Recensione: Behind the Eclipse

Di Stefano Usardi - 28 Febbraio 2026 - 9:54

Behind the Eclipse” è il titolo del terzo lavoro dei norvegesi Course of Fate e ha il compito di confermare, a sei anni dall’esordio del gruppo (“Mindweaver”) e a tre da “Somnium”, loro secondo lavoro, le qualità messe in mostra dalla compagine norrena. I nostri propongono un progressive metal dal taglio moderno ma che non dimentica il passato (si percepisce l’influenza di gruppi quali Dream Theater, Queensrÿche, Evergrey e Pain of Salvation), capace di districarsi tra profumi vari e consistenze diverse grazie ad un fare stratificato ma al tempo stesso piuttosto organico e lineare, in cui l’esibizione tecnica non va mai a soverchiare l’elemento emotivo o a stravolgere la scorrevolezza del brano. Rispetto al passato, la musica del gruppo si appesantisce un po’, con le chitarre che assumono contorni più ruvidi e una sezione ritmica che si mantiene sempre vigorosa; il tutto accentuato da una produzione rotonda, pastosa, che rende facilmente riconoscibili gli strumenti donando al tutto un piglio pieno e in un certo qual modo incombente. Ciò nonostante, la melodia resta di primaria importanza per i Course of Fate, che sfruttano il cantato morbido di Eivind (punteggiato qua e là da un growl non troppo invadente) per ammantare le tracce di “Behind the Eclipse” di stati d’animo e umori spesso contrapposti. Il risultato è un album ricco, a tratti lussureggiante, in cui sofferenza, malinconia e rabbia si scrutano di continuo, pronti a sopravanzarsi alla minima occasione ma sempre marcati stretti da una tensione mai troppo nascosta e dall’affiorare, di quando in quando, di una vena epica maestosa e solare. Per l’occasione, i nostri si distaccano dalla forma del concept per presentare un lavoro che, nonostante un tema comune suggerito dal titolo dell’album (la classica dicotomia tra luce e ombra), decide di procedere con tracce indipendenti tra loro.

Dopo l’intro contestualizzanteMemories” si parte arcigni con la title track. “Behind the Eclipse” si apre con l’incombenza di un pezzo classicamente doom, per poi assestarsi su un ritmo scandito in cui melodie inquiete e sobbollenti si alternano ad improvvisi ispessimenti dal piglio enfatico. La pausa centrale, dopo aver insinuato il sospetto di una fugace tensione, si adagia invece su toni malinconici, vagamente melliflui, che aprono a un assolo languido e crepuscolare e al successivo climax dal pathos enfatico. Nel finale il pezzo torna a irrobustirsi, mescolando melodie esotiche a riff compatti e chiudendosi con un’ultima fiammata. “Sky is Falling” mescola un fare arcigno e melodie inquiete in sottofondo, squarciate da un ritornello più solare e maestoso. Anche qui, la pausa che apre la sezione strumentale si colora di toni languidi, struggenti, dotati però di qualche sporadico guizzo dal retrogusto trionfale. Un arpeggio placido e rilassato apre “And So it Goes”, che dopo la breve fiammata carica di un’enfasi solenne e maestosa torna ad abbassare i toni. Il pezzo fluttua indolente nell’aria, inframmezzato da brevi squarci trionfali che, di tanto in tanto, vengono circonfusi da un tepore accogliente e vagamente nostalgico, prima del finale nuovamente soffuso sulle note di pianoforte. “Acolyte” si apre su una melodia tesa, inquieta, prima di impennare i ritmi in una rombante sfuriata che, in seguito, si stempera in un brano quadrato ma dall’incedere nervoso. Gli sporadici inserimenti melodici, che lasciano comunque trasparire una certa malinconia di fondo, non vengono mai lasciati soli, marcati stretti da una tensione mai sopita che esplode ad intervalli regolari in qualche nuova scorribanda, per fondersi infine in un crescendo dal sapor mediorientale prima del finale nuovamente declamatorio. “Hiding From the Light” rialza i ritmi dispensando cupe randellate sostenute da melodie tese in cui si percepisce una rabbia ancora latente. Rabbia che trova il modo di affiorare nei passaggi successivi, sostenuta dagli inserimenti di voce ruvida dal profumo di melodeath, ma che nonostante tutto non riesce a scrollarsi di dosso i ricami melodici che guarniscono il pezzo donandogli un fare scorrevole. Una melodia dimessa apre “Don’t close Your Eyes”, che si distende a sostegno della voce di Eivind per confezionare una traccia morbida, sofferta e malinconica in cui archi e basso disegnano trame sonore elegiache ma al tempo stesso pulsanti. Spetta a “Neverwhere” il compito di chiudere le danze, e la melodia inquieta dal ritmo vagamente tribale che apre il pezzo sembra porsi come speculare più ritmato e guardingo della traccia appena conclusa. L’illusione dura poco, visto il progressivo crescendo che lentamente accumula tensione e corpo fino al finale bellicoso, ponendo il sigillo su un lavoro sì denso ma non indigesto.

Behind the Eclipse” mantiene le sue promesse, proponendo musica di ottimo livello e dal piglio sfaccettato, deciso ma non per questo privo di momenti eterei. Un’ottima aggiunta alla discografia dei nostri norreni.

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Genere: Progressive 
Anno: 2020
78