Recensione: Mindweaver

Di Fabio Vellata - 14 Maggio 2020 - 0:01

Mostrano un notevole coraggio i Course of Fate, prog band norvegese che per il debutto discografico ha scelto di percorrere il pericolosissimo sentiero del concept album.
Un territorio già esplorato da predecessori illustrissimi che, per ovvi motivi, necessita di doti particolarmente evolute di creatività e padronanza della materia per essere sondato con altrettanto successo, ponendosi al riparo dalle insidie recate da una eventuale carenza di mordente o sterilità d’idee originali.

Nella creazione di un disco come “Mindweaver” non si faticano ad individuare quali fonti ispirative basilari alcuni nomi pesantissimi come i Queensrÿche del gigantesco “Operation Mindcrime” ed i Dream Theater dell’illustre “Scenes from a Memory”.
Muse importanti, poderose, insuperabili, citate dagli stessi musicisti quali capisaldi imprescindibili della propria formazione musicale.
Riferimenti nei confronti dei quali il quintetto scandinavo ha, senza dubbio alcuno, guardato con devozione; spunti ed esempi attraverso cui elaborare e costruire una storia dai contorni apocalittici e catastrofici, sviluppata però, con l’evidente intendimento di collocare la narrazione da un punto di vista inusuale e diverso dal solito.
Non è, infatti, la mera quotidianità delle vicende umane a conquistare la scena, quanto piuttosto l’insondabile voragine della psiche, osservata in particolare quando posta sotto stress da una ipotetica fine incombente e globale.
Argomenti, non proprio banali, per dirla facile. In fondo coevi ed in certo qual modo legati ad ombre che, pur se poste sullo sfondo, si legano a molti dei timori connessi alle tante incertezze della nostra contemporaneità.
Introspezione che veicola stati d’animo contrastanti, transita nell’illusorio medicamento di una credenza salvifica a cui aggrapparsi e sfocia nella follia di chi, annegato dalle domande, finisce per mettere in dubbio ogni certezza acquisita, sanità mentale inclusa.

Il mezzo per compiere una tale peregrinazione non è, contrariamente a quanto ipotizzabile, un prog metal nervoso, asfissiante, intricato o nauseabondo.
Al contrario. Sorprende la ricerca melodica limpida e sempre intelligibile, realizzata in modo da poter essere apprezzata – supponiamo – anche in occasione di un semplice ascolto saltuario, slegato dalla storia che ne anima i contenuti testuali.
Concetti comunque di peso che, oltretutto, vengono sviscerati con una certa concretezza e senza eccessi. Tre quarti d’ora di musica per lo più lineare ed orecchiabile (per quanto un termine come questo possa essere attinente ad un genere quale il prog), in cui gli strumenti suonano puliti ed in modo riconoscibile, lasciando spazio alla melodia ed alle atmosfere suggestive.
Punti di contatto in tal senso, non solo con Queensrÿche e Dream Theater, ma pure con i sempre più determinanti Evergrey, band che negli ultimi anni ha lasciato più d’una traccia nel DNA di molte nuove realtà del settore.
I musicisti, inutile sottolinearlo, non lasciano spazio a dubbi sull’effettiva preparazione tecnica. Non mancano preziosismi nascosti qua e là all’interno dei brani: uno per tutti, ci viene spontaneo evidenziare il pinkfloydiano assolo di chitarra posto al centro della penultima traccia, “Drifting Away”, chiarissimo omaggio ai tanti arzigogoli compiuti con la sei corde dall’incomparabile David Gilmour.

Coraggiosi ma non imprudenti i Course of Fate.
Dopo aver ascoltato il loro “Mindweaver” pare manifesto come alla base del lavoro sia comunque presente una regia consapevole ed esperta. Non certo orchestrata da neofiti o sprovveduti alle prime armi.
Debuttare con un concept prog, costruito su argomentazioni originali e di spessore, attraverso soluzioni musicali gradevoli, di facile ascolto e soprattutto lontanissime dal risultare prolisse e tediose, era un compito tutt’altro che facile da portare a termine.
Ci sono riusciti, componendo un disco gradevole, non banale e stimolante nel pensiero. Che pur tuttavia, s’ascolta tutto d’un fiato, scorre senza intoppi ed offre qualche momento di ottima musica.

Se queste sono le premesse, il futuro è loro…

 

 

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