti. Le perplessità destate dalla prima metà dell’ottava fatica dei Between the buried and me erano tante. Ora, con l’uscita di “Automata II” le carte sono completamente scoperte e possiamo trarre le varie conclusioni.

Anzitutto quella della durata e dell’operazione di marketing. Un po’ per la natura conservatrice della pagina su cui ci troviamo e un po’ per l’interesse alle dinamiche del music business – e alla loro evoluzione – di chi scrive.

Lapidariamente parlando, “Automata I” e “Automata II” durano complessivamente 68 minuti (36 il primo, 31 il secondo). Avrebbero potuto uscire come un unico CD. Ha senso splittarli? A parer nostro, assolutamente no e colpevole di questo, più che i Between the buried and me, è la loro label, quella Sumerian records che già si è resa protagonista di operazioni simili (Periphery?). Va detto però che i due “Automata” sono usciti ad un prezzo ridotto. Due dischi a 9,99 $ l’uno fanno nel complesso circa 17 € per noi. Dunque non siamo esattamente in presenza della solita ladrata.

Il motivo dello split va cercato altrove. Il primo sono i social media: splittando “Automata”, i Between the buried and me si sono guadagnati diversi mesi di popolarità. Un ottimo sistema per cementare la fan base, soprattutto quella conquistata con l’ultimo “Coma ecliptic”, che ha portato un deciso ammorbidimento nel sound dei nostri (ci torneremo).

Un secondo motivo va invece ricercato nell’evoluzione della fruizione della musica. Ci piaccia o no, noi che ancora compriamo i dischi e ce li ascoltiamo d’un fiato, ormai, siamo una minoranza. Anche nel metal. Ormai gli ascoltatori ascoltano via internet e in maniera diversa. Possiamo dire più superficiale, ma di fatto qui si parla del fatto che ormai siamo abituati a skippare, pausare, sentire i dischi a pezzi. E questo per una band dal sound iperstrutturato come i Between the buried and me è un problema. In giro si sono lette parecchie reazioni positive allo splittamento di “Automata”. Semplicemente perché molti sono dell’idea che “io un disco intero dei Between the buried and me mica riesco a sentirlo d’un fiato”. Ed è frase piuttosto comprensibile. Se una cosa simile fosse accaduta con “The great misdirect” io sarei stato piuttosto felice, perché quel disco l’ho accantonato e ripreso per due anni, prima di capirlo.

Quindi in definitiva, quest’operazione può non piacere ma dovremmo fare un qualche sforzo per capirla.

Passiamo alla musica.

E qui confermiamo quanto già detto, ovvero che “Automata” è il disco dei Between the buried and me per cui la soluzione dello split ha meno senso. Perché non introduce nulla di nuovo di quello che i nostri hanno mostrato di saper fare. Perché è il disco più semplice mai fatto dagli statunitensi. Come detto mesi fa, prosegue pedissequamente la linea di “Coma ecliptic”. Lo fa molto bene, sia chiaro, e questo farà piacere alla nuova fan base e anche a chi, come il sottoscritto, ha apprezzato la svolta del 2015.

Ma parliamoci chiaro, se i 13 minuti di “The Proverbial Bellow” fossero stati inseriti in “Coma ecliptic” al posto di, che so, “Memory palace”, difficilmente avremmo notato la differenza. Quello che invece notiamo, ascoltando l’opener, è che in certa misura coinvolge e pare più ispirata rispetto a quanto abbiamo sentito in “Automata I”. Le buone impressioni continuano con la breve “Glide” e “Voice of Trespass”, che di fatto possiamo considerare un pezzo unico. Il classico sound dei Between the buried and me qui viene mischiato con buona fortuna alle melodie tipiche di swing e rockabilly. Il risultato, in effetti curioso, convince e coinvolge, anche se si tratta di qualcosa di già sentito – in maniera più cerebrale e pirotecnica – in “Fossil genera”. Chiude poi “The Grid”, pezzo che ci riporta alla opener e ancora una volta si lascia ascoltare e conferma che i nostri sono ancora molto bravi a creare e mischiare melodie assai contrastanti, anche se qui paiono debitori degli Ocean di “Pelagial” per quanto concerne il guitar work.

Insomma, Automata II completa in maniera perfetta, senza sbavature e senza sorprese, “Automata I”, confermando tutte le impressioni e perplessità paventate. Sentire i due dischi d’un fiato non modifica le impressioni, non alza e non abbassa l’asticella della qualità. Si tratta di un bel disco, a tutti gli effetti. Ma per una band che da “Alaska” ha stupito il mondo ed è stata tra i principali innovatori del metal mondiale, il risultato lascia un po’ l’amaro in bocca. Ma va detto che dopo una serie ininterrotta di grandissimi dischi – di cui almeno tre autentici capolavori – una battuta d’arresto ci può stare. E che battuta d’arresto!

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