Recensione: Backstreet Symphony

Di Francesco Maraglino - 10 Settembre 2009 - 0:00
Backstreet Symphony
Band: Thunder
Etichetta:
Genere:
Anno: 1990
Nazione:
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85

Adesso che i Thunder si sono ufficialmente e “definitivamente” sciolti (almeno fino alla prossima, clamorosa riunion tra quattro-cinque anni), corre l’obbligo di andare a riascoltare questo “Back Street Symphony”, album d’esordio e vetta assoluta della loro carriera.

I Thunder nascono in Inghilterra, alla fine degli anni Ottanta, dal fallimento di una band chiamata Terraplane, e dall’incontro tra i suoi reduci con un personaggio alquanto fuori posto nel mondo Hard’n’Heavy, e cioè quell’Andy Taylor militante nei sempre criticati Duran Duran.
E’ proprio Taylor, infatti, il produttore di “Back Street Symphony”, platter con cui i Thunder cominciano “col botto” una carriera che si svilupperà poi senza particolari clamori ma restando sempre su livelli più che dignitosi.

“She’s So Fine”, come ogni buona opening track che si rispetti, è un vero è proprio biglietto da visita: voce ruvida, riff incisivo di chitarra elettrica, chorus catchy quanto basta ma senza essere melenso…..insomma, se vogliamo, la formula dei Free e dei Bad Company, che dei Thunder rappresentano il punto di riferimento dichiarato e conclamato.
Stesso schema per la successiva “Dirty Love”, che però si cala un contesto più “eighties”, con ritornello molto orecchiabile.
“Don’t Wait For Me” è una ballata epica, costellata da assoli di chitarra, mentre “Higher Ground” è un rocker da alta classifica, scintillante, massiccio e di grande impatto.
Segue “Until My Dying Day”, episodio più articolato: si apre come uno slow, con voce e chitarra acustica sugli scudi, quindi accelera in chiave rock a metà brano per poi tornare a rallentare. Affascinante.

“Back Street Symphony”, che dà il titolo all’album, è un saltellante rocker radio-friendly, con belle chitarre che s’intrecciano e si scontrano tra riff ed assoli.
“Love Walked In” è un altro pezzo forte del CD, con la sua eccellente struttura di ballata che assume nello svolgimento i toni epici di “Here I Go Again” dei Whitesnake, e sempre lo stesso Serpente Bianco, ma non nella versione 1987, bensì in quella degli esordi, può rappresentare, insieme a Bad Company e Free, la pietra di paragone di “An Englishman On Holyday”, un boogie che ci riporta indietro agli anni settanta e che si chiude con cori da stadio.
Dopo “Girl’s Going Out Of Her Head” – ancora un hard rock trascinante e chitarroso, a tratti “zeppeliniano”- ecco arrivare la cover di “Gimme Some Loving” dello Spencer Davis Group, sulla quale c’è poco da dire (ho perso il conto di quante versioni di questo brano posseggo, con una pletora d’esecutori che va dai Blues Brothers ai Great White), e poi si chiude in gloria con “Distant Thunder”, traccia sound Bad Company ripassato in salsa AOR (soprattutto nel chorus).

“Back Street Symphony” è un album che non può mancare nella discoteca di un appassionato di Hard’n’Heavy e di classic rock in generale: pur non presentando elementi di particolare originalità, infatti, cattura, fa propri e rielabora aggiornandoli gli stilemi di un certo tipo di rock costruito con un gusto, una classe ed un’efficacia che ha avuto ben pochi eguali.

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Tracklist:

01.She’s So Fine
02. Dirty Love
03. Don’t Wait For Me
04. Higher Ground
05. Until My Dying Day
06. Back Street Symphony
07. Love Walked In
08. An Englishman On Holyday
09. Girl’s Going Out Of Her Head
10. Gimme Some Loving
11. Distant Thunder

Line Up:

Daniel Bowes – Voce
Luke Morley – Chitarre
Gary James – Batteria
Ben Matthews –  Chitarre
Mark Luckhurst – Basso
 

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